Furia Avicola - Teatro India (Roma)

Scritto da  Domenica, 22 Febbraio 2015 

Dal 17 al 22 febbraio al Teatro India ha debuttato "Furia Avicola", il nuovo progetto italiano del drammaturgo e regista argentino Rafael Spregelburd che, in collaborazione con Manuela Cherubini sua traduttrice e qui anche co-regista, compone in un unico spettacolo due atti unici sulla fine dell’arte e sull’assurdità della burocrazia, passando per un intermezzo quasi burlesco sulla babele delle lingue.


Produzione CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia e Fattore K presentano
FURIA AVICOLA
di Rafael Spregelburd
traduzione Manuela Cherubini
regia Rafael Spregelburd e Manuela Cherubini
con Rita Brütt, Fabrizio Lombardo, Luisa Merloni, Laura Nardi, Amândio Pinheiro
video Igor Renzetti
immagini Ale Sordi
musica originale Zypce

 

"Furia Avicola", il nuovo lavoro di Rafael Spregelburd, protagonista del teatro argentino particolarmente amato anche dal pubblico italiano, si presenta come un’opera scritta con uno stile fluviale ed esplosivo, volutamente frammentario e non consecutivo. Nel mettere a fuoco tematiche cruciali della contemporaneità con le sue sovrastrutture culturali vetuste e dure a morire, Spregelburd dona pochi appigli e nessuno si configura come fondamentale rispetto agli altri.

Con ironia e provocazione intellettuale, attraverso divertenti espedienti drammaturgici e metafore visive, dalla commedia ingegnosa alla graphic novel contemporanea, Spregelburd mette in scena due atti unici - “La fine dell’arte” e “Burocrazia” - ed un intermezzo a cui danno vita cinque giovani attori, due portoghesi e tre italiani. "Furia Avicola" è infatti nato a margine del corso internazionale di perfezionamento teatrale dell' Ècole des Maîtres, che il regista argentino ha diretto nell’estate 2012.

«Mentre nell’ambito dell’Ècole des Maîtres lavoravamo con un gruppo di attori provenienti da quattro Paesi europei alla creazione di uno spettacolo intitolato “La fine d’Europa” - raccontano Rafael Spregelburd e Manuela Cherubini - la Babele delle nostre lingue ci istigava alla formulazione di domande sull’identità, l’appartenenza e sul concetto di fine. Lo spettacolo "Furia Avicola" è una delle derive di questo percorso e porta con sè, trasformandole e rinnovandole, quelle domande, per generarne di nuove, insieme ad alcune riflessioni. La Fine è un mito, in un mondo che sempre più mostra la sua complessità e mette a dura prova la sua rappresentazione. Tutto cambia e si trasforma, i miti di unità e definizione cui siamo affezionati, che ci aiutano a vivere, si mostrano inadeguati a incarnare la trasformazione, perché strumenti riduzionistici di fronte a una realtà complessa, così come ci dimostrano le basi della scienza della complessità. L’immagine bucolica, il sogno di Newton, la mela che cade in linea retta, ha ceduto il passo a una furia avicola che si scaglia contro le cose, un cataclisma inesplicabile in termini newtoniani”.

Il risultato è una rappresentazione che crea una serie di cortocircuiti mentali tali da scoraggiare lo spettatore dal tentativo di seguirne il trascinante incedere attraverso i canoni classici del rigore logico consequenziale.

Nel primo quadro due professori universitari discutono il caso di Cecilia Giménez, una vecchietta che ha restaurato di sua iniziativa l'affresco dell'Ecce Homo nella cappella di Borja, un paesino non lontano da Saragozza, scatenando involontariamente un dibattito accademico e mediatico nel quale si dissolvono tutte le certezze che sostengono l’idea di arte nel contemporaneo.

La situazione diventa grottesca quando l’ingenua ottuagenaria, dapprima investita da una “furia” di condanna mediatica, chiederà in seguito i diritti d’autore sull’immagine, che nel frattempo da sfregio si è trasformata in icona contemporanea riprodotta su tutti i generi di consumo.

Sul concetto di arte come produzione intuitiva o frutto di volontà creativa i due esponenti dell’intellighenzia accademica si trovano a investire energie in un confronto estenuante che si esaurisce, insieme ai due interlocutori, in dubbi e incertezze.

Dopo un babelico intermezzo in cui gli interpreti assumono le sembianze di traduttori simultanei alla prese con un testo surreale, Spregelburd utilizzando in modo magistrale la chiave del paradosso, ci accompagna nel terzo step, quello maggiormente strutturato, nell'ambito del quale protagonista è la burocrazia che tiene insieme il nulla. Un gruppo di impiegati immersi in un’atmosfera alienante si muovono intorno ad oggetti che non esistono. Documenti invisibili da timbrare, mobilio e scartoffie, anche questi non visibili, di cui disfarsi, oggetti a cui si riconosce con difficoltà un valore. L’unico sentimento che sembra infondere vita nell'anima dismessa dei cinque confusi colleghi è un atto disordinato di ribellione incendiaria contro il dio denaro.

 

Teatro India - Lungotevere Vittorio Gassman (già Lungotevere dei Papareschi) 1, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684.000.346
Orario spettacoli: tutte le sere ore 21, domenica ore 18
Durata: 1 ora e 40 minuti senza intervallo


Articolo di: Lia Matrone
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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