Generazione XX - Teatro Comunale (Todi)

Scritto da  Giovedì, 30 Agosto 2018 

L’opera prima di Anton Giulio Calenda, con la regia di Alessandro Di Murro, è una ricerca sulla comprensione delle dinamiche post-moderne di produzione di immagini e stereotipi comportamentali che plasmano l’esistenza delle nuove generazioni. È il risultato della riflessione fatta da una giovane compagnia teatrale che intende indagare e comprendere la propria identità storica e il proprio essere nel mondo contemporaneo. “Generazione XX” ha debuttato al Teatro Comunale di Todi nell’ambito della XXXII edizione del Todi Festival.

 

GENERAZIONE XX
di Anton Giulio Calenda
con Stefano Bramini, Jacopo Cinque, Alessio Esposito, Giulia Fiume, Federico Le Pera, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao
regia di Alessandro Di Murro
musiche di Enea Chisci
una produzione Gruppo della Creta | Todi Festival | Fattore K | Golden Show Trieste

 

Dico subito che il debutto autoriale di Anton Giulio Calenda, figlio d’arte del quasi omonimo regista Antonio Calenda, convince sulla base di un testo denso, potente, ricco (anche troppo), ambizioso (anche troppo), impegnato dal punto di vista ideologico (ed è una piacevole sorpresa), critico e spettacolare grazie alla nitida regia (Alessandro Di Murro) di ispirazione brechtiana, sul modello del teatro politico anni Venti coi tagli di luce e gli effetti espressionistici con citazioni di arie alla Kurt Weil.

Rimando peró la cronaca della bella (e lunga, quasi due ore!) serata al paragrafo successivo, senza dimenticare di citare la bravura degli attori, straordinari interpreti di questo dramma sociale in versione format, perché mi preme tenere a battesimo il “nuovo autore” Anton Giulio Calenda, un battesimo importante foriero di ulteriori sviluppi, con una breve ma necessaria storicizzazione del suo lavoro. Del resto si tratta di una mia deformazione professionale (e me ne scuso) visto che da una quarantina d’anni mi dedico (lo spot si badi è nello spirito del testo di Calenda) a due mie creature editoriali: l’enciclopedia degli autori (Autori e drammaturgie) e la collana del Meridiano del teatro.

Secondo una concezione di critica dell’arte, che a mio avviso ci azzecca, ciò che avviene in letteratura e in genere nelle arti visive, cinema e teatro, accade prima nella pittura. Non a caso dunque questa “Generazione XX” mi ha fatto venire in mente uno splendido e macabro quadro di un grande pittore del Novecento, Alberto Sughi, il quale nell’affresco “Gran Caffè Italia” raffigura la frammentazione dell’esistenza, il tramonto dell’ideologia (e della cultura), la nascita delle icone televisive sullo sfondo di un paese in rovina. Nel quadro di Sughi si stagliano infatti, tra le fiamme e le antiche vestigia di un mondo ormai in decadenza o come canta Battiato ormai privo di un centro di gravità permanente, personaggi come Gianni Agnelli e Marta Marzotto, i fratelli De Michelis, Papa Wojtila, Guttuso, Moravia, Berlinguer e Aldo Moro, eccetera. Tutti sembrano partecipare ad un grande show televisivo che si rappresenta sulla tela come l’immagine fissa in uno schermo.

La nuova drammaturgia italiana, fin dagli anni Ottanta, ha lavorato su questi temi rappresentando non più il mondo nella sua realtà, ma la finzione del mondo scaturente dai programmi televisivi e dalla pubblicità. Cito solo per dovere di cronaca alcuni lavori di quarant’anni fa come “I creativi” o “Display, storia di un segnale televisivo impazzito”, oppure i più recenti “Appunti per un teatro politico” (2010) di Fabio Massimo Franceschelli, “Aldo Morto/ tragedia” (2012) di Daniele Timpano, “Intervista ai parenti delle vittime” (2013) di Giuseppe Manfridi, “I perduti giorni” (scritti giovanili rappresentati nel 2016) di Gianluca Riggi.

Va da sé che lo spettatore che si ritrovi nella memoria questo filotto (mi perdonino coloro che ho dimenticato) di opere rappresentate con successo e riscontri, debba tener conto che il teatro che critica i media, i format, le trasmissioni del genere reality, talent e talk show necessitava di uno step successivo.

Ed è su questo punto allora che il testo di Calenda muove effettivamente un passo avanti. L’autore infatti rappresenta la realtà di una generazione contaminata dal “nuovo mondo” mediatico: la coppia di ragazzi con lei in dolce attesa parla infatti per hashtag, un linguaggio sincopato e balbettante, ma dietro il quale si celano ancora sentimenti veri. Soprattutto da parte di Giacomo che resterà se stesso, padre e uomo sensibile, nonostante il suo impegno per costruirsi una semplice esistenza da “due cuori e una capanna” venga travolto dall’irruzione del miraggio del successo in tivvú.

Infatti la ragazza, preda del mito del successo televisivo, verrà condizionata e indotta fino all’omicidio della propria creatura pur di comparire come madre assassina nei programmi televisivi. Nei quali Aldo Moro e Berlinguer, mutuati nel testo in Onorevole Almor e Merenguer, rappresentati da due stupende maschere (opere di Calenda padre?, mi chiedo conoscendone le passioni in mancanza di indicazioni precise nel programma), consigli per gli acquisti, nani e ballerine con generali golpisti, si mischiano in un pastone unico da servire macabramente al pubblico come una polpetta avvelenata e crudamente grondante sangue e merda della pubblicità dei pannolini.

Il tutto si svolge sotto la direzione di un mefistofelico personaggio vestito di nero e che si chiama appunto Nero. Il quale arringa il pubblico e mette in scena il suo programma televisivo, anzi la sua rete tivvú come un Berlusconi tramutato in un diabolico tycoon capace di spargere nelle menti il seme malvagio di Sua Emittenza.

L’idea di Anton Giulio Calenda è dunque valida, prosegue su un discorso e una linea drammaturgica solida, si rifá a modelli teatrali ben noti ed efficaci, innesta elementi dadaisti come il candido cappello di Mister Bianco-tutti-i-diritti-riservati che non può parlare perché è solo un cappello; ho già detto della bella regia e degli eccellenti interpreti.

Cosa manca? Niente. Anzi forse c’è troppa carne al fuoco, troppa intenzione di ricostruire la storia di mezzo secolo della Nazione (con la N maiuscola si ripete ironicamente per farci capire l’allusione al Belpaese) laddove il dramma dei due ragazzi spiantati e in balia di una realtà inconoscibile, vittime di falsi miti, poteva in verità trovare una sintesi drammaturgica al di là di una rappresentazione carica di idee ed effetti, “trovate” di scena che hanno l’evidente scopo di fluidificare la narrazione.

Cosí il contenitore-televisore che ingloba la realtà con l’imbuto per risputarla fuori sotto mutate e mentite spoglie ad opera dello spietato show-master Nero si trasforma in un altro elettrodomestico: un frullatore di verità dietro la cui maschera o sotto il cui cappello c’è solo il vuoto delle coscienze.

 

Teatro Comunale - Via Giuseppe Mazzini 15, 06059 Todi (PG)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 327/6353257 (ore 10-13 e 15.30-19.30)
Orario spettacolo: lunedì 27 agosto, ore 21
Biglietto: 15€ + prevendita

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Nicola Conticello e Marco Giovannone, Ufficio stampa Todi Festival
Sul web: www.todifestival.it

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