I pilastri della società - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 04 Dicembre 2013 

Dal 20 novembre al 22 dicembre. In scena al Teatro Argentina una delle opere di Ibsen meno conosciute e rappresentate sui palcoscenici italiani, "I pilastri della società", in una produzione mastodontica, magniloquente, di matrice essenzialmente tradizionale ma al contempo capace di restituire con inaudito vigore il virulento affondo sferrato dal drammaturgo norvegese al moralismo benpensante e alla cinica logica imperante del profitto a tutti i costi. Un file rouge neanche troppo sottile si dipana dunque tra la Norvegia del secondo Ottocento e la più stringente attualità: ad un capo della matassa i sordidi intrighi del console Bernick, magnificamente interpretato dal maestro Gabriele Lavia, pronto a sacrificare ogni benchè minimo barlume di onestà morale nonchè gli affetti familiari più cari sull'altare del più gretto tornaconto economico e di una squallida maschera di apparenze sociali da preservare scrupolosamente intonsa; all'altra estremità il manipolo di discutibili faccendieri e politicanti che affollano le aule parlamentari odierne, in un parallelismo di lapalissiana evidenza rimarcato dallo stesso regista nel trailer promozionale diffuso sul web, in cui accanto al protagonista delle vicende ibseniane vediamo campeggiare personaggi come Dell’Utri, Scilipoti, Fiorito e De Gregorio. Uno spettacolo barocco ed ipnotico, imponente e sottile, coinvolgente come sfogliare le pagine ingiallite di un romanzo dall'imprinting fortemente decadentista e ritrovarvi una fotografia livida e impietosa del nostro sgangherato presente.

 

 

I PILASTRI DELLA SOCIETA'
di Henrik Ibsen
regia Gabriele Lavia
traduzione Franco Perrelli
con Gabriele Lavia, Massimiliano Aceti, Alessandro Baldinotti, Rosy Bonfiglio, Michele Demaria, Federica Di Martino, Camilla Semino Favro, Giulia Gallone, Viola Graziosi, Ludovica Apollonj Ghetti, Giovanna Guida, Andrea Macaluso, Mauro Mandolini, Graziano Piazza, Mario Pietramala, Clelia Piscitello, Giorgia Salari, Carlo Sciaccaluga
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Giordano Corapi
luci Giovanni Santolamazza
coproduzione Teatro di Roma, Fondazione Teatro della Pergola e Fondazione Teatro Stabile di Torino

 

Gabriele Lavia si congeda dal pubblico romano - dopo un triennio di direzione dello stabile capitolino durante il quale ha saputo costruire, con sorprendente impegno e generosità, un solido ed affettuoso rapporto con la cittadinanza - con un'opera sontuosa ed elegante, sposando il proprio istrionico virtuosismo attoriale e registico con l'affilata drammaturgia di Henrik Ibsen. Ne "I pilastri della società", testo certamente meno frequentato rispetto ad altre pietre miliari del copioso catalogo dell'autore (tanto che l'ultima messinscena italiana di cui si conservi memoria risale a oltre mezzo secolo fa, con la regia di Orazio Costa e protagonisti come Buazzelli, Proclemer, Manfredi e Carraro), sotto la patina di un polveroso dramma borghese d'antan, vengono svelati sotterranei e dolorosissimi risvolti psicologici, etici e sociali. Lo spettatore viene proiettato indietro nel tempo mantenendo un calibrato equilibrio tra componenti tra loro dissonanti e complementari: un rigoroso rispetto delle atmosfere originarie che non indulge a semplicistici tentativi di attualizzazione; la fastosa ricercatezza di un apparato scenografico dall'impatto visivo soverchiante; una partitura musicale che con metaforica limpidezza giustappone le marcette di una religiosità stantia e convenzionale con l'insinuarsi di inserti sonori dal sentore inquietante, capaci di assecondare il crescendo di pathos e tensione del climax narrativo.

 

In un contesto provinciale caratterizzato dall’ostracizzato avvento della modernizzazione e da sperequazioni sociali sempre più evidenti che stanno iniziando ad innescare i primi focolai di rivendicazioni sindacali, il console Karsten Bernick (Gabriele Lavia), costruttore di navi decisamente insensibile alle più elementari ed inalienabili esigenze dei propri operai, ed i suoi fidati compagni di affari e speculazioni – il grossista Rummel (Mauro Mandolini) e i mercanti Vigeland (Alessandro Baldinotti) e Sandstad (Massimiliano Aceti) – sono coinvolti nell’ennesimo dibattito sull’opportunità o meno di sostenere il progetto di una ferrovia che arrivi a lambire la loro cittadina portuale; lo stesso progetto che non più di qualche anno prima hanno osteggiato veementemente, quasi che il treno a vapore del progresso portasse inevitabilmente con sé una demoniaca corruzione dei costumi ma che ora, opportunamente riveduto e corretto per soddisfare a dovere i loro interessi economici, assume tutt’altra imprescindibile rilevanza. Nel frattempo le donne sorseggiano amabilmente il thè delle cinque tra salamelecchi timorati di Dio e pettegolezzi al vetriolo pronti a scagliarsi contro chiunque non si conformi alla morale dominante, come la giovane e tormentata Dina Dorf (Camilla Semino Favro) o la rassegnata signorina Marta Bernick (Viola Graziosi).

 

Tutto sembrerebbe procedere secondo l’amabile e rassicurante consuetudine, se non fosse per l’inaspettato arrivo di un bastimento direttamente dalle lontane lande americane, foriero di ideali di libertà e indipendenza, nonché di una visita alquanto scomoda: quella di Johan Tønnesen (Graziano Piazza) e Lona Hessel (Federica Di Martino), rispettivamente fratellastro e sorellastra della mite e devota signora Betty Bernick (Giorgia Salari), emigrati oltreoceano con l’ignominia di un’onta terribile sulle proprie spalle e il pesante fardello di un segreto da custodire. Quindici anni prima difatti il console aveva sedotto e abbandonato una giovane che era morta non sopportando il dolore di questo affronto; Bernick aveva poi fatto ricadere la colpa di questi luttuosi eventi proprio su Tønnesen, fratello minore della sua promessa sposa Betty foraggiando copiosamente il suo buen retiro americano. Questi spettri del passato potrebbero in un istante annientare l’immacolata patina di rispettabilità, onore e indiscusso potere sociale pervicacemente costruita dal nostro protagonista in lunghi faticosi anni e questo pericolo incombente lo precipiterà in un baratro che ben testimonierà la sua totale assenza di scrupoli, nonché il suo essere un perfetto emblema della società corrotta, ipocrita e intrisa di pregiudizi che lo circonda.

 

La messinscena del dramma ibseniano coprodotta da Teatro di Roma, Fondazione Teatro della Pergola e Fondazione Teatro Stabile di Torino, ripercorre il sentiero di un allestimento spiccatamente tradizionale, per linguaggio e codice espressivo, straripante opulenza nella scenografia e nei costumi, certosina attenzione al dettaglio evidente sia nelle scelte registiche che nella comune direzione impartita al corpus attoriale. Se dunque allo spettatore viene richiesto un considerevole sforzo di attenzione, data la ricchezza di sfumature dell’impianto drammaturgico, lo stile a tratti vagamente manierato forse non del tutto congeniale per gli spettatori amanti del contemporaneo e la considerevole durata (due atti per una durata complessiva di tre ore), questo impegno sarà ripagato da una rilettura estremamente sofisticata di un classico del teatro tardo ottocentesco che conserva intatta la sua devastante e lucidissima carica di denuncia sociale.

 

Le scene di Alessandro Camera e i costumi di Andrea Viotti immergono lo spettatore in un fastoso salotto borghese, popolato da un tripudio di divanetti, poltrone e triclini rosso cremisi, luccicanti specchiere dorate, maestosi quadri, raffinati velluti, preziosi tappeti ed inappuntabili abiti borghesi che sembrano circoscrivere un microcosmo rigorosamente separato dal volgo circostante e dalle sue perturbanti passioni; è sufficiente però salire alcuni scalini posti sul fondoscena per raggiungere una veranda rischiarata da una sterminata vetrata, attraverso la quale i personaggi di tanto in tanto gettano un timoroso sguardo sul mondo esterno, con una sensazione mista tra curiosità e ostile raccapriccio. Infine sul proscenio il giardino anteriore alla lussuosa residenza del console offre lo strumento per continue incursioni meta-teatrali dei numerosi ospiti di casa Bernick che dalla platea raggiungono il palazzo, spesso con atteggiamento concitato e impetuoso. Il colpo d’occhio offerto da questo minuzioso apparato scenografico è senz’altro di efficacissimo impatto visivo e va peraltro riconosciuto il merito alla produzione, in tempi di così severa crisi economica attraversati da teatro e cultura nel nostro paese, di aver ottenuto un così mirabile risultato riadattando la scena del pirandelliano“Tutto per bene” della scorsa stagione (come ricordato con orgoglio dallo stesso Lavia). Magnifica infine la tessitura di luci, chiaroscuri, contrasti e riverberi orchestrata dal disegno luci di Giovanni Santolamazza, che accarezza ed esalta con sapienza una scenografia di tale stentorea bellezza, suggerendo al contempo stati d’animo e inquietudini profonde dei personaggi.

 

Il testo di Ibsen trasuda una modernità e una nitidezza nell’interpretare le dinamiche emotive e sociali che a tratti appaiono incredibili dal momento che quasi un secolo e mezzo è ormai trascorso dalla sua composizione; la regia di Lavia rispetta l’essenza dell’impianto drammaturgico, enfatizzandone alcuni passaggi particolarmente funzionali al messaggio che questo adattamento si prefigge di comunicare. In special modo si rivela un ingegnoso coup de théâtre la sequenza conclusiva in cui, con un repentino ribaltamento di prospettive, Lavia-Bernick si rivolge direttamente alla platea del Teatro Argentina: questa viene così subitaneamente ad incarnare la popolazione della piccola cittadina costiera norvegese dove si svolgono le vicende narrate, pronta ad accogliere l’arringa-confessione con cui il protagonista ammette le esecrabili colpe che hanno insozzato indelebilmente la sua reputazione, chiedendo al contempo un giudizio mite e non definitivo. L’istrionica ironia e la suadente enfasi oratoria con cui dichiarerà le nefandezze compiute, sostenendo di essere stato animato non dal proprio miserrimo tornaconto economico o dalla brama di potere, ma da chissà quale aspirazione ad un progresso sociale universale e condiviso, non possono non rammentare immediatamente episodi ben più recentemente balzati agli “onori” della cronaca; evidentemente il nugolo di intriganti faccendieri e politicanti senza scrupoli è una triste realtà che trascende epoche e collocazioni geografiche.

 

Piuttosto eterogenea la prova recitativa offerta dalla nutrita compagnia in scena: come di consueto si dimostra carismatica, viscerale e densa di accenti nel dipanare l’evoluzione psicologica del suo complesso personaggio, l’interpretazione di Gabriele Lavia; maggiormente convincenti i personaggi femminili - su tutti Federica Di Martino nei panni di Lona Hessel e Camilla Semino Favro in quelli di Dina Dorf - quasi a voler sottolineare uno dei punti fondanti di questo allestimento, ovvero la fiducia riposta proprio nel gentil sesso per portare avanti delle autentiche istanze di rinnovamento e progresso. A tal proposito Lavia stesso dichiara che "forse un terzo ‘pilastro della società’ può far rinascere la speranza: le donne. Tutti in questa comunità piccolo borghese hanno qualcosa da nascondere, una colpa di cui vergognarsi. Tranne le donne… forse le ‘donne’ sono il cambiamento mite che può aiutare il mondo a ‘rimettersi in sesto’". Meno incisivi gli interpreti maschili, impastoiati talvolta nei legacci di un'interpretazione manierata e non prodiga di speciali guizzi di entusiasmo.

 

"I pilastri della società" rimarrà in scena al Teatro Argentina sino al 22 dicembre, prima di intraprendere una tournée nei principali teatri italiani: uno spettacolo perfetto per gli amanti del teatro tradizionale rivisitato con eleganza e senza eccessivi modernismi e per gli estimatori di un Lavia, che reincontriamo in questo nuovo progetto in una smagliante veste registica e attoriale.

 

 

La tournée dello spettacolo:
20 novembre | 22 dicembre 2013_ Teatro Argentina, Roma
13 | 16 febbraio 2014_ Teatro Bonci, Cesena
18 febbraio | 2 marzo 2014_ Teatro Carignano, Torino
4 | 9 marzo 2014_ Teatro della Corte, Genova
12 | 16 marzo 2014_ Teatro Storchi, Modena
18 | 23 marzo 2014_ Teatro Verdi, Padova
25 marzo | 6 aprile 2014_ Teatro Strehler, Milano

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.helloticket.it
Orario spettacoli: ore 21.00, giovedì e domenica ore 17.00, sabato ore 19.00, lunedì riposo
Durata spettacolo: I tempo (1h 30’), intervallo (20'), II tempo (1h 30’)
Biglietti: poltrona intero 27 €, ridotto 24 €; palchi platea, I e II ordine intero 22 €, ridotto 19 €; palchi III, IV e V ordine intero 16 €, ridotto 14 €; loggione 12 € (prezzi al netto della prevendita)


Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

 

 

 

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