Hedda Gabler - Teatro Libero (Milano)

Scritto da  Martedì, 21 Aprile 2015 

"Hedda Gabler" è sicuramente uno dei drammi di Ibsen tra i più noti e affascinanti. Viene raccontata la storia di una donna a cui Ibsen ha donato un'indubbia forza di carattere e al contempo una disarmante fragilità. Hedda è fiera, attraente ma anche feroce. Hedda è gelida e altera eppure avida di vita. Questa produzione si inserisce nell'ambito dell'importante residenza teatrale milanese nata con l'innovativo progetto Teatro Libero Liberi Teatri (TLLT) e vede coinvolte le maggiori associazioni che hanno in questi tre anni aderito a tale progetto. La scelta di affidare la regia a Cristina Pezzoli, una delle registe più importanti ed affermate della scena teatrale italiana, conferisce all'allestimento prestigio e forza innovativa.

 

Produzione Teatro Libero Liberi Teatri presenta
HEDDA GABLER
di Henrik Ibsen
regia Cristina Pezzoli
aiuto regia Luca Orsini
con Laura Anzani, Marco Brinzi, Monica Faggiani, Monica Menchi, Dario Merlini, Angelo Tronca
e con la partecipazione straordinaria di Rosalina Neri
scene e luci Paolo Calafiore
costumi Rosanna Monti

 

Bisogna osservare il proprio passato con tenerezza, non con severità. Il mio primo ricordo personale di Hedda Gabler è legato agli anni del liceo, dunque al pleistocene. Non che fossimo ragazzini particolarmente indisciplinati, però insomma, come dire, le evoluzioni delle trame ibseniane non ci incuriosivano più di tanto. Giunti al momento topico, il suicidio della protagonista, ci lanciammo in un applauso liberatorio. Finalmente quella donna si era levata dai piedi, e questo significava un lasciapassare per l'esterno, la ripresa del nostro routinario mestiere di “fancazzisti” fuori dal teatro. Poi nella vita succede che uno matura. Non troppo, intendiamoci, ma almeno quel tantino che consente di apprezzare la buona fattura dell'allestimento in scena al Libero in questi giorni.

Si trattava, soprattutto, di restituire la complessità della figura di Hedda. Di Hedda-Emma, perché l'insoddisfazione della ricca signora norvegese - sposata con un uomo che non ama, e predisposta all'adulterio non per ninfomania ma perché le circostanze le suggerivano distrazioni coniugali - ha molto in comune col taedium vitae della Bovary flaubertiana. Però, affinché noi spettatori del Libero all'uscita dello spettacolo potessimo affermare - mutuando appunto Flaubert - “Hedda c'est moi!”, ci volevano soprattutto una regista e un'attrice protagonista con le idee molto chiare sul da farsi. Ringraziando Iddio, le idee di Cristina Pezzoli e Monica Faggiani su questo classico della letteratura teatrale sono non chiare ma chiarissime.

Più di cento anni fa, quando il testo venne proposto per la prima volta in Italia, D'Annunzio era considerato lo zenit della scrittura: una Hedda non dannunziana era semplicemente inimmaginabile. Non che adesso si metta in dubbio l'immensità del Vate, però gli orizzonti si sono fortunatamente allargati, e dunque Dame Gabler ha conquistato, col tempo, le sue belle inquietudini novecentesche, le sue insicurezze da “bambina pasticciona e spaventata”, come la definiva Franco Quadri in riferimento all'interpretazione che ne diede Manuela Kustermann vent'anni fa.

La Hedda di Monica Faggiani è sicuramente più affine alla Hedda della Kustermann che non a quella della Duse. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: la madre di tutte le Hedde moderne è stata la grande Emma Gramatica, che con le sue manine e la sua lettura poco eroica del personaggio scandalizzò i “parrucconi” della critica dell'epoca. Ora, aprile 2015, ci vuole ben altro per scandalizzare. E di sicuro non c'è niente di cui scandalizzarsi per la recitazione di Monica, che ha restituito pienamente l'attualità di un personaggio anagraficamente vissuto alla fine dell'Ottocento ma - al di là degli elementi scenografici che lasciano intendere chiaramente un interno domestico del passato, e al di là del linguaggio agée che utilizza per esprimersi - sembra uscito dalla penna di uno scrittore contemporaneo. La Hedda di Monica non è caduta nel tranello di cui parlava Ingrid Thulin, musa di Bergman, in un'intervista di molti anni fa: «Mettere in scena in Italia un testo come Hedda Gabler, se non si lavora a riempire lo spazio di diversità tra la psicologia italiana e la psicologia del personaggio di Ibsen, è impossibile».

Anche se la Faggiani, va detto, non riesce a entrare da subito nel mood del drammaturgo scandinavo: alle prime battute la sua caratterizzazione risulta più leziosa che controversa. Poi piano piano qualcosa carbura dentro di lei, e assistiamo a una prova da attrice con la A maiuscola. Ma è lo spettacolo in generale che all'inizio tarda a decollare: nonostante la bravura straripante di Rosalina Neri nei panni della zia di Jørgen (lo sappia, Rosalina, che anche i pinguini la guardano, e battono le ali in segno di approvazione), c'è qualcosa nei minuti iniziali che non quadra. La prima impressione, così a pelle, è che forse il dramma “Hedda Gabler” sia destinato a teatri più spaziosi, a scenografie più imponenti. Dopodiché però il motore comincia a girare regolarmente, e si ripone definitivamente in un angolo ogni perplessità. C'è però, nel cast, chi gira di più e chi meno. Naturalmente, non sarebbe nemmeno il caso di specificarlo, sono appunti che muoviamo allo specifico della loro performance al Libero, e non al talento come interpreti, che hanno già avuto modo di mostrare in più occasioni.

Comunque, senza ciurlare troppo nel manico, Angelo Tronca nei panni di Tesman (il marito di Hedda, il quale avrà pure des man come si dice in dialetto milanese, ma non ne usa nemmeno una per soddisfare sessualmente la moglie) e Laura Anzani (Thea Elvsted, l'amica di famiglia) non convincono del tutto: Angelo, con quegli occhialetti, somiglia a Papà Castoro che racconta le fiabe ai figlioli castorini per placare la loro eccessiva vivacità (e forse non era intenzione della Pezzoli far tornare alla mente il celebre roditore francese); Laura dà vita a una Thea eccessivamente flemmatica, ed è probabile che questo derivi da un'incomprensione tra regista e interprete su come dosare questa flemma. Inoltre, per il futuro non sarebbe una cattiva idea lasciare in camerino quella parrucca da cicisbea, e presentarsi in scena coi capelli che mamma le ha fatto. Pettinati alla moda dell'epoca, si intende.

Di buon livello il Løvborg (lo scrittore amico-rivale di Tesman) di Marco Brinzi. Pure Marco all'inizio non prometteva benissimo: con quelle lenti scure e il bastone sembrava un misto tra la Cieca di Sorrento e il Chiarchiaro pirandelliano. Poi però comincia a parlare, e salta fuori la vibrante potenza della sua voce. Non totalmente efficace la Berte (domestica dei Tesman) di Monica Menchi. Solo nel finale è perfetta: inquietante come la suora che suona le campane nella torre, dopo che Kim Novak si è gettata nel vuoto senza apparente motivo, nel capolavoro di Hitchcock “La donna che visse due volte”.

Il migliore di tutti, al pari di Monica Faggiani-Hedda, è Dario Merlini-Brack (l'assessore privo di moralità). Dario ha maturato ormai da anni la volontà, ferma e non barattabile, di fare l'attore “per sul serio”, come diceva Greggio in un vecchio sketch. Però, questa volta ha davvero dato il meglio di sé: per la prima volta, osservando la disinvoltura con cui tratteggia questo ruolo di “carognone”, ho capito perché gli allievi dei corsi che tiene come insegnante gli vogliono un bene matto. Se lo merita tutto questo affetto. Per sul serio.

Pur ribadendo ancora una volta la stima inossidabile verso Cristina Pezzoli - che nell'insieme ha messo in piedi un gran bel lavoro - ci permettiamo infine un altro paio di osservazioni critiche: il pesciolone che nuota nell'acquario sulla parete è una metafora forse troppo esplicita della situazione claustrofobica in cui vive Hedda, mentre bastava tutto sommato, per rendere l'idea, la vaschetta in cui la donna affonda la testa nel primo atto; le musiche di accompagnamento a volte sono invasive, in alcuni passaggi c'è in esse un romanticismo che non aggiunge e non toglie niente alla scena.

Bene, il nostro piccolo e modesto apporto critico lo abbiamo dato pure stavolta. Forse non ha tutti i torti Corrado d'Elia, direttore artistico del Libero, quando afferma che “la critica teatrale sta morendo”. Appoggiamo a tal punto la sua riflessione che scegliamo, come sottotitolo di questo articolo, “Il ritorno dei morti viventi”.

 

Teatro Libero - via Savona 10, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8323126, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: da lunedì a sabato ore 20.30; domenica ore 16; riposo 21, 22, 23 aprile
Biglietti: intero € 19, under 26/over 60 € 13, allievi scuola Teatri Possibili con tessera associativa € 6, altre scuole di teatro € 10, prevendita € 1,50

Articolo di: Francesco Mattana
Foto di: Andrea Finizio
Grazie a: Clarissa Mambrini, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

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