Iancu, un paese vuol dire - Teatro Elicantropo (Napoli)

Scritto da  Lunedì, 16 Gennaio 2012 
Iancu, un paese vuol dire

La parabola narrativa dell’ultima creazione scenica dei Cantieri Teatrali Koreja, scritta a quattro mani da Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno, che ne è anche l’interprete, è un monologo di poco più di un’ora, per la quasi totalità in dialetto salentino. Vengono narrate le storie di un intero paese del “profondo sud”, esasperando alcune caratterizzazioni tipiche dei paesi di provincia. Al Teatro Elicantropo di Napoli, fino a domenica 15 gennaio, che continua la sua decennale tradizione di dimora del teatro di qualità.

 

 

Cantieri Teatrali Koreja/Stabile d’Innovazione del Salento presenta

IANCU, un paese vuol dire

uno spettacolo di Koreja

progetto di Fabrizio Saccomanno

testo di Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno

con Fabrizio Saccomanno

scenografia Lucio Diana

foto di Lucia Baldini

regia Salvatore Tramacere

 

“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

(Cesare Pavese - La luna e i falò, 1949)

Iancu, in dialetto salentino significa bianco. Il bianco è il simbolo della purezza, dell’innocenza e porta con sè una vivida sensazione di attesa. E’ l’attesa di un evento a cui solo un bambino di otto anni può attribuire tanta importanza.

Ad accoglierci in una suggestiva sala del Teatro Elicantropo, in uno stabile del Seicento immerso nella Napoli barocca, una scenografia spartana: una sedia bianca su sfondo bianco. In sala c’è silenzio.

Sfidando la difficoltà insita in un monologo, Fabrizio Saccomanno si rivela in grado di conquistare la platea. Una “suggestione” di quasi un’ora, condotta con energia straordinaria ed istintiva simpatia da un attore che è stato capace di fondere con naturalezza il dialetto salentino con una gestualità marcata, tipica del linguaggio dei segni. L’utilizzo del dialetto non pregiudica, anzi rafforza, la comprensione del testo.

Tutto lo spettacolo è un intenso racconto di una giornata dell’agosto del 1976.

A farci da guida in questa giornata sono gli occhi, i sogni ed i progetti di un bambino di appena otto anni, troppo impegnato con la sua banda armata di fionde e pietre; troppo piccolo per non essere soggetto passivo di fronte alle complesse dinamiche, di cui narra con leggerezza.

Il piccolo Fabrizio si prepara alla recita scolastica e nel frattempo dipinge con il suo pennarello Carioca, “quello a cui non va mai tolto il tappo per troppo tempo, altrimenti non scrive più” i personaggi che hanno affollato la sua infanzia. Un paesino del Sud, carico di credenze ancestrali, in cui sfilano e si inseriscono in una parabola narrativa tutti gli abitanti del paese.

Il bravissimo Fabrizio Saccomanno riesce senza filtri a raccontare questo spaccato di provincia, conducendo lo spettatore in quell’universo, fatto di figure caratteristiche che sembrano appartenere alla vita di ogni bambino vissuto in una piccola provincia: Rosa Parata (sempre bella, “tutta pittata”), il mutilato di guerra (di cui non si può non aver paura), l’Angiolina impazzita nell’ attesa di un fidanzato che non tornerà mai, il Sindaco del Paese, le Nunziate e tutte le donne del paese.

Poco importa se l’evento tanto attesa dal piccolo Fabrizio, la recita scolastica, sarà rovinato dalla caccia al bandito Graziano Mesina. In scena hanno preso vita e anima tutti che quei personaggi che il generoso Fabrizio Saccomanno ha disegnato con le sue parole, con i suoi sorrisi amari, senza alzarsi mai dalla bianca sedia. Tutta la storia resta chiusa nel raggio di azione della luce bianca che colpisce l’unico attore in scena. Nella penombra sembra quasi di scorgere il bar del Paese, affollato da tutti i suoi abitanti.

Nulla è banale o scontato, nonostante la semplicità del testo e della scenografia.

Termina il monologo. La vita del paese è destinata a continuare e quel bambino di otto anni a crescere, così che nella sua vita non potrà esserci più spazio per nostalgie ed illusioni. Applauditissimo l’unico interprete in scena.

Un paese vuol dire non essere soli”.

Esco dal teatro carica di sensazioni, volti, suoni ed odori che mi accompagnano per Vico Gerolomini, con negli occhi la fotografia di quella città.

Un paese vuol dire non dimenticare e continuare a raccontare….

 

Teatro Elicantropo – vico Gerolomini 3, Napoli

Per informazioni e prenotazioni: telefono 081/296640, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Orario spettacoli: ore 21 (dal giovedì al sabato), ore 18 (domenica)

 

Articolo di: Romina Attianese

Grazie a: Ufficio stampa Raimondo Adamo

Sul web: www.teatroelicantropo.com

 

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