Frammenti di contemporaneità (Meno emergenze) - Teatro Litta (Milano)

Scritto da  Sabato, 06 Dicembre 2014 

La contemporaneità non può che essere acchiappata per frammenti. Finiti i bei tempi in cui Pico della Mirandola o Marsilio Ficino, pur sprovvisti di Google Maps, avevano delle capocce talmente grandi da contenervi dentro tutta una visione globale del mondo. Del resto non tutti i mali vengono per nuocere: se anche noi, come gli intellettuali rinascimentali sopra citati, possedessimo delle antenne ricetrasmittenti così potenti, il paesaggio che si parerebbe davanti ai nostri occhi non sarebbe dei più allegri. Ma non c'è di che essere pessimisti, ragazzi: finché al mondo ci sono persone come il drammaturgo inglese Martin Crimp e i giovani del Simposio - che con lucida ironia raccontano le storture dei tempi nostri - l'effetto è catartico, per gli attori come per gli spettatori: i primi si liberano dei fantasmi angosciosi muovendosi in scena; i secondi, seguendo le loro spericolate peripezie sul palco.

 

LITTA Produzioni - Teatro del Simposio presentano
FRAMMENTI DI CONTEMPORANEITÀ (MENO EMERGENZE)
testo di Martin Crimp
progetto e regia Francesco Leschiera, Chris White
con Ermelinda Çakalli, Alessandro Macchi, Riccardo Buffonini, Luigi Maria Rausa
scene Francesco Leschiera
costumi Ilaria Parente
luci Luna Mariotti
elaborazione e scelte musicali Antonello Antinolfi

 

La trama di Frammenti di contemporaneità? Non c'è. D'altra parte se una grossa fetta di pubblico, legittimamente, preferisce coltivare un approccio “tradizionale” al teatro, è meglio che non si rechi alla sala La Cavallerizza. In quel luogo se ne vedono davvero di tutti i colori, e non tutti i soggetti sono propensi a questo tipo di arditezze concettuali. I registi Francesco Leschiera e Chris White seguono da una vita la strada della sperimentazione, e l'incontro con Crimp è una tappa - fondamentale - di questo loro appassionato - e appassionante - cammino.

Dunque chiediamo scusa ai lettori più schizzinosi, ma trama non ce n'è. Se ne facciano una ragione. Sono suggestioni, quelle che si susseguono nell'ora e rotti di spettacolo. Gli attori parlano, e pure in maniera concitata, ma non hanno alcuna intenzione di comunicare alcunché: sono dei robot, in un'era post-atomica dove il battito del cuore è solo un antico ricordo. Nevrotici, gridano e strepitano oppure si abbandonano a una calma artefatta, ma tutto questo susseguirsi di cambi d'umore non è legato alla sfera emozionale: trattasi di automatismi, riflessi condizionati come quelli del cane di Pavlov.

Non conosciamo le loro identità, e nemmeno in quale epoca si svolgano i fatti: è presente o futuro?
Il titolo della pièce parla di contemporaneità ma siamo davvero, oggi come oggi, arrivati a questo livello di disumanizzazione? Non è esattamente così, per fortuna. Stiamo pur sempre parlando di un prodotto artistico, frutto della fantasia. I quattro testi di Climp rimaneggiati da Leschiera e White - la trilogia Un cielo tutto blu, Faccia al muro, Meno emergenze più Consigli alle donne irachene - fungono da campanello d'allarme, da avviso ai naviganti su questa Terra. Perché ha ragione il sociologo Bauman: viviamo in una società liquida. E in questo liquido la maggior parte di noi annaspa, mica tutti abbiamo le gambe e le braccia di Michael Phelps.

Una cosa è certa: le luci fluorescenti, create da un'ispirata Luna Mariotti, non servono a chiarificare le idee, bensì perseguono l'obiettivo esattamente opposto: lobotomizzare i singoli, indurli a uno stato di panico costante. Lì per lì, uno vede questo popò di neon ed è portato ad abbinarlo alle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria. Ma era lo stesso Leopardi a mettere in guardia sui progressi incontrollabili della tecnica. E intravedeva, il recanatese, una ginestra che riesce a resistere con forza e dignità. Sarà meglio, se vogliamo immaginarci un futuro, non metterci nelle mani dei personaggi interpretati da Ermelinda Çakalli, Alessandro Macchi, Riccardo Buffonini e Luigi Rausa: siano essi ansiosi o anestetizzati - e nel corso della rappresentazione li osserviamo in entrambe le sfaccettature - non è proprio il caso di affidarsi a questi sinistri figuri per ritrovare la bussola.

Oltre alla loro bravura come interpreti, vanno sottolineati il lavoro di gran pregio della costumista Ilaria Parente - che si è ispirata alle tendenze antinaturalistiche di artisti celeberrimi come Alberto Burri e Lucio Fontana - e le scelte musicali ispirate di Antonello Antinolfi, che ci hanno fatto sorvolare i deserti di Cormac McCarthy.

Pochi, ma molto buoni, gli spettatori. Ma bisogna che lo si affermi con chiarezza: le venti persone che erano alla Cavallerizza, a differenza delle folle ammaestrate di altri teatri, rappresentano l'opinione pubblica pensante. Ovvero, l'antidoto migliore agli incubi descritti da Crimp e ripresi, magistralmente, dal Teatro del Simposio.

 

Teatro Litta (Sala La Cavallerizza) - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8055882, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17, lunedì riposo
Biglietti: intero € 14, ridotto € 10
Durata: 80 minuti

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Francesco Leschiera, direttore artistico Teatro del Simposio; Diana Belardinelli, Ufficio stampa Teatro Litta
Sul web: www.teatrolitta.it

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