Giù - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Sara Benvenuto Martedì, 23 Ottobre 2012 
Giù

La compagnia Scimone Sframeli, in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi e il Théâtre Garonne Toulouse, porta in scena uno spettacolo di accusa nei confronti di un mondo marcio, cinico e individualista. Un’ accusa che si colora di toni umoristici e grotteschi ma che non trascura momenti più crudi e drammatici.

 

 

 

Compagnia Scimone Sframeli presenta
in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi e il Théâtre Garonne Toulouse
GIU’
di Spiro Scimone
regia Francesco Sframeli
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Salvatore Arena, Gianluca Cesale
scene Lino Fiorito

 

La scenografia è eloquente: un grande “cesso” si staglia sul palco. Siamo nel bagno. Il padre si rade la barba come di consueto. A un certo punto dall’enorme tazza fuoriesce il figlio sostenendo che in fondo quello è un gran bel rifugio. L’accusa rivolta al padre è di averlo confinato lui in quell’abisso dal quale non si può uscire. Lui e la sua generazione, con la loro indifferenza e noncuranza verso il mondo, verso l’altro. Il papà, un po’ perplesso, tenta di tirarlo fuori, ma il figlio si oppone. “No papà io ci voglio restare qua, ho trovato un posto in cui stare, tanto più in giù di così c’è solo da scavare, quindi ti farò compagnia per sempre nel cesso, avvertimi solo quando devi scaricare, così mi sposto.” Uno spettacolo di denuncia che si snoda su vari livelli, la prima chiave di lettura vede protagoniste due generazioni a confronto, o meglio in contrapposizione.
La fogna diventa un rifugio, una scelta obbligata per scampare a un mondo avido e repressivo. Alla prima linea generazionale se ne aggiunge una seconda. “Giù” non troviamo solo il figlio disilluso: a fargli compagnia un prete di nome Don Carlo, un uomo scomodo, che per pregare i poveri cristi ha dovuto abbandonare la chiesa ecclesiastica, troppo comoda e istituzionale. E’ un prete che bestemmia, tanto è forte il suo legame con Dio, “perché lui lo sa quando bestemmio e non se la prende”. E’ una religiosità pura e leggera, spogliata dei cerimonialismi e delle apparenze. Don Carlo prega per quei poveri cristi come Ugo, cantante professionista che ha preferito esibirsi sotto i ponti piuttosto che accettare i compromessi dettati dalle regole dello show business. Tutelare la sua passione per il canto, quello vero e sincero, quello che piace a lui e a pochi altri. Tanto ad ascoltarlo ci sono i suoi figli che non smettono mai di applaudirlo. Anche quando sono stanchi, loro applaudono, al povero cristo Ugo piacciono tanto gli applausi.
Giù troviamo anche il Sagrestano, fedele aiutante di Don Carlo. Egli è un uomo mite, pacato, che non si lamenta mai. La promessa è che quando troverà il coraggio di ribellarsi suonerà le campane. Il sagrestano, vittima di soprusi e violenze ormai tristemente note nell’ambito ecclesiastico, trova nelle fogne il coraggio di suonare la campana e raccontare gli abusi subiti. E lo fa con l’ingenuità di un bambino perché neanche agli adulti sono comprensibili tali oscenità. “Quando pulivo i pavimenti, mi chiudeva nella stanza e mi baciava sulla bocca due ore, e poi gli piaceva tanto quando facevo il gatto innamorato.” In una danza animalesca e fisica il sagrestano reinterpreta il gatto innamorato che tanto eccitava il suo violentatore. Il suo corpo si contorce, la simulazione è più realistica che mai; è una scena già interpretata troppe volte, ma ora che è stata esplicitata, ora che il silenzio è stato rotto, il sagrestano può finalmente respirare.
Tutti i protagonisti restano attoniti, è la violenza nuda e cruda in scena. Don Ugo lei lo sapeva, perché non ha fatto niente? Perché faccio schifo. Tutti lo pensano, nessuno lo dice. In scena abbiamo l’ammissione delle colpe. Il figlio incolpa il padre per averlo ingiustamente confinato in un mondo marcio, individualista ed arrivista. Il sagrestano accusa Don Carlo di aver chiuso gli occhi davanti ai soprusi commessi. Accuse che non suonano come un lamento vittimista ma come una realtà evidente che finalmente si staglia in scena, fellinianamente surrealista, ma esplicita. Nella metafora si ritrova la verità più vera.
Il finale è un invito, una speranza. Giù manca l’aria, per respirare tutti bisogna fare i turni, per vincere i furbi che non si preoccupano di chi gli sta accanto, bisogna allearsi e fare fronte comune. Queste parole non possono che toccare il padre, il quale ha finalmente compreso l’indifferenza in cui viveva, un’indifferenza dettata più da un’attitudine che da una reale componente caratteriale. E allora papà se vuoi veramente aiutare tutti, tira lo sciacquone.
Uno spettacolo semplice e dialettale, una novella pirandelliana che, rimanendo ancorata alla tradizione linguistica, sfrutta la forza dialogica del dialetto siciliano. Efficace la tecnica della ripetizione ridondante, cifra stilistica di tutto lo spettacolo, che traduce in linguaggio la grottesca ilarità della scenografia. Ancora una volta la compagnia Scimone Sframeli si fa portavoce di un malessere sociale, dimostrando di saper tradurre in una chiave comprensibile e originale la decadenza morale ed etica che contraddistingue l’epoca contemporanea.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6840001
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line
www.helloticket.it

 

Articolo di: Sara Benvenuto
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web:
www.teatrodiroma.net

 

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