I pilastri della società - Piccolo Teatro Strehler (Milano)

Scritto da  Raffaella Roversi Lunedì, 31 Marzo 2014 

Dal 25 marzo al 6 aprile al Piccolo Teatro Strehler di Milano, in una architettura scenografica visiva ed illustrativa di grande pregio e impatto, priva di qualsivoglia tentativo di attualizzazione, va in scena "I pilastri della società", di Henrik Ibsen, prodotto dal Teatro di Roma con la Pergola di Firenze e lo Stabile di Torino. Gabriele Lavia, regista ed anche interprete nei panni del console Bernick, riprende l’opera poco rivisitata del drammaturgo norvegese, interprete del dramma individuale e sociale dell' uomo dell’ Ottocento, nonché precursore di quella condizione esistenziale e del "male di vivere" dell'uomo del Novecento, che di lì a qualche anno, si stenderà sul lettino di Freud.

 

 

 

Produzione Teatro di Roma, Fondazione Teatro della Pergola, Teatro Stabile di Torino presenta
I PILASTRI DELLA SOCIETÀ
di Henrik Ibsen, traduzione Franco Perrelli
regia Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia (il console Karsten Bernick), Giorgia Salari (la signora Betty Bernick), Ludovica Apollonj Ghetti (Olaf), Viola Graziosi (la signorina Marta Bernick), Graziano Piazza (Johan Tønnesen), Federica Di Martino (la signorina Lona Hessel), Mario Pietramala (Hilmar Tønnesen), Andrea Macaluso (il professor Rørlund), Mauro Mandolini (il grossista Rummel), Alessandro Baldinotti (il mercante Vigeland), Massimiliano Aceti (il mercante Sandstad), Camilla Semino Favro (Dina Dorf), Michele Demaria (il segretario Krap), Carlo Sciaccaluga (il capocantiere Aune), Clelia Piscitello (la signora Rummel), Giovanna Guida (la signora Holt), Giulia Gallone (la signora Lynge), Rosy Bonfiglio (la signorina Rummel)
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Giordano Corapi
luci Giovanni Santolamazza

 

 

La scena si apre sull’interno del sontuoso salone della casa del console Karsten Bernick, l’uomo più importante della città. Le mura sono rosso pompeiano, i quadri alle pareti lasciano indovinare un albero genealogico importante, i gigli bianchi nei vasi rossi fanno pensare a purezza ed armonia. Sullo sfondo, un magnifico jardin d’hiver, dalle grandi vetrate, da cui si intravedono tralci rampicanti di edera centenaria, simbolo di tradizione e solidità. In questa cornice così elegante eppure priva di eccesso, Betty, moglie del console ed un gruppo di donne della società che conta, stanno prendendo lezioni di canto e di teologia dal professor Rørlund. Egli vede un segno della provvidenza nell’organizzazione societaria che mette sopra chi domina e sotto chi ubbidisce. Le donne, naturalmente, stanno sotto, ma devono essere grate di questa posizione coreografica subalterna: sono infatti nate per servire.


Anche il console Karsten Bernick è, agli occhi del professore e della comunità tutta, uno strumento della provvidenza. È stato infatti grazie a lui, che l’anno prima il progetto della ferrovia non è andato in porto. Il grande console infatti, con la sua dirittura morale, ha sbarrato la strada alla “balordaggine”. Con la ferrovia sarebbero arrivate, nella piccola cittadina di provincia, la tentazione, la perdizione, il teatro, la musica, i circoli letterari. Ma quando compare in scena il console, è raggiante: ha appena concluso un accordo per far arrivare anche là la ferrovia. Non proprio in città, ma direttamente al suo cantiere navale. Il nuovo progetto della ferrovia infatti, appare ora, agli occhi del console, totalmente cambiato. Non prevedendo una linea costiera come il progetto dell’anno precedente, non costituirà una minaccia per i trasporti costieri, operati unicamente da traghetti di sue società. Inoltre la nuova tratta attraverserà boschi e terre incolte che il console ha già provveduto a comprare per due soldi e che lasceranno posto a città, palazzi, attività commerciali, pilastri del benessere, insomma, del progresso e della ricchezza. Il console si sacrifica per dare benessere alla sua comunità. I pilastri in realtà, in questo dramma di Ibsen, non sono affatto stabili. Voi, dirà il professore al console, siete il pilastro della società. Io, risponde con fare modesto il console, sono l’uomo del fare, voi il vero pilastro.


Ma l’arrivo di Johan e Lona dall’America, riporta in superficie una grande macchia nell’esistenza integerrima del console. Il pubblico viene a sapere che molti anni prima, ha infatti sedotto e abbandonato una giovane attrice morta dopo avergli dato una figlia e ne ha lasciato ricadere la colpa sul fratello minore di sua moglie Betty, Johan Tonnesen, emigrato subito dopo in America con la sorellastra Lona, suo grande amore abbandonato per sposare la ricca ereditiera Betty. Voleva soldi e potere e su quella menzogna ha costruito la rispettabilità di adesso. Il ritorno dei due “americani” costringe il console a disamine analitiche. Lena, che ha capito come dietro la morale incorruttibile si nascondono solo corruzione, menzogna, ipocrisia e disuguaglianza sociale, vuole la verità, la sola capace di dare la libertà. Ma davvero la verità è necessaria al progresso e al vivere civile? Può una società reggere e progredire senza la menzogna ed essere libera?


Ibsen, il cantore disilluso della società moderna, ritrae la sua cancrena interna senza un’accusa forte, con una compostezza classica sublime. Tutto nel dramma farebbe pensare ad uno sconvolgimento finale. Ma la sua penna asciutta e laconica rappresenta lo sfacelo di ogni morale classica, con sobrietà e compostezza, quasi fosse una notizia letta al telegiornale da un cronista compassato: le ostriche della regione Lazio, gli accordi delle case farmaceutiche, la discarica accanto al Parco d’Abruzzo etc, etc.


Il pubblico avverte la vertigine, non per quello che potrebbe accadere ad alcuni personaggi, che poi non accade, ma per il realismo negativo radicale di Ibsen che mostra come l’intera società si regga su un collante imprescindibile: su interesse e potere di uomini capaci ed avidi, i cavalieri “della fede in sé”, e la menzogna necessaria a celarli. Forse, portatrici di speranza sono solo le donne, le uniche a non aver nulla da nascondere.


Non spaventatevi per la durata. Lo spettacolo è godibilissimo e tutto è concertato dalla regia, che contiene la forza dirompente dell’opera. Come le luci, sapientemente orchestrate da Giovanni Santolamazza, che accecano come la verità o fanno piombare in un’oscurità dell’ animo, una volta spente. I personaggi ipnotizzano per verità. Non a caso Lavia fa salire sul palco alcuni di loro dalla platea, quasi fossero qualcuno di noi o meglio, della nostra società.

 

 

 

Piccolo Teatro Strehler - via Rivoli 6, Milano (M2 Lanza)
Per informazioni e prenotazioni: servizio telefonico 848.800.304 (max 1 scatto urbano da telefono fisso)
Orario spettacoli: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30 (giovedì 3 aprile solo ore 15); domenica ore 16.00; lunedì riposo
Biglietti: platea 33 euro, balconata 26 euro
Durata: 3 ore e 40 minuti compreso intervallo

 

Articolo di: Raffaella Roversi
Grazie a: Valentina Cravino, Ufficio stampa Piccolo Teatro di Milano
Sul web: www.piccoloteatro.org

 

 

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