Gli Ebrei sono matti - Teatro dell'Orologio (Roma)

Scritto da  Martedì, 29 Gennaio 2013 

Dal 22 gennaio al 10 febbraio. Dedicato alla memoria di Ferruccio Di Cori, psichiatra e teorico di psicodramma emigrato negli Stati Uniti, “Gli ebrei sono matti” – già vincitore del Premio Giovani Realtà del Teatro 2011 e dell'edizione 2012 del Premio Festival Anteprima 89, nonché destinatario di una menzione speciale al Premio Dante Cappelletti 2010 – fa il proprio esordio alla Sala Gassman del Teatro dell’Orologio. Ispirato a situazioni realmente vissute nell’ospedale psichiatrico Villa Turina Amione, dove il direttore della struttura accolse alcuni ebrei per proteggerli dalle deportazioni, lo spettacolo ha per protagonisti un filofascista matto ed un ebreo sano, in un continuo confronto tra realtà e follia.

 

 

 

Teatro Forsennato/Dario Aggioli presentano
GLI EBREI SONO MATTI
prodotto in collaborazione con Teatro SpazioZeroNove e La Riunione di Condominio
e promosso in collaborazione con Casa della Memoria e della Storia
Premio Giovani Realtà del Teatro 2011
Premio Festival Anteprima 89 - edizione 2012
Menzione Speciale al Premio TUTTOTEATRO.COM alle arti sceniche "Dante Cappelletti" 2010
con Dario Aggioli, Angelo Tantillo
costumi e scene Arianna Pioppi, Medea Labate
maschere realizzate in gioventù da Julie Taymor
organizzazione Carla Damen
aiuto regia Eleonora Leona
ideato e diretto da Dario Aggioli

 

 

Entriamo nella piccola saletta del Teatro dell’Orologio e li troviamo già lì, al centro dello spoglio palcoscenico, seduti su due rustiche sedie di legno, pallidi nella loro divisa consunta sotto la luce calda dei riflettori. Dario Aggioli e Angelo Tantillo vestono già i panni dei loro personaggi: ognuno immerso nella propria solitudine personale, guardano dritti avanti a sé, sistemano i calzini, si schiariscono la voce. Nei loro tratti somatici, nelle espressioni e nei tic ritroviamo già gli indizi dell’atmosfera allo stesso tempo claustrofobica ed ironica, da sketch comico, che ci accompagnerà per i 60 minuti dello spettacolo.
La storia, essenziale sia nella trama che nella drammaturgia, prende spunto da un’esperienza di vita vissuta: Carlo Angela, il padre del noto presentatore televisivo Piero Angela, direttore, durante il ventennio fascista, della casa di cura per malattie mentali Villa Turina Amione, diede rifugio a numerosi antifascisti ed ebrei per salvarli dalle deportazioni, falsificando le cartelle cliniche al fine di giustificarne il ricovero ed alterando le loro identità sia anagrafiche che comportamentali.
La stanza che vediamo tratteggiata con pochi elementi altro non è, infatti, che una stanza della suddetta clinica psichiatrica ed i due corpi antitetici che si confrontano sul palco sono quelli di Enrico, un pazzo malato di una patologia che mette insieme tratti tipici dell’autismo con quelli paranoici, innocente e brutale allo stesso tempo, e di Ferruccio (lo spettacolo è dedicato alla memoria dello psichiatra e teorico di psicodramma Ferruccio Di Cori, costretto ad emigrare negli Stati Uniti dove diventò consulente dell’Actors Studio), ufficialmente Angelo, ebreo romano scampato alla follia nazista grazie all’accoglienza trovata nella casa di cura.
L’unica possibilità di sopravvivenza per Ferruccio è quella di diventare matto, o meglio di comportarsi da matto; l’innocente Enrico, nel suo percorso regressivo di ossessione e demenza, svolgerà alla perfezione il proprio ruolo di “maestro di pazzia”.
Dario Aggioli con pochi dialoghi e monologhi scarni, aiutandosi con la propria fisicità, dipinge a chiare linee la personalità di Enrico, un uomo malato, ossessivo, che si perde nella ripetitività dei gesti, delle parole e dei pensieri, cercando di confondere la propria identità in quella delle numerose maschere, regalategli dal padre prima che fosse abbandonato nella casa di cura, che tiene gelosamente custodite nella valigia di cuoio accanto alla sedia. Le maschere di cartapesta, opera giovanile di Julie Taymor, regista di ‘Titus’ con Antony Hopkins e di ‘Frida’ con Salma Hayek, servono ad Enrico per uscire dal circuito ossessivo della propria personalità, permettendogli di adottare un nuovo codice di comunicazione con il proprio interlocutore, Enrico, e con noi tutti.
Più complesso il ruolo di Angelo Tantillo, impegnato nell’interpretare un personaggio dilaniato dall’assurda dicotomia tra follia e realtà, impossibilitato ad accettare la paradossale situazione per cui l’unica possibilità di salvezza per i sani di mente come lui è fingersi pazzi. Un uomo, Angelo o meglio Ferruccio, che ha dovuto ripudiare il proprio nome per riuscire a salvarsi e che ora convive con la quotidianità snervante del rapporto con il suo compagno di stanza, in perenne bilico tra l’esasperazione ed il fraterno sostegno.
Il confronto drammatico e disperato tra i due protagonisti diventa così uno squarcio di comicità e riflessione nello scenario tragico e senza speranza di quegli anni, in una dualità che verrà perseguita fino alla scena finale, in cui al dolore per una perdita certa si contrappone la speranza di una probabile salvezza.
Buona la performance dei due attori, che attraggono e tengono calamitata l’attenzione degli spettatori: i gesti ripetitivi e la parlata cantilenante, così come l’interfacciarsi con il pubblico – visibile solo agli occhi deliranti di Enrico ma nascosto alla razionalità spietata di Ferruccio –, sono la forza principale di un teatro fatto di immagini che rimangono impresse nella mente dello spettatore per un tempo ben più lungo di quello teatrale.

 

 

Teatro dell’Orologio - via de’ Filippini 17/A, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875550 – 06/68392214, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18
Biglietti: intero 10 euro, ridotto 8 euro, Cral e scuole 6 euro

 

Articolo di: Serena Lena
Grazie a: Giulia Taglienti, Ufficio stampa & Comunicazione OffRome
Sul web: www.teatrorologio.it

 


 

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