I giganti della montagna - Teatro India (Roma)

Scritto da  Sabato, 27 Febbraio 2016 

Premio della Critica 2015 (ANCT), Premio Ubu 2015 come Miglior progetto sonoro o musiche originali, Spettacolo finalista al Premio Ubu 2015 come Spettacolo dell'anno e Roberto Latini finalista, sempre ai Premi Ubu 2015, come Miglior attore o performer: queste le credenziali de "I giganti della montagna", in scena al Teatro India dal 17 al 28 febbraio. Cento minuti, decine di personaggi e un uomo solo in scena: immaginazione e... paura.

 

I GIGANTI DELLA MONTAGNA
di Luigi Pirandello
adattamento e regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci Max Mugnai
con Roberto Latini
video Barbara Weigel
elementi di scena Silvano Santinelli, Luca Baldini
assistenza alla regia Lorenzo Berti, Alessandro Porcu
direzione tecnica Max Mugnai
movimenti di scena Marco Mencacci, Federico Lepri
organizzazione Nicole Arbelli
foto Simone Cecchetti, Futura Tittaferrante
produzione Fortebraccio Teatro
in collaborazione con Armunia Festival Costa degli Etruschi, Festival Orizzonti / Fondazione Orizzonti d'arte, Emilia Romagna Teatro Fondazione
con il contributo di MiBACT, Regione Emilia Romagna

 

È perfetto - nota condivisibilmente Roberto Latini - che il lascito ultimo di Pirandello sia incompiuto, senza definizione. Come noto, infatti, de "I giganti della montagna" abbiamo il primo e il secondo atto, mentre il terzo ci è rimasto solo sotto forma di appunti e di testimonianze del figlio. Con questo testo, scritto nell'arco di diversi anni, nel quale confluiscono molti degli stilemi e dei temi pirandelliani (il complesso antefatto, i rimandi ad altri testi, propri o altrui, lo scontro tra una realtà materiale e una realtà "altra", in questo caso i "fantasmi", cosa è vero e cosa non lo è) l'autore siciliano intendeva completare la sua trilogia sui miti, composta dal mito della religione ("Lazzaro"), quello sociale ("La nuova colonia") e quello dell'arte ("I giganti della montagna", per l'appunto).

La vicenda è quella di una compagnia di attori che giunge alla villa detta "la Scalogna", occupata da un gruppo di paria sociali, i quali non sono estranei ad atti creativi assimilabili a quelli artistici. La compagnia, sovvenzionata con sempre meno mezzi dal Conte, è guidata dalla moglie di questi, Ilse (o la Contessa), un'attrice che ha dedicato la sua vita a far rivivere un poeta morto a causa dell'amore da lei non corrisposto tramite la continua messa in scena dell'opera che egli aveva scritto espressamente per lei. Nonostante - o meglio, proprio per - la poeticità del testo, la compagnia è andata incontro a insuccessi e rifiuti ed è ormai ridotta ai minimi termini. Gli Scalognati, reietti della società che mancano di mezzi di sussistenza e che sembrano vivere di - e per - l'immaginazione, sono guidati da Cotrone, un "mago" in grado, nelle immediate vicinanze della villa, di generare dal nulla immagini e fantasmi e "inventare verità". Di ciò egli fornisce diverse dimostrazioni, tra cui l'apparizione di alcuni personaggi dello spettacolo portato in giro dalla compagnia (le donne de "La favola del figlio cambiato"). Poiché la compagnia è carente tanto in mezzi quanto in personale, egli esorta la Contessa e il suo gruppo a fermarsi per sempre alla villa, dove il dramma potrà compiersi senza soffrire limiti. Tuttavia Ilse non intende venir meno alla missione autoassegnatasi: lo spettacolo deve essere realizzato per un pubblico. Cotrone suggerisce allora di allestirlo per i giganti della montagna, quel popolo di individui tanto imponenti quanto rozzi che abita, lavora e trasforma la terra circostante. Il testo scritto da Pirandello termina con un personaggio della compagnia che, udendo il frastuono provocato dai giganti a cavallo, dichiara: "Ho paura." Del terzo atto sappiamo che i giganti accettano l'offerta, ma vorrebbero solo dei lazzi. Ilse insiste per mettere in scena lo spettacolo, il quale non viene gradito. La reazione dei giganti è tale da comportare la morte di Ilse e di altri membri della compagnia. La paura era giustificata e Cotrone aveva ragione a insistere: la poesia non è di questo mondo, se così si può dire.

Pirandello sembra voler sostenere due tesi, una conseguenza dell'altra: la prima è che per quanto ci si sforzi, per quanti siano i mezzi e la convinzione (quelli iniziali del Conte e quella, perdurante, della Contessa, rispettivamente), la materiale realizzazione di un'opera d'arte (rappresentata dalla compagnia) non costituisce che una pallida sembianza dell'opera stessa, che invece può vivere ed essere vissuta pienamente solo con l'immaginazione (rappresentata da Cotrone e dalla villa); la seconda è che - anche per la pochezza dell'opera realizzata rispetto all'opera immaginata - qualsiasi tentativo di rappresentazione poetica è destinato al fallimento. Un episodio che pare aver scosso Pirandello, e al quale è forse riconducibile la paura provata nei confronti dei "giganti", sembra essere stato quello vissuto in un paesino della Sicilia, dove la sua compagnia era stata invitata per mettere in scena i "Sei personaggi in cerca d'autore". Per riempire il teatro, i nobili del paese avevano costretto ad assistervi anche i loro contadini. Il risultato fu che, al termine della rappresentazione, nessuno applaudì e che anzi gli attori dovettero uscire a dire che lo spettacolo era finito. I contadini tuttavia non si mossero se non dopo diverso tempo, quando era chiaro che non sarebbe successo più nulla. Il giorno dopo, durante il tragitto in carrozza verso la stazione, gli attori percepirono una certa ostilità dai locali, come se questi li stessero rimproverando di averli presi in giro, tanto da tirare un sospiro di sollievo una volta messosi in marcia il treno.

Immaginazione, dunque, e paura. E questi sono i due temi focalizzati dall'adattamento di Roberto Latini. "Immaginazione!" è la scritta che accoglie gli spettatori in sala, la paura segna la penultima, magistrale immagine dello spettacolo, in cui l'attore, in bilico su un trampolino col sipario chiuso alle spalle, mette il pubblico, i giganti, a parte del terrore che attanaglia l'artista nel momento del dunque, nel momento del confronto con lo spettatore. L'esito, tragico, ispiratamente reso con un vorticoso roteare del trampolino stesso su cui è adagiato il corpo esanime dell'artista incompreso, sembra essere presagito da un'immagine che non appartiene al testo originale e che ricorre tanto nel primo quanto nel secondo atto di questo adattamento, quella del Cristo-spaventapasseri, nel quale ci sembra di rinvenire la figura dell'artista o del poeta, inevitabilmente destinato alla croce, forse alla gogna, comunque al fallimento, almeno in questa vita, in questo mondo.

Complici anche un candelabro acceso che segue il performer sul palco o illumina da solo la scena, e le luci, che passano dall'astratto a suggestioni caravaggesche, l'atmosfera - e, dato il tema, non potrebbe essere altrimenti - è sempre tetra, tenebrosa, anche nei momenti più divertenti (ce ne sono!) dello spettacolo, costellato da immagini e soluzioni fulminanti (dalla proiezione di parole al posto degli oggetti che rappresentano - immaginazione, appunto! -, a buona parte del secondo atto, affidato esclusivamente a semplici quanto suggestivi effetti scenici - immaginazione, appunto! -, all'uso di più microfoni ed effetti audio per rendere la concitata scena iniziale - immaginazione... appunto!), il cui unico difetto consiste nel richiedere, per essere comprese, una preventiva conoscenza di un testo che, per quanto noto, di fatto non è poi così conosciuto. Ma non è forse perfetto che proprio un adattamento de "I giganti della montagna" rischi di risultare oscuro e venire frainteso dai giganti seduti in prima fila?

 

Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi) 1, 00146 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684.000.346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal 17 al 20 febbraio ore 21, il 21 e dal 23 al 28 febbraio ore 19
Biglietti: posto unico 18 € (ridotto 16 €)
Durata spettacolo: 100 minuti più intervallo (I atto: 60’ / intervallo / II atto: 40’)

Articolo di: Pietro Dattola
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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