Giorni felici - Teatro India (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 13 Aprile 2016 

La regia di Andrea Renzi porta alla luce le radici filosofiche del capolavoro di Beckett, che nasce nell'atmosfera dell'esistenzialismo nella lettura marxista di Sartre del filosofo tedesco Martin Heidegger: l'Essere ritrova se stesso con gli altri simili - come vuole Sartre - o senza gli altri, come nell'interpretazione individualistica heideggeriana? La Winnie beckettiana è smarrita senza il suo Willie, la sola presenza del quale la tiene in vita attraverso la parola. Una forma di comunicazione, la Chiacchiera, che però nell'interpretazione di Nicoletta Braschi diventa una formula magica, un'alchimia di suoni ed espressioni vocali e mimiche che passa lentamente dal candore e dall' illusione alla tragica farsa della vita senza senso in cui tutti affondiamo.

 

Produzione Melampo e Fondazione Teatro Stabile di Torino presentano
GIORNI FELICI
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero (Giulio Einaudi Editore)
regia Andrea Renzi
con Nicoletta Braschi e Andrea Renzi
luci Pasquale Mari
scene e costumi Lino Fiorito
suono Daghi Rondanini
aiuto regia Costanza Boccardi

 

Quando nel 1961 Giorni felici debuttò a New York il pubblico d'Oltreoceano si trovò di fronte ad una straordinaria novità, spiazzante quanto meno per la propria cultura positivistica e pragmatica. E ne rimase in parte affascinato, in parte anche un po' scandalizzato. Non tanto per il côté avanguardistico e sperimentale, che anche sulla sponda statunitense stava rivelandosi ai primi anni Sessanta, quanto perché il capolavoro di Beckett rappresentava la realizzazione pratica, visiva, teatrale della fenomenologia di Husserl e dell'esistenzialismo dell' Essere e Tempo heideggeriano. Due filosofi tedeschi, il secondo dei quali (Heidegger) addirittura in odore di nazismo per alcune sue posizioni ideologiche e per l'impostazione postidealistica del suo pensiero. Una posizione filosofica quella di Heidegger tanto più provocatoria nella cultura statunitense del dopoguerra in quanto filtrato e "politicizzato" a sinistra da Sartre in versione marxista e in chiave anarchica da Camus: il diritto dell'individuo a realizzare il proprio Essere liberandosi dalle sabbie mobili della società borghese e dalla vacuità della Chiacchiera - il concetto su cui si fonda la filosofia di Heidegger e su cui si impernia, con qualche distinguo, Giorni felici. Basta citare alcune frasi del testo di Beckett per rendersi conto che le sue fondamenta posano proprio in questo terreno culturale e filosofico, ad esempio quando Winnie chiede a Willie: è possibile parlare ancora di Tempo? Infatti sia l'Essere che il Tempo svolgono nell'opera un ruolo centrale: la sveglia continua a suonare e a richiamare Winnie al "proprio Essere" che tuttavia sprofonda sempre più nelle sabbie mobili della Chiacchiera.

E qui entra in ballo la rilettura marxista e sartriana dell'esistenzialismo tedesco: se di Chiacchiera si deve parlare, allora è la chiacchiera borghese a rappresentare un impedimento, una distrazione per l'Io dal riconoscere e ritrovare la verità del proprio Essere. La chiacchiera del mondo impedisce di ascoltare il richiamo, che Heidegger definisce la Chiamata, l'Essere per la Morte di agostiniana memoria. Ma non è nell'isolamento solipsistico per Sartre che l'Io va incontro alla Verità: a differenza di Heidegger, il pensatore francese riscopre il valore della comunità e dello stare insieme per uno scopo più alto: la rivoluzione del nostro stare al mondo.

Il testo di Beckett ricalca in gran parte la filosofia heideggeriana, ne è quasi la fotocopia, anche se con l'aggiunta della rilettura marxista di Sartre che nega ogni solipsismo (infatti Winnie non è sola ma è con Winnie): per Heidegger, comunque, l'unica cosa che può liberarci dal vuoto e dalla distrazione della Chiacchiera è il pensiero della Morte. Così per Essere bisogna essere per la morte. Un pensiero che si affaccia spesso nella mente, sconvolgendola, di Winnie che estrae dalla sua borsetta (vogliamo prendere questa borsetta come un simbolo del bagaglio filosofico dell'autore?) una pistola e, puntandosela addosso, afferma candidamente che l'arma sembra galleggiare, pur essendo più pesante degli altri oggetti, sui contenuti della borsetta stessa: riaffiora sempre, torna sempre a galla, come un chiodo fisso, un pensiero di morte - e pure Willie - apprendiamo da Winnie - porta in sé una zona d'ombra, il costante pensiero del suicidio: più volte infatti voleva liberarsi dall'angoscia della vuota esistenza. Ricordi Willie quando volevi spararti per alleviare le tue pene?

Naturalmente Beckett gioca a carte scoperte, fa il suo mestiere di teatrante senza piccarsi di allungare il brodo di una filosofia che già padroneggia, tanto che cita Aristotele e si rivolge ai classici ai quali - come dice Winnie - bisogna pur sempre dar conto. Non per niente Aristotele, citato espressamente da Beckett, è il punto di partenza anche di Heidegger.

Fin qui l'interpretazione corrente e neppure tanto nascosta per chi ha un'infarinatura filosofica del testo di Beckett. Il quale però - come accennato - fa citare da Winnie anche i classici. E qui si apre una partita nuova. Infatti tra Aristotele e Heidegger c'è un passaggio intermedio, Sant'Agostino. Così come tra Aristotele, Sant'Agostino e Beckett ve ne è un altro in chiave teatrale: il secretum, il testo dialogico teatrale di Petrarca che anticipa sia Heidegger che Beckett. Ma qual è - in due parole - il concetto cui si ispirerebbero sia il filosofo tedesco che il drammaturgo irlandese? Si tratta del discendere al cupo dello spirito che affonda, anzi affoga nelle distrazioni del mondo non riuscendo a risalire alla verità del proprio essere. Del resto questo discendere al cupo è un'idea agostiniana che Petrarca traduce in linguaggio teatrale del Secretum: è questo il classico cui Beckett allude nelle parole di Winnie - che oltretutto "stonano", al pari della citazione di Aristotele, nel suo linguaggio sempre spudoratamente e volutamente banale e banalizzante.

La lettura di Andrea Renzi, non so se per via intuitiva o per studio approfondito di alcune fonti (ad esempio il mio saggio che contiene anche un'ampia bibliografia), recupera l'idea petrarchesca del discendere al cupo, dell'Essere annullato dalla Chiacchiera; e trasforma le sabbie mobili in cui è immersa Winnie, prima fino alla cintola poi fino al collo, in un inferno verbale, anzi in un girone infernale in cui la malintesa comprensione del Verbo e della Verità genera un'immersione nel gorgo della vita vacua e inutile segnata, martoriata dal tempo che sembra non passare, ma che in realtà avvicina sempre più all'unica verità di cui si può essere certi, la Morte. Come si rivela nel finale quando la Luce finalmente irrora nell'ultimo istante un'espressione "vera", esistenziale, sul volto infine sofferente di Winnie che non può più negarsi - nel suo discendere al cupo - alla Chiamata della terra che la inghiotte.

Nicoletta Braschi riesce a rendere tutta questa complessa materia, certamente un po' concettuosa - mi scuso col lettore per la recensione che assume il tono del saggio, ma in questo caso non se ne può fare a meno - estremamente semplice, diretta, "leggera", meglio ancora: lieve come la neve che si posa sulla terra del cumulo-prigione di Winnie. La Braschi trasforma la "materia grigia", pensante, contenutistica, del capolavoro di Beckett in una sorta di polverina che, soffiata negli occhi, rende magica ossia astratta e metaforica la situazione. Perchè ovviamente il lavoro di Beckett più che contenutistico, il come e perchè della buca, è situazionale: non abbisogna di spiegazioni, è così e basta fin dall'inizio.

Così la ferrea dialettica filosofica, come deve essere per un testo teatrale, rimane un substrato di allusioni e rimandi a formule magiche che restano sospese in aria come i sogni o come, nel caso di Winnie, incubi. La Winnie della Braschi - coadiuvata da un Renzi in palla anche nel ruolo di Willie - allunga la sua pistola, lo specchietto e quant'altro su di noi come una bacchetta magica trasformando il nostro incubo, la nostra esistenza, in sogno. E poi assumendosene lei - come per incanto - tutto il peso del discendere al cupo, nella funzione del capro espiatorio che si immola, nel caso specifico sprofonda, per far uscire noi spettatori più "leggeri" alla luce - almeno per chi riceve il messaggio - della verità vera, ossia la necessità di una RI-FONDAZIONE della nostra esistenza.

 

Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi) 1, 00146 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684.000.346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: tutte le sere ore 21, 3 - 8 - 10 aprile ore 19, lunedì riposo
Biglietti: posto unico intero 18 € - under35, over65, convenzioni 16 € scuole e studenti 14 €
Durata spettacolo: 1 ora e 20 minuti più intervallo

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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