I Giganti della Montagna - Teatro Eliseo (Roma)

Scritto da  Domenica, 24 Marzo 2019 

Con “I Giganti della Montagna”, Gabriele Lavia chiude la sua personale trilogia pirandelliana. Dopo i “Sei personaggi in cerca d’autore” e “L’uomo dal fiore in bocca… e non solo”, porta in scena un maestoso allestimento dell’ultima opera, incompiuta, scritta dal grande drammaturgo siciliano. Fino al 31 marzo al Teatro Eliseo di Roma.

 

I GIGANTI DELLA MONTAGNA
di Luigi Pirandello
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Antonio Di Pofi
luci Michelangelo Vitullo
maschere Elena Bianchini
coreografie Adriana Borriello
con Gabriele Lavia (Cotrone detto il Mago)
La Compagnia della Contessa - Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Lepera, Luca Massaro
Gli Scalognati - Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Daniele Biagini, Marika Pugliatti, Beatrice Ceccherini
I Fantocci (personaggi della "Favola del figlio cambiato") - Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Tiberia
produzione Fondazione Teatro della Toscana
in coproduzione con Teatro Stabile di Torino, Teatro Biondo di Palermo
con il contributo di Regione Sicilia
e con il sostegno di Atcl - Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio, Comune di Montalto di Castro, Comune di Viterbo

 

Un teatro all’italiana, fatiscente, in rovina, squarciato a cuneo nel centro, con i palchi diroccati e in parte demoliti, si apre alla visione dello spettatore quando il sipario, anch’esso antichizzato e liso, si leva lentamente verso l’alto.

È l’immagine-simbolo, una creazione potente dello scenografo Alessandro Camera, che vuole rappresentare metaforicamente la morte del teatro, o quel che ne resta. Quella morte che Pirandello avrebbe voluto narrare nel terzo atto della sua ultima opera, rimasta appunto incompiuta, che scrisse “di getto, come faceva sempre” fino a che la morte lo colse nella sua abitazione romana di Via Bosio.

“I Giganti della Montagna”, mito teatrale, testamento poetico, summa eccelsa della lirica del grande drammaturgo siciliano nella sua opera più complessa, più visionaria. Un vero atto d’amore verso l’arte più arcaica, il teatro appunto, rappresentato con l’efficacia del metateatro, espediente scenico caro all’autore siciliano.

Così come i “Sei personaggi” dell’omonimo dramma irrompono su un palcoscenico dove si sta provando “Il Giuoco delle parti”, così la Compagnia della Contessa Ilse, in cerca di un teatro dove poter rappresentare “La Favola del figlio cambiato”, sopraggiunge a fatica in questo strano luogo, la villa Scalogna, avamposto e ultimo baluardo di una stramba combriccola di personaggi buffi e variopinti. Sono gli “scalognati”, individui stravaganti, clowneschi, dagli abiti e dai nomi bizzarri: La Sgricia, Quaqueo, Duccio Doccia, Milordino, Mara-Mara, Maddalena.

Sono capitanati dal saggio Cotrone (Gabriele Lavia), mago con in capo il fez turco “per il fallimento della poesia della cristianità”, capace di dare anima alle apparenze con la sola forza dell’immaginazione. Accoglierà la Contessa Ilse (Federica Di Martino), vera anima del dramma, “il-sé”, la coscienza della storia. Un’attrice stremata dal dolore, ormai “larva” di se stessa, disperatamente in cerca di un pubblico verso il quale trasferire la sua recitazione e la sua poetica.

Cotrone proverà a convincere la Contessa a restare nella villa, convinto lui stesso che in questo luogo indefinito, tra favola e realtà, alberghi tutto ciò di cui abbia bisogno: “I sogni, la musica, la preghiera, l’amore… tutto l’infinito che è negli uomini lei lo troverà dentro e intorno a questa villa”. Ma la Contessa non accetta, decisa a riversare la sua arte solo verso qualcuno che le possa dare ascolto.

A Cotrone non resta che proporle - allora - di recitare per i Giganti, uomini potenti, avidi di materialismo, immuni dalla dimensione spirituale, volgari assassini della bellezza e dell’arte. Nel finale mai scritto, ma che Pirandello testimoniò al figlio Stefano, la rozzezza di coloro che non hanno sensibilità tale da apprezzare l’espressione poetica finirà per distruggere - con l’uccisione di Ilse e degli attori della sua Compagnia - l’essenza dello spirito artistico decretando, così, la morte dell’arte e del teatro.

Lavia opera una rappresentazione filologica, assolutamente aderente al testo originale, e sceglie dunque - diversamente da altri allestimenti (viene in mente quello di Vetrano e Randisi del 2011 andato in scena nell’allora “funzionante” Teatro Valle) di non rappresentare in scena l’uccisione di Ilse, espressione metaforica della morte del teatro. Perché osserva: “Pirandello avrebbe voluto raccontare la morte del teatro. L’atto della morte del teatro non lo ha mai scritto… per una necessità o per una provvidenza del caso, questa incompiutezza dell’opera ci dice che il teatro non morirà mai.” Un prodigio, piace pensare.

L’idea registica, non c’è da dirlo, orchestra ogni elemento al meglio, concedendo al pubblico una visione d’insieme - nonostante il numero elevato degli attori in scena, ventitré - di grande armonia e raffinatezza estetica. Si apre alla visione un grande quadro policromo, colori e costumi di ricercata fattezza e un ritmo polifonico sostenuto, che purtroppo in qualche scena iniziale - nelle sovrapposizioni vocali - va a scapito di una pulita comprensione. Suscitano stupore i Fantocci, una creazione di Elena Bianchini, perfetti nei movimenti plastici compiuti in assoluta sincronia, coreografati da Adriana Borriello.

Colpisce la realizzazione del contrasto visivo, che mostra efficacemente il divario dell’animo delle due formazioni, illustrato con accuratezza dai costumi di Andrea Viotti: coloratissimi e stravaganti per il gruppo degli Scalognati, folletti vivaci dall’animo leggero; mesti, logori e ingrigiti per gli attori della Compagnia, uomini appesantiti, provati dalle insidie di una società che vuole abbattere l’arte e il mondo il teatro.

Una dimensione surreale e onirica, altamente simbolica, connota il dipanarsi di tutta l’azione scenica, accompagnando lo spettatore ad aderire alle suggestioni dell’invisibile e delle fantasie, così come avviene nei sogni. E allora sì, “vigliacco chi ragiona!”.

Il Cotrone di Lavia, saggio e ingenuo, tenero e forte, resta il fulcro dentro e attorno al quale prendono significato le parole di Pirandello; esse dicono già tutto perché - sostiene Lavia - “Pirandello sa cos’è l’arte: l’arte è il pensiero umano. La gente non pensa, fa. I Giganti sono uomini del fare”. Il monito finale, quelle cinque, laceranti parole “Io ho paura, ho paura” sono lo sgomento, sono la “paura di un chissà come, chissà dove” di questi poveri attori dispersi e di questi scalognati, anime sognanti costrette a rifugiarsi in un teatro semidistrutto “perché il mondo non è più quello adatto a loro”.

Non resta allora che abbattere i limiti del naturale e del possibile, immaginare, e “subito le immagini si fanno vive da sé” perché libere da limiti e confini. Al contrario della forma, che è morte, perché costretta nello spazio e nell’immobilità della sua materia. Un bellissimo passaggio recita: “La vita è vento, la vita è mare, la vita è fuoco. Non la terra che s’incrosta e assume forma”.

Con il suo Cotrone, Gabriele Lavia dona al pubblico un’interpretazione superba, fatta di una padronanza scenica non ostentata ma mirabilmente incisiva, di una profonda conoscenza dell’arte recitativa, di talento e di consapevolezza del “mestiere”. Si tiene ben lontano da insulse velleità di supremazia o protagonismo, pur essendo filologicamente protagonista, ponendosi invece con naturalezza come parte del tutto; un componente assolutamente essenziale di un affascinante ensemble. Vive appieno il suo personaggio con la spontaneità di un bambino, proprio come indica l’ultimo insegnamento che Pirandello lascia in eredità agli attori con questa opera così straordinaria: “Imparino dai bambini, che fanno il gioco, poi ci credono, e poi lo vivono come vero!”. E lui il gioco lo fa, ci crede e lo vive. In un paio di passaggi particolarmente significativi, desta meraviglia la potenza di una gestualità incantevole, armoniosa ed energica, che Lavia convoglia con maestria nell’espressione vivida del significato drammaturgico. Candore misto a saggezza, stupore, incanto sono gli ingredienti con cui tratteggia il suo personaggio, in un perfetto equilibrio tra la triste consapevolezza di una realtà degradata dal disinteresse per la poesia, e l’adesione convinta ad un mondo fatto di immaginazione, di sogni, e di magia.

Un mondo, quest’ultimo, contrapposto alla struggente malinconia della Ilse di un’intensa Federica di Martino, che tratteggia abilmente il suo personaggio con pulsione e inquietudine, oppressa rigidamente dalle regole di una società in decadenza e tragicamente colpita dal dramma dell’autore del testo che vorrebbe rappresentare - “La favola del figlio cambiato” -, morto suicida per lei.

La Sgricia è il personaggio che Pirandello ha dipinto ispirandosi alla sua Maria Stella, la cameriera (‘a criata, in siciliano) di quando era bambino, certamente la persona più importante della sua vita infantile. Cita Lavia nel suo ultimo libro: “In Sicilia si dice che “ ‘a criata fa ‘a creatura” che vuol dire che è la donna di casa, la cameriera che forma il bambino.” Pirandello la renderà immortale, omaggiandola nel personaggio della Sgricia, che sa di essere morta. Nellina Laganà colora la sua interpretazione con una giusta combinazione di brivido e leggerezza, strappando qualche risata e creando il giusto pathos nel restituire il senso dell’aldilà.

Vale la pena citare tutti gli attori del cast, ognuno meritevole di un plauso all’interpretazione ed alla sinergia corale. Gli attori della Compagnia della Contessa: Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Lepera, Luca Massaro; Gli Scalognati: Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Daniele Biagini, Marika Pugliatti, Beatrice Ceccherini; I Fantocci (personaggi della "Favola del figlio cambiato") Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Tiberia.

C’è da sottolineare l’ingente impegno produttivo, ormai raro, che ha visto una pluralità di soggetti contribuire alla realizzazione di uno spettacolo decisamente maestoso: la Fondazione Teatro della Toscana in coproduzione con il Teatro Stabile di Torino, il Teatro Biondo di Palermo con il contributo della Regione Sicilia e con il sostegno di ATCL Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio, Comune di Montalto di Castro e Comune di Viterbo.

Proprio a Viterbo, al Teatro dell’Unione, era stata prevista la prima nazionale, ma un infortunio del Maestro Lavia ha costretto a rinviare il debutto, che è andato in scena qualche giorno dopo, il 27 febbraio, al Piccolo Teatro Strehler di Milano.

“I Giganti” di Lavia, uno spettacolo imponente, assolutamente imperdibile, che cattura lo spettatore nella dimensione onirica, nel clima magico e nell’acutezza delle penetranti riflessioni filosofiche, patrimonio inestimabile che il grande drammaturgo siciliano ci ha lasciato quale preziosissima eredità.

C’è tempo fino al 31 marzo per poterlo ammirare nel “monumentale” allestimento di un grande, inarrivabile Maestro. Un “Gigante”, nell’accezione metaforicamente opposta a quella del titolo.

Al Teatro Eliseo di Roma. Poi, il recupero delle date di Viterbo, il 3 e il 4 aprile al Teatro dell’Unione.

 

Teatro Eliseo - Via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Botteghino: lunedì ore 13/19, dal martedì al sabato ore 10/19, domenica ore 10/16
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20; mercoledì e domenica ore 17
Biglietti: da 15 € a 35 €
Durata spettacolo: 2 ore e 15’ intervallo compreso, 2 atti (1 ora e 10 - 45 minuti)

Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.com

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