Glory Wall - Biennale Teatro 2020 (Venezia)

Scritto da  Sabato, 26 Settembre 2020 

Dopo essere stato premiato alla Biennale College Teatro - Registi Under 30 del 2018 e dopo aver raffinato e portato in scena nel 2019 “Cirano deve morire”, Leonardo Manzan torna a Venezia con un’altra prima assoluta, “Glory Wall”. Vincendo così un altro premio, quello per il Miglior Spettacolo della Biennale Teatro 2020, per aver “affrontato nel modo più innovativo e radicale il tema del Festival: la censura”. Le prossime repliche sono in programma dal 13 al 18 ottobre al Teatro Vascello di Roma.

 

GLORY WALL
di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
con Leonardo Manzan, Rocco Placidi, Paola Giannini e Giulia Mancini
scenografie Giuseppe Stellato
light designer Paride Donatelli
sound designer Filippo Lilli
regia Leonardo Manzan
produzione Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore -Teatro Vascello, Elledieffe

 

Possiamo fare quello che vogliamo. Il problema è se vogliamo fare quello che possiamo”. Manzan non avrebbe potuto annunciare meglio il suo nuovo spettacolo. Era stato chiamato a misurarsi col tema della censura, ma con Rocco Placidi non ha giocato a spingersi fin dove riusciva a scandalizzare: ha fatto uno scatto di lato interrogandosi criticamente sul senso stesso di “sentirsi libero” di dire ciò che voleva. Davanti a una domanda scomoda (o in questo caso problematica, forse viziata in partenza), Manzan ha reagito mostrandosi capace di sorprendere e innalzando il livello del discorso.

Lo ha fatto umilmente, partendo da un laico domine non sum dignus, da un socratico so di non sapere. Perché la dignità della censura la lascia ai perseguitati politici, agli eretici e ai blasfemi. E così omaggia Pasolini, de Sade e Giordano Bruno. Ma subito dopo ci stordisce con l’eloquente felicità di Albano Carrisi - lo stesso simbolo della disillusione generazionale degli Offlaga Disco Pax in Tatranky - ed è forse per snobismo, forse per amor proprio se la platea resiste alle sirene della regia non mettendo in scena un karaoke che sarebbe stato allo stesso tempo genuino e grottesco.

Nel “confortante grembo della contemporaneità” che Manzan si porta dietro già dal suo Cirano, la filosofia, l’oltraggio e la ricerca di consapevolezza convivono a loro agio con la spensieratezza e la boutade. “In un mondo dove tutto è permesso, si può fare solo ciò che è permesso”. In un’epoca dove tutto è anestetizzato, per Manzan non è il teatro il palco ideale per parlare di censura. La censura è una questione di potere. Non si censura, però, qualcosa di innocuo (in tempi di elezioni, viene in mente Emma Goldman: “Se votare cambiasse qualcosa, sarebbe illegale”). Deve essere una consapevolezza difficile, questa, per un artista che non sembra accontentarsi di intrattenere il suo pubblico. Non potendo cambiare il suo pubblico (il cui élitismo intellettuale medio è forse parte del problema), inizia a cambiare il rapporto col suo pubblico. Innova anche nei ritmi e nel linguaggio teatrale. Offre poi un apprezzabile uso della parola, con cui riesce a giocare benissimo sia in italiano che in qualche traduzione inglese per i sopratitoli, e un buon incedere delle frasi, un buon flow. Le due novenarie di “scusami se sono indiscreto ma sono in discreto imbarazzo” ben rappresentano una musicalità ricorrente che sembra pescare tanto nella letteratura classica che nel rap.

“Glory wall” è un altro gioco di parole che allude a una pratica sessuale, ma non è questo a creare scandalo. Il titolo riassume invece contenuto e rappresentazione: le glorie della sfida alla censura sono trapassate da tempo e la quarta parete viene letteralmente murata. Ed è proprio così che - paradossalmente - Manzan riesce a instaurare un rapporto diretto col pubblico, ancorché prevedibile e guidato, abbozzato ma non elaborato invece in Cirano. Assistiamo a un teatro implicitamente dichiarato in coma, un teatro in cui l’intervista conta di più del dramma e che qui per provocazione viene quindi portata in scena. La regia non ha paura della roulette russa di affidare parte delle battute al pubblico, così come all’improvvisazione del pubblico è in qualche modo affidata buona parte della drammaturgia del recente “50 minuti di ritardo” della compagnia veneziana Malmadur (che ha debuttato lo scorso dicembre al Teatro Studio ‘Mila Pieralli’ di Scandicci).

Sussulteranno i più puristi, ma Manzan & co. sembrano suggerirci che il teatro ha bisogno di rompere la quarta parete, non temere “la semplicità pop” e un pubblico che non sia solo snob. Non per il gusto di distruggere quest’arte, ma al contrario per ricostruirla, ridarle dignità, vita e... potere: per restituirle, quindi, anche il senso stesso di parlare a suo proposito di censura.

 

Teatro alle Tese - Arsenale, 30122 Venezia
Biennale Teatro 2020 - 48° Festival Internazionale del Teatro
Per informazioni e prenotazioni: telefono 041/5218711, fax 041/5218843, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacolo: 22/09/2020 ore 21.30
Biglietti: intero 20€, ridotto (studenti / under 26) 14€
Durata spettacolo: 90 minuti

Articolo di: Silvio Cristiano
Grazie a: Emanuela Caldirola, Ufficio stampa Biennale Teatro Venezia
Sul web: www.labiennale.org/en/theatre/2020

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