Francamente me ne infischio - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Enrico Vulpiani Martedì, 07 Gennaio 2014 

"Francamente me ne infischio" è uno spettacolo, in 5 movimenti, liberamente ispirato al romanzo "Via col vento" di Margaret Mitchell, reso noto al grande pubblico grazie alla versione cinematografica di Victor Fleming (1939) con protagonista Vivien Leigh. E' proprio attorno alla figura di Rossella O’Hara che si indaga ed è lei la regina della pièce, premiata con il Premio Ubu 2013 per la miglior regia e per la miglior attrice (a tutte e tre le interpreti).

 

 

 

 

 

 

 

FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO
5 movimenti liberamente ispirati a Via col vento di Margaret Mitchell
drammaturgia Federico Bellini, Linda Dalisi e Antonio Latella
regia Antonio Latella
1. TWINS 2. ATLANTA 3. BLACK 4. MATCH 5. TARA

con Caterina Carpio, Candida Nieri, Valentina Vacca
scene e costumi Marco Di Napoli e Graziella Pepe
luci Simone De Angelis
musiche Franco Visioli
movimenti Francesco Manetti
assistente alla regia Francesca Giolivo
datore luci Roberto Gelmetti
fonico Giuseppe Stellato
realizzazione costumi Cinzia Virguti
una produzione stabilemobile - compagnia antonio latella, La Corte Ospitale
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro/VIE Festival

 


L’America si immerge in un rave, danza compulsivamente, cerca di stordirsi con la propria vanagloria, ma costretta a guardarsi allo specchio, osserva, sconfitta, le sue mani grondanti di ipocrisia, arroganza e cinismo. Antonio Latella è il mandante di un (non lo scopro certamente io) capolavoro; splendide le esecutrici, nelle loro interpretazioni spietate, lucide e dissacranti della rossa Rossella e del vento che la sospinge e la respinge. Cinque movimenti, ognuno colpisce in una direzione ben precisa, raggiungendo fieri il proprio obiettivo.


Francamente me ne infischioNel primo movimento, “Twins”, Rossella, prigioniera nella sua casa-voliera, viene soggiogata dai suoi incubi, dalle sue verità nascoste, i dispettosi gemelli Tarleton, con le sembianze dissacranti di Bart Simpson, alfieri di quella cultura Pop, strumento di divulgazione di edulcorati messaggi, altrimenti crudeli, per un popolo bambino. Mordi la Mela (trademark), Ashley! Viene sviscerata la conflittualità del doppio, ciò che siamo e ciò che dobbiamo essere, ciò che è definito giusto e ciò che è condannato come sbagliato. I due si spalleggiano, colpiscono alternandosi, come in un incontro di wrestling, scambiandosi saluti di approvazione e riconoscimento, lasciando smarrire nelle sue debolezze una Scarlett infantile (Valentina Vacca).


Nel secondo movimento, “Atlanta”, siamo al ballo per la raccolta fondi per le vittime della guerra di secessione: grazie! Grazie per aver offerto la carne dei vostri cari per la nostra nobile guerra! … d’altra parte, difficilmente si sarebbero potuti rendere più utili, nevvero!?! Nugoli di mosche si muovono nei pensieri di morte. “Rossella sei in lutto!” Il marito Carlo è morto ma lei brucia di vita, persegue i propri capricci ad ogni costo, vuole spiegare le sue ali, essere farfalla. Candida Nieri si libra in platea in cerca di un cavaliere, lo conduce sul palco con sè, ne fa creta fra le sue mani, come ogni donna con i propri uomini. Respinge Zia Pittypat e Melania che cercano di sfilargli il cavaliere e la sua voglia di essere libera. La richiamano ai propri doveri, alle proprie prigioni. “Sei una pessima madre!” I suoi capricci lasciano ribaltare zia Pittypat ripetutamente, gambe all’aria.


Il terzo movimento, “Black”, rivela l’anima nera degli Stati Uniti d’America; Caterina Carpio intraprende una lotta dissennata con se stessa per liberarsi della pelle di scimmia, un odissea di Kubrickiana memoria. Rossella scende a patti con il lato oscuro dell’anima dei padri fondatori, le contraddizioni fra progresso e miseria, qualcuno sulla Luna, qualcun altro che digiuna. Si mostra nuda, senza maschera, con la tracotanza indispensabile per non ritrovarsi inchiodata al muro dei giudizi. Esorcizza le proprie colpe sputando whiskey sulle macerie ideologiche del suo Paese. Espande la sua aura che pervade il teatro, punta una pistola sincera contro le proprie vittime, i propri schiavi, recitando contro di essi una potente invettiva, cara a Spike Lee. A cosa erano destinati, i nativi indiani, se non a tener loro calde le terre promesse?! A cosa i neri, se non a sprimacciare cuscini su cui adagiare sogni di superiorità?! Nel 1940, Hattie McDaniel vinse, prima donna afroamericana, l’oscar come miglior attrice non protagonista per “Via col vento”; lo vinse con un ruolo, espressione di una visione bonaria e sempliciotta, in cui si tentò di relegare per molto tempo, nel cinema e nella società, le persone di colore.


Francamente me ne infischioNel quarto movimento, “Match”, gli uomini di Rossella, Rhett, Frankie ed Ashley, si intestardiscono, a posteriori, in un confronto ipocrita su chi ci abbia rimesso di più, chi la conoscesse meglio, chi l’abbia usata, meglio. La sua figura aleggia intorno a loro, come quella farfalla che desiderava essere. Malinconie e rimpianti su quanto accaduto o mancato, la presa d’atto di ciò che è stato, illusioni frustrate da ciò che probabilmente non sarebbe mai potuto essere diverso da ciò che era.


Nel quinto ed ultimo movimento, “Tara”, la casa-voliera cresce, si fa invadente, opprimente. Origine di ogni cosa e radice, intesa soprattutto come vincolo, essa trattiene al suo interno le tre Rossella, impegnate a celare le proprie inadeguatezze dietro la propria bandiera. Quando finalmente la scimmia riuscirà a liberare l’orizzonte le troveremo lì, nel loro splendido ed agognato abito verde, composte e rassegnate, mentre consumano educatamente la cerimonia del tè. Una voce ipnotica, sostenuta da un ritmo incalzante, si libera dall’abbraccio soffocante della casa, ricordando affannosamente i sogni infranti e gli affetti perduti.


I tempi del “vento” sono incalzanti, sostenuti efficacemente da una scenografia essenziale, sei riflettori cinematografici, ai lati del palco, fanno “luce” sull’”imputata”. Il testo riesce a sostenere efficacemente la tensione drammatica, intercalandola con intelligente ironia, concedendosi, inoltre degli interessantissimi spazi di riflessione come quello, in “Twins”, sulla malattia occidentale del secolo, la depressione o, forse, è meglio chiamarla “la cosa”. D’altra parte, purtroppo, abbiamo fondati motivi per non poter essere felici e Latella, nello spettacolo, li sottolinea con precisione attraverso un affascinante ed evocativo, viaggio visuale e musicale: le tre straordinarie interpreti vivono come inesplorate installazioni d’arte contemporanea. Uno scoppiettante viaggio Pop con gli ammiccamenti e la sconfortante solitudine di Marylin, le astuzie di Madonna, il Presidente-Joker, brandito come marionetta che vuole essere un trofeo di caccia, King-Kong che si arrampicherà su Tara.


Sì, domani è un altro giorno, ma la speranza che tale quotidiana rinascita possa essere accarezzata dalla possibilità di un futuro migliore potrà davvero accendersi soltanto imparando a riconoscere le ragioni degli altri.

 

 

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311(ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.helloticket.it
Orario spettacoli: 5 gennaio dalle ore 16 alle ore 23
Durata spettacolo: ore 16.00 Twins (1h), ore 17.20 Atlanta (1h) intervallo 30', ore 18.50 Black (1h) intervallo 40' , ore 20.30 Match (1h) intervallo 30', ore 22.00 Tara (45’)



Articolo di: Enrico Vulpiani
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

 

 

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