Hamlet - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 01 Ottobre 2014 

Al Teatro Argentina, nell'ambito del Romaeuropa Festival, è andato in scena, in prima nazionale, “Hamlet”, un progetto di Andrea Baracco, Biancofango, Luca Brinchi e Roberta Zanardo (Santasangre), con la regia di Andrea Baracco, atteso dopo la splendida prova del suo recente “Giulio Cesare”. Lo spettacolo è inserito all’interno di “Shakespeare alla nuova italiana”, rassegna di nove spettacoli che il Teatro di Roma dedica all’opera del drammaturgo inglese.

 

HAMLET
di William Shakespeare
un progetto di Andrea Baracco, Biancofango, Luca Brinchi e Roberta Zanardo (Santasangre)
regia Andrea Baracco
drammaturgia Francesca Macrì
impianto scenico, disegno luci, costumi Luca Brinchi e Roberta Zanardo
progetto video Luca Brinchi, Roberta Zanardo, Daniele Spanò
collaborazione al disegno luci Javier Delle Monache
collaborazione ai costumi Marta Genovese
direzione tecnica Javier Delle Monache
direzione di produzione Alessia Esposito
Produzione Teatro di Roma, Festival Romaeuropa, 369gradi
in co-produzione con Festival Internacional de Teatro Clásico de Almagro
in collaborazione con Tfddal - Teatro Franco Parenti, La Corte Ospitale, ATCL (Associazione Teatrale tra i Comuni del Lazio), Kollatino Underground
con il sostegno di Carrozzerie|n.o.t, Claudio Angelini (Città di Ebla), Link Academy

Personaggi e interpreti
Amleto - Lino Musella
Gertrude - Eva Cambiale
Claudio - Paolo Mazzarelli
Orazio, Guilderstern - Michele Sinisi
Polonio, Osric, Prete - Andrea Trapani
Laerte, Rosencrantz, Attore - Woody Neri
Ofelia - Livia Castiglioni
Spettro - Gabriele Lavia (in audio e video)

Si alza il sipario tagliafuoco, Orazio sale, guardingo, sul palco, brandendo un occhio di bue verso l'oscurità della platea, cercando di individuarne un senso. La scenografia è essenziale e, quindi, invisibile agli occhi. Un lungo tavolo da lavoro trattiene l'impeto gagliardo di Claudio, Gertrude, Laerte, Polonio e Amleto, seduto, mentre finge debolezza.

Sul pannello di fondo parte l'immagine di una rutilante corsa su rubizze montagne russe, mirabile metafora di sommovimento d'animo e gesta umane. Il veleno versato nell'orecchio del re morto continua a colare, trasportando Gomorra in Danimarca. Claudio ha tramato per un potere “a 5 stelle” che non sa gestire. Donna Gertrude non sembra consapevole della tragica farsa che la circonda. Laerte tenta la fuga di cervello ma la ricerca, senza fondi, di vendetta, lo riporterà in patria. Amleto è un guappo, la vendetta per la morte del padre appare solo una motivazione accidentale per scatenare un caos che avrebbe generato comunque. Figlio di spettro reale, atteggia la sua privilegiata spocchia, irride se stesso e il micromondo che lo circonda, compresa la misera Ofelia, portandola alla morte.

Uccide Polonio come un ragazzino viziato, troppe volte, uccide un clochard, per noia, per frustrazione, per vedere se è poi così facile uccidere. Un Polonio direttosi di gran lena verso una fine che definisce l'inconsistenza del suo esserci. La voce di un confortevole Lavia ci conduce fra proiettate immagini di boschi ridondanti. Laerte insegue la sua cieca vendetta per il padre e la sorella, “braveheart” Claudio si affanna a discolparsi! Se la regia glielo avesse concesso, avrebbe indubbiamente ammiccato una sua personalissima versione di “it wasn't me” dell'indimenticato Shaggy. Ma giunge alfine la resa dei conti e Laerte ed Amleto si affrontano, con delle finte mazze da baseball, in una sorta di “battaglia navale”, cioè picchiando, rispettivamente su dei pannelli di metallo e cogliendo, evidentemente, i concordati punti vulnerabili. Solo allora Orazio, in nome e per conto di, sbrigherà un abbozzo di “tobeornottobe”.

Parafrasando un vecchio adagio... con troppe compagnie a teatrar, non si fa mai “Giorgio”! L'atmosfera post-industriale, l'irrinunciabile nudo integrale e l'inevitabile musica elettronica sottolineano l'evidente esigenza di modernità; il bardo, d'altronde, ha insiti, nel suo cognome, scuotimento (to shake) e ricambio (to spare), tuttavia l'inseguimento forsennato della rottura degli schemi e della contemporaneità non offre quello sguardo lucido, che si auspicherebbe, sulla reiterazione, nelle stagioni dell'uomo, della propria miseria, riflette invece quella crisi di contenuti e di idee che, troppo spesso, soffoca il nostro Paese, teatro compreso... “...talvolta, in verità, quasi ridicolo.” (T.S. Eliot)


Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: venerdì 26 settembre ore 21.00, sabato 27 settembre ore 19.00, domenica 28 settembre ore 17.00
Durata: 2 ore e 15 minuti più intervallo

Articolo di: Enrico Vulpiani
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio Stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net - http://romaeuropa.net

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