I giorni del buio - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Lunedì, 24 Giugno 2013 

In scena al Teatro Argentina, dal 19 al 23 giugno, gli allievi del terzo anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico con lo spettacolo “I giorni del buio”, saggio di diploma della prestigiosa scuola di recitazione diretta da Lorenzo Salveti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una coproduzione Teatro di Roma - Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico - Fondazione Teatro della Pergola
I GIORNI DEL BUIO
con gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”
Rosy Bonfiglio - Johanna
Valentina Carli - Pina
Barbara Chichiarelli - Italia
Giulio Maria Corso - Karim
Flaminia Cuzzoli - Susy
Valerio D’Amore - Vincenzo
Alessandra De Luca - Nina
Arianna Di Stefano - Ira
Desiree Domenici - Tiziana
Carmine Fabbricatore - Lello
Giulia Gallone - Maria
Samuel Kay - Caesar
Matteo Mauriello - Leonardo
Marco Mazzanti - Giovanni
Ottavia Orticello - Edda
Alessandra Pacifico Griffini - Dolores
Gianluca Pantosti - Maurizio
Eugenio Papalia - Benny
Matteo Ramundo - Paul
assistente Veronica Polacco
regia e drammaturgia di Gabriele Lavia
coreografia Enzo Cosimi
costumi Gianluca Sbicca
scene Paola Castrignanò
assistente alla regia Giacomo Bisordi

 

 

Il palcoscenico del Teatro Argentina, con la direzione artistica di Gabriele Lavia - notoriamente sensibile al sostegno e alla promozione di nuovi talenti - accoglie i giovani diplomandi e li porta in scena, una lodevole e proficua iniziativa che intende sostenere la formazione delle nuove professionalità artistiche e promuoverne l’occupazione.
La direzione artistica di Lavia, sempre feconda e creativa, alla guida dello stabile romano non è nuova a iniziative che possano avvicinare ed instaurare un rapporto speciale ed esclusivo con il pubblico romano. Il merito va ricercato senza dubbio nella scelta della qualità artistica del cartellone teatrale che, presentato al pubblico, vede i romani affezionati spettatori dello stabile. L’avvicinamento all’arte teatrale, e la riduzione del divario tra attore e spettatore è poi da ricercarsi, è giusto ricordarlo, nelle innumerevoli e originali iniziative che il teatro stesso propone a latere del cartellone. Serate d’onore, letture, poesie, conferenze, visite guidate del teatro sono regolarmente programmate tra le attività, per lo più gratuite, del Teatro di Roma. Fiorente iniziativa è stata quella dell’Atelier tenuto lo scorso anno presso il Teatro India. Lavia ed altri tre registi di riconosciuto prestigio (Claudio Longhi, Vincenzo Pirrotta e Pierpaolo Sepe) hanno condotto un Atelier, un laboratorio di esplorazione teatrale, ad attori non professionisti, aspiranti attori, spettatori e semplici cittadini, selezionati alla partecipazione attraverso il web. Un’iniziativa che ha messo in movimento molte persone attivando di conseguenza altre attività e iniziative collaterali, avvicinando significativamente al teatro un numero considerevole di persone. Ho avuto il privilegio di partecipare all’Atelier, e la forza creativa del Maestro Lavia, la sua capacità oratoria, le sue sottili considerazioni sull’arte recitativa, il sapiente ricorso ai riferimenti classici, l’analisi profonda della poesia, sono cose che non dimenticherò facilmente.
Il riferimento di carattere personale deriva dal fatto che, vedendo questi giovani attori in scena, e leggendo le note del maestro, non ho potuto non considerare il privilegio che questi giovani attori hanno nel debuttare diretti da un grande maestro, autorevole e generoso, che imprimerà in loro un prezioso e incancellabile bagaglio di conoscenza.
Con la regia e la drammaturgia dello stesso Lavia i diciannove neo-attori portano in scena un esperimento teatrale inedito. Frutto dell’istrionica creatività del grande Maestro, l’idea drammaturgica nasce dalle testimonianze che gli stessi giovani attori sono stati invitati a raccogliere in strada dagli homeless, i cosiddetti “barboni”.
“Avevo in mente uno spettacolo “strano”, una danza, un canto. Una specie di “ballata”. È venuto fuori “I giorni del buio”. Di giorno, si sa, c’è la luce; di notte c’è il buio. Qui succede il contrario. Gli homeless o “i barboni” (come amano chiamarsi tra loro) vivono una vita “rovesciata” e il rapporto (platonico per noi) buio-luce, con tutte le valenze simboliche non ha più senso. Nella “luce” non appare più “lo svelato” (la verità) – racconta Gabriele Lavia – Ho chiesto ai giovani attori dell’Accademia d’Arte Drammatica di raccogliere le testimonianze o “confessioni” (ma forse sarebbe meglio dire le “confidenze”) di uomini e donne che vivono accanto ad altri uomini e donne “con la casa”. Cosa differenzia gli uni dagli altri? La casa, appunto. Non avere la casa è il ‘buio’ per questi uomini e donne. Vivere per la strada non ha ‘luce’ “.
Ne è nato un quadro di varia umanità a tinte fosche, che si svelano nell’incontro con il pubblico. Il teatro incontra la strada, e svela il buio.
La scena si apre con il rumore intenso e assordante del treno metropolitano, e con i suoi fari che irradiano una luce intensissima, riflettori puntati verso il pubblico e verso la vita di chi non vive al buio, perché una casa ce l’ha.
Al cambio di luci si materializza in scena un enorme groviglio metallico, maestoso e imponente, che si staglia e svetta in verticale mostrando corpi appesi, in leggero movimento, lento e continuo. Nudità bianche che sembrano corpi scolpiti in un gruppo marmoreo, che lentamente si animano fino ad “espellere” un individuo, uguale e diverso dal gruppo.
Come un maestoso vulcano che lascia scivolare e spargere il suo magma, l’informe struttura (si rivelerà un ammasso di carrelli da supermercato, oggetto crudele e contrapposto a simboleggiare il “consumismo”) ne “espelle” una parte, e ne definisce i contorni, quando un pezzo si stacca dal resto prendendo forma autonoma e identità individuale.
Così, uno ad uno, i diciannove personaggi, ognuno con il suo dramma, raggiungono il centro della scena e, dopo aver dichiarato nome, provenienza ed età, passano al racconto della propria vicenda personale.
Uomini e donne ai margini, personalità borderline che sulla strada vivono il loro incanto di stenti e di desideri, con alle spalle un passato da dimenticare e, davanti, un futuro in cui poter ancora credere. Sono anime dannate, ricordano (soprattutto nel quadro scenografico) quelle dell’inferno dantesco, ma sono speranzose, sognatrici, appartenenti più alla favola che alla realtà. Un’esposizione onirica e favolistica di drammi personali e universali al tempo stesso, con il segno distintivo del labile confine tra saggezza e follia.
Il “buio” del titolo, lo abbiamo visto nelle note di regia, è riferito alla privazione di un posto in cui poter vivere, la casa, luogo deputato alla protezione degli affetti, il “riparo” ove poter proteggersi da pericoli, violenze, piogge, rumori.
E’ con questi elementi che i diciannove homeless che si avvicendano sul palco raccontano di scontrarsi e incontrarsi: Johanna (Rosy Bonfiglio) che dice di sentirsi più vecchia della pioggia e la pioggia è l’unica cosa che le è rimasta; Ira (Arianna Di Stefano) che si dispera perché la pioggia e i passanti cancellano i disegni che lei, con semplici gessetti (“quelli si trovano… i soldi per comprarli non si trovano”) e tanta passione, realizza davanti al marciapiede del teatro Argentina; Dolores (Alessandra Pacifico) che si finge una diva per dimenticare la sua storia di abusi e violenze; Maurizio (Gianluca Pantosti) che racconta dell’incontro con Alberto Sordi e di quando gli disse che il miglior ruolo che aveva interpretato era quello de “L’Avaro”, perché alla sua richiesta di qualche soldo per le sigarette, l’attore concesse solo pochi euro.
Ogni racconto è una storia drammatica ma, al tempo stesso, la rappresentazione di un sogno, una favola narrata con l’innocenza di un bambino. L’età scenica dichiarata dai personaggi è realisticamente lontana da quella effettiva degli attori, e non c’è l’intenzione della mimesi per una precisa volontà del regista: “Non volevo nulla di “realistico”. Non volevo che i nostri giovani attori facessero la parte di barboni di una certa età o, addirittura, fossero vecchissimi. Pensavo a giovani attori che dessero il loro “respiro poetico” all’anima dei nostri nuovi amici senza nessuna “mimesi”, anzi segnandone la distanza. Il rispetto.”
E’ a questi corpi freschi, giovani e acerbi che si affida l’espressione della tenerezza e dei sentimenti.
E’ la rappresentazione onirica e visionaria di un respiro poetico. Un respiro, incessante, che è quello del coro, sempre presente, invadente e pulsante, attorno al personaggio di turno.
Sequenze di bellissimi movimenti scenici vibranti (improprio sembrerebbe definirli “coreografie”), a volte sinuosi, a volte marcianti in cadenze precise e roboanti, fanno da incantevole controscena e deliziosa cornice al monologo.
Il confine tra il sogno di questi personaggi, un po’ visionari e un po’ idealisti, e la cruda realtà metropolitana - che ha ritmi e visioni distorte dall’uso frenetico del tempo e dello spazio - è netto.
Scenicamente rappresentato dal rumore intenso, acuto e assordante del metrò cittadino, e dalla luce dei fari che solca il buio e occulta (la luce, non il buio, qui la vita è “rovesciata”) le sensazioni, i sogni, la favola di queste anime infantili, pure e sagge.
Con un’ottima trovata scenica, di grande impatto visivo ed emotivo, suoni dirompenti ad alto volume e luci abbaglianti interrompono la favola e scandiscono la realtà metropolitana.
Rumori e luci, sempre gli stessi, che inframmezzano e introducono ogni volta un nuovo racconto.
Ogni racconto è esperienza di vita individuale, ma universale per chi, sia pure per motivi sempre diversi, vive ai margini di una società che non li ingloba in sé; che li vede, ma non li guarda: “Se non hai nessuno che ti vuole bene smetti di esistere, e diventi un fantasma” – dice una di loro.
Il frastuono fragoroso e la luce accecante, simboli metropolitani, spezzano a intermittenza l’incanto.
Non spezzano però la speranza. In un finale davvero emozionante e pregno di simbolica fiducia in un futuro migliore, i personaggi entrano in scena agitando lentamente, e sempre più incessantemente, un rigoglioso ramo d’albero. Convergono verso il centro della scena dove, al di sopra, campeggia il maestoso e incombente macigno di grovigli metallici, simbolo di una società materialista, che sovrasta ma non schiaccia gli ideali e la speranza.
L’imponente elemento scenico - che si rivela oggetto scenografico con indiscusso indice di protagonismo - rimane sospeso in aria, a pochi centimetri dal capo dei personaggi. Una distanza breve, ma sufficiente a decretare la salvezza delle anime dalle scorie del degrado sociale e dall’antica dicotomia tra sogno e realtà.
I personaggi/attori restano in piedi, pur sovrastati dall’enorme oggetto simbolo di materialismo che sembra volerli schiacciare, non soccombono alla sua forza.
Il finale è scandito da una musica crescente, importante e protagonista, segno distintivo della cifra registica del maestro Lavia, durante la quale i personaggi, fermi e fieri sotto l’incombente “monumento” al materialismo, si godono l’applauso caloroso del pubblico del teatro Argentina mentre il “buio”, ancora protagonista, lascia intravedere la chiusura del sipario su un palco ora illuminato da una potente e circoscritta “luce” che, ci piace immaginare, sia quella che rischiari l’anima di ognuno dei personaggi. Li abbiamo “incontrati” uno ad uno, con le loro esistenze desolate ma vive, in diciannove poetici monologhi per merito di una sapiente e sempre accattivante regia, e per il pregevole talento mostrato da tutti i giovani attori in scena.
Vogliamo nominarli uno ad uno: Rosy Bonfiglio, Valentina Carli, Barbara Chichiarelli, Giulio Maria Corso, Flaminia Cuzzoli, Valerio D’Amore, Alessandra De Luca, Arianna Di Stefano, Desiree Domenici, Carmine Fabbricatore, Giulia Gallone, Samuel Kay, Matteo Mauriello, Marco Mazzanti, Ottavia Orticello, Alessandra Pacifico Griffini, Gianluca Pantosti, Eugenio Papalia, Matteo Ramundo.
Essere diretti da un grande maestro come Gabriele Lavia nello spettacolo che li introduce - con il suggello del titolo di studio di una scuola prestigiosa come la Silvio D’Amico - nel magico mondo del teatro, costituisce certamente un buon viatico per intraprendere con sapiente capacità e consapevoli mezzi la valorizzazione del proprio talento, per approdare con legittimazione ad uno dei “mestieri” più affascinanti e misteriosi di sempre, quello dell’ attore.

 

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6840001
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.helloticket.it

 

 

Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

 

 

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