Grimmless - Teatro India (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 06 Aprile 2011 
Grimmless

La lacerante, virulenta, impetuosa ed emozionante arte teatrale di Stefano Ricci e Gianni Forte, idolatrati dal pubblico e ormai da tempo indicati dalla stampa come i due enfants terribles della scena drammaturgica italiana, approda al Teatro India con l’ultima creazione del loro incoercibile e magmatico estro creativo, l’atto unico “Grimmless”. Il consolatorio e carezzevole rifugio offerto dalle fiabe dell’infanzia, di cui i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm rappresentano la più celebre e tradizionale incarnazione, viene demolito sotto gli implacabili fendenti della violenza, dell’indifferenza e dell’alienazione che contraddistinguono il nostro doloroso vivere quotidiano. Un viaggio sin nel profondo dell'animo umano accompagnati per mano da cinque attori eccezionali per un'opera toccante, visionaria e coraggiosa, che immerge lo spettatore in una vera e propria catarsi dello spirito.

 

Ricci/Forte in co-produzione con Teatro Pubblico Pugliese Benvenuti

e con il sostegno di “Sviluppo delle attività di teatro e danza in Puglia – Produzione di nuovi spettacoli in prima nazionale” (fra le azioni strutturali del PO FESR 2007/2013 programmate dalla Regione Puglia e affidate al Teatro Pubblico Pugliese) presentano

GRIMMLESS

di Stefano Ricci e Gianni Forte

regia di Gianni Forte

movimenti Marco Angelilli

assistente alla regia Elisa Menchicchi

regia di Stefano Ricci

con Valentina Beotti, Anna Gualdo, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori e Anna Terio

 

GrimmlessApproda al Teatro India di Roma, dopo il debutto pugliese a Santeramo in Colle e le repliche andate in scena al Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino, il nuovo attesissimo spettacolo del duo Ricci/Forte, con la consueta febbrile e calorosissima accoglienza da parte del pubblico: cinque serate tutte sold out da oltre un mese ed affollatissime liste d’attesa come extrema ratio per procurarsi un agognato biglietto. Un reale fenomeno mediatico, unanimemente consacrato da critica e pubblico, che affonda le proprie radici in un incessante lavoro di sperimentazione drammaturgica e nella capacità rara e lucidissima di percezione delle più recondite dinamiche psicologiche umane e del modo in cui interagiscono, finendo inevitabilmente per scontrarsi in maniera deflagrante, con la realtà sociale, culturale e politica del mondo che ci circonda. Un’affilata acutezza di indagine che nelle opere precedenti è stata esaltata dalla straniante fusione tra modalità espressive decisamente moderne e le suggestioni letterarie provenienti dalla tradizione classica (Ovidio con “MetamorpHotel”, Christopher Marlowe con “Wunderkammer soap”, Virgilio con “Troia’s discount”, Ludovico Ariosto con “100% furioso”, Aristofane con “Ploutos”, William Shakespeare con “Troilo vs cressida”) o dai più interessanti autori contemporanei (Dennis Cooper con Macadamia nut brittle, Harold Pinter con “Pinter’s anatomy e Chuck Palahniuk, attorno alla cui opera narrativa si dipanerà il workshop “ImitationOfDeath” in programma presso il Teatro Pim Off di Milano nel mese di maggio); nel caso di “Grimmless” il modello archetipico di riferimento è invece da rintracciare nel ricco patrimonio di leggende popolari, oscure e rocambolesche disavventure di personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo, che si è cristallizzato nelle fiabe dei fratelli Grimm assurgendo a simboli di umanissimi vizi e virtù.

Andrea PizzalisPer coloro i quali conoscano l’estetica furiosa, iconoclasta, raffinata e fortemente personale di Ricci/Forte è facile immaginare che questo excursus non sarà all’insegna dello spirito rassicurante, romantico e zuccherino con cui questo repertorio favolistico è stato consuetamente riposto nella memoria, avvolto in un’aura nostalgica e consolatoria di ascendenza disneyana. Si riponga pertanto sotto chiave qualsiasi auspicio di un lieto fine, poiché nella nostra realtà quotidiana le certezze incrollabili si sono da tempo inesorabilmente sgretolate sotto i colpi inclementi di ambizioni frustrate, sentimenti violentati, bieco opportunismo, qualunquismo imperante e perverse ossessioni. E così i protagonisti delle fiabe che nelle nostre notti ingenue di bambini ci conducevano dolcemente tra le braccia di Morfeo si tramutano in fantasmi inquietanti, in deliri assordanti, nell’annientamento dell’io in paradisi di stordimento, nella ricerca spasmodica di rifugi affettivi che troppo spesso nascondono abissi di solitudine e sofferenza.

La concretezza visionaria e la drammatica intelligenza nello scandagliare l’animo umano che ha da sempre contraddistinto i testi teatrali di Stefano Ricci e Gianni Forte permane intatta ed anzi acuita in “Grimmless”; dopo la performance messa in scena alla Fondazione Fendi nel periodo natalizio, “Some Disordered Christmas Interior Geometries”, sotto numerosi punti di vista maggiormente lineare e volta a investigare i disagi sociali e politici del nostro paese, il geniale talento creativo di questa dirompente coppia artistica torna ad estrinsecarsi su sentieri più affini alle esperienze passate, con un rigore sintetico sempre più chiaro e vigoroso e dipingendo quadri di fortissimo impatto emotivo e suggestione visiva.

In scena cinque attori dal prezioso carisma, dal seducente fascino e dalla straordinaria potenza espressiva, ai quali la messa in scena richiede un soverchiante impegno sia a livello di introspezione psicologica che sul piano fisico: il loro corpo diviene assieme alla parola mezzo di comunicazione per dar voce alle più inconfessabili emozioni e ad una drammatica insofferenza per la realtà attuale, torbida e sanguinante. Valentina Beotti, Anna Gualdo, Andrea Pizzalis, Giuseppe Sartori e Anna Terio, performer con cui Ricci/Forte hanno avuto modo di collaborare in numerosi progetti teatrali nel corso degli ultimi anni e al cui percorso di crescita ormai ci siamo fortemente appassionati, anche in “Grimmless” si confermano degli interpreti di grandissima generosità nell’offrirsi senza difese al pubblico, capaci di sostenere con padronanza e forza l’esperienza allucinata e lisergica di questo viaggio straniante nei ricordi dell’infanzia.

Giuseppe SartoriIn un esplosivo cortocircuito tra cultura pop, ancestrali tradizioni folkloriche, dardi musicali sferrati con improvvisa ferocia e spunti di riflessione di lacerante crudezza, assistiamo alla trasfigurazione che i più celebri personaggi delle fiabe hanno subito con l’avvento del nuovo millennio. La casa di marzapane di Hansel e Gretel si è tramutata nella sontuosa villa di una coppia, con la quale Andrea Pizzalis ha finalmente trovato, instaurando un torbido menage-a-trois, il conforto di un calore familiare che i genitori non avevano mai saputo regalargli; peccato che in una notte di eccessi e bagordi sessuali si sia passato decisamente il limite, tanto che il ritrovamento del suo corpo esanime con la testa incappucciata ha alimentato per giorni le fameliche pagine della cronaca nera locale; il racconto di questo dramma, della fuga da una lancinante solitudine che ha sprofondato il protagonista nei miasmi di una depravazione senza ritorno, ci viene narrato da Andrea con commovente intensità ed innocente candore, ricostruendo la scena del crimine grazie ad una scintillante casa di Barbie fucsia e ripercorrendo dunque l’abusato clichè dei plastici di cui i talk show sembrano essere sempre più insaziabilmente ghiotti per mettere in scena i delitti con voyeuristica attenzione ai dettagli: i personaggi coinvolti in questa vicenda divengono così delle bambole, inanimate ed inespressive, proprio come il patetico e plastificato struggimento con cui i media affronteranno questa notizia, una tra le tante, con l’occhio sempre rigorosamente rivolto agli indici di ascolto. E’ poi la volta di una Bella Addormentata affetta da una narcolessia che assume i connotati di un cosciente desiderio di rifuggire la contingenza del quotidiano, gli affetti più laceranti, l’amore nelle sue molteplici e spesso strazianti declinazioni. Un sonno dunque che rappresenta l’abbandono ad una confortante sospensione onirica, lontana dai traumi a cui l’esistenza inevitabilmente ci espone. Giuseppe Sartori incarna questo senso di inadeguatezza sentimentale e il desiderio di innalzare un rassicurante argine tra la propria anima e gli assalti del mondo esterno, con toccante delicatezza ed una fragilità che, attraverso il contrasto con la sua fisicità virile e possente, acquisisce un ancor maggiore pathos drammatico. Decisamente alienante e impetuoso il finale del suo monologo allorchè, in preda all’ennesimo attacco di sonno profondo, sarà assalito dagli agli altri quattro attori che, sulle note incalzanti di “When I grow up” delle Pussycat Dolls, cercheranno di risvegliarlo in ogni modo dal suo torpore atavico.

GrimmlessIncastonato nel cuore dello spettacolo è poi il monologo portato in scena da Anna Gualdo, moderna Cappuccetto Rosso che, dilaniata dalle memorie di un’infanzia infelice e dall’opprimente peso dei suoi sogni non realizzati, vorrebbe cancellarne con furiosa ed irrefrenabile violenza ogni traccia. Ciò che più avrebbe desiderato, nella sua ingenuità fanciullesca, sarebbe stato indossare il tutù e danzare sulle punte ma un destino crudele e la malvagità materna le impedirono il coronamento di questo sogno cosicchè, intrisa di un pianto dirotto, l’unico modo per esorcizzare il peso incombente del passato è quello di polverizzarlo: eccola dunque predisporre sul proscenio un tronchetto d’albero adornato del suo candido tutù, delle sue scarpette rosa con le punte e di un diadema brillante, tronco d’albero che verrà letteralmente ridotto in frantumi utilizzando una motosega.

Subito dopo ci viene rammentato che, per le Cenerentole moderne, non esiste alcuna speranza di incappare in principi azzurri premurosi e cavallereschi e che la bellezza è un bene puro e cristallino, che ben presto sarà contaminato dal violento squallore del mondo esterno: la Cenerentola portata in scena da Valentina Beotti vede nel riflesso del suo specchio l’immagine della matrigna, schiava dell’esteriorità terrorizzata dalla comparsa delle rughe, e sarà qualche istante dopo assalita con spietata brutalità dal branco e fatta oggetto di ogni genere di sevizie, picchiata, denudata, il suo corpo imbrattato oscenamente e infine cosparso di benzina per bruciarla viva. Attimi di totale follia che colpiscono dritti allo stomaco e iniettano puro veleno nel cuore. Infine l’ultimo personaggio che incontriamo in questo percorso a metà strada tra memorie nostalgiche e deliri terrorizzanti del presente è quello della Biancaneve di Anna Terio, che ci appare esanime riversa a terra ed indifesa; gli altri attori la adagiano su un letto di mele variopinte, che rappresenterà il funereo nastro trasportatore su cui verrà trascinato il suo corpo afferrandola per i biondi capelli. Un’immagine di grande intensità e lirismo, tra i passaggi di “Grimmless” che, da un punto di vista visivo, si stagliano con maggiore intensità nella memoria dello spettatore; Anna-Biancaneve ci racconta la sua condizione di solitudine e smarrimento, allietata solamente dalla vicinanza dei suoi amici nani, in un monologo in cui la sua psiche viene vivisezionata, analizzata in maniera impietosa, un’anima lacerata esposta dinanzi ai nostri occhi.

GrimmlessLa sequenza conclusiva dello spettacolo vede i cinque attori allineare al centro del palcoscenico le valigie che hanno gelosamente custodito nel corso dell’intera serata e adagiare su di esse il nostro tricolore, del quale viene celebrato una sorta di mistico rito funebre. I performer iniziano a privarsi degli abiti e a carezzarsi vicendevolmente cospargendosi di un liquido dorato che li trasformerà in statue auree splendenti, idoli pagani di un’umanità in cerca di riscatto e dignità. Fiocchi di candida e salvifica neve avvolgono il palcoscenico e i cinque attori indossano goffamente, cercando di non perdere l’equilibrio su questo scivoloso manto innevato che ha ormai invaso l’intera scena, degli elegantissimi abiti da sera. Si congedano dal pubblico giocando e rincorrendosi gioiosamente in questo paesaggio apparentemente pacificatorio e rasserenante, ma che in realtà altro non è se non un gelido sudario che avvolge l’umanità soffocando ogni slancio vitale e ogni speranza di liberazione dell’individuo.

Applausi scroscianti, con innumerevoli chiamate in scena dei giovani talentuosissimi interpreti, sanciscono l’ennesimo successo della coppia Ricci/Forte, la cui costante ed instancabile opera di sperimentazione drammaturgica costituisce linfa vitale rigenerante per l’asfittico teatro italiano; lasciamo il Teatro India estasiati da una performance indimenticabile che rimarrà a lungo impressa nella nostra memoria. Per qualche ora ci farà compagnia il silenzio, la necessità di isolarci dal mondo esterno per metabolizzare la profondità e la ricchezza di un’opera d’arte che non concede sconti né ammette compromessi, scava sin nell’intimo dell’anima della spettatore deponendovi germogli di riflessione, assolutamente preziosi in un’epoca in cui l’obnubilazione delle coscienze sembra essere divenuta la regola.

 

Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già lungotevere dei Papareschi) 1, 00146 Roma

Per informazioni: telefono 06/684000314

 

Articolo di: Andrea Cova

Foto di scena di: Mauro Santucci

Grazie a: Francesco Paolo del Re, Ufficio Stampa Ricci/Forte; Stefano Ricci e Gianni Forte

Sul web: www.ricciforte.com - www.teatrodiroma.net

 

TOP