Finché vita non ci separi - Teatro della Cometa (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 30 Novembre 2016 

In una famosa recensione di Alberto Moravia del film "Io sono un autarchico" di Nanni Moretti si legge: "Il comico si annida nelle cerniere della storia come ruggine corrosiva. Esso nasce dai cambiamenti radicali nella scala dei valori, per cui ciò che era reale... diventa irreale". Prendo in prestito questa precisa osservazione per iniziare un discorso critico sull'opera di Gianni Clementi, un discorso che concentro sul testo Finché vita non ci separi, appena visto al Teatro della Cometa.

 

PRAGMA srl presenta
Giorgia Trasselli e Enzo Casertano in
FINCHE' VITA NON CI SEPARI
ovvero W gli sposi
di Gianni Clementi
regia di Vanessa Gasbarri
con Federica Quaglieri, Luigi Pisani e Alessandro Salvatori
scene e costumi Velia Gabriele
disegno luci Giuseppe Filipponio
direttore di scena Katia Titolo
capo elettricista Fabrizio Mazzonetto
organizzazione Raffaella Gagliano

 

Che c'entra Moravia? Il senso della citazione si capisce invertendo l'ordine dei fattori e ripresentandola così trascritta: "Il dramma si annida nelle cerniere del comico come ruggine corrosiva. Esso nasce dai cambiamenti radicali nella scala dei valori, per cui ciò che era irreale... diventa reale".

Mi spiego meglio aiutandomi con una veloce sintesi del plot. Il primo atto è una spassosa e molto ben recitata tempesta in un bicchier d'acqua: siamo nell'appartamento del maresciallo dei Carabinieri in pensione, tale Mezzanotte. Non è ancora spuntato il sole - immancabile il gioco di parole: è l'alba? no sono Mezzanotte - che in casa c'è già subbuglio e baruffa tra moglie e marito. Il loro figlio unico Giuseppe, capitano dei Parà in missione in Afghanistan in licenza matrimoniale, sta per convolare a nozze con la rampolla dei proprietari della trattoria La Scamorza. Pur trattandosi di un matrimonio assolutamente normale tra i figli di due famiglie piccolo borghesi, i preparativi sono l'occasione per scatenare tutta una serie di battibecchi, qui pro quo, malintesi tra i due coniugi, rivalse di antiche rivalità familiari, bisticci a stento sopportati dallo sposo che indugia col caffè in mano e gironzola per casa senza sentire il bisogno di sbrigarsi troppo. Non ha fretta, anzi, sembra che al novello sposo qualcosa di strano frulli per il capo. Si capirà presto cosa.

Grazie al talento e ai tempi comici di Giorgia Trasselli ed Enzo Casertano il primo tempo fa scintille in una nuvola di palazzeschiano fumo (l'accento prevalente è napoletano e\o romano con qualche incertezza, ma del toscano Palazzeschi citavo piuttosto la "leggerezza") suscitando riso e sorriso nonché la fervida attesa di come queste piccole tempeste potranno portare la situazione drammatica ad impazzire come la maionese sbattuta troppo. Senonché l'atto finisce con un colpo di scena: il promesso sposo Giuseppe in realtà si è già promesso a qualcun altro, ad un commilitone di stanza in Afghanistan che si presenta sul più bello a rivendicare i suoi diritti in sede di unioni civili.

A questo punto la commedia, per tutto il secondo atto, anziché impazzire e trasformarsi da tempesta in tzunami, si rabbuia e si rassoda come un uovo sodo: dalla divertentissima schermaglia al limite della pochade alla Feydeau si trasforma in un dramma sul tema dell'outing dell'omosessualità e dei problemi della coppia gay. Le figure dei genitori che ci hanno fatto sperare in un secondo tempo altrettanto scoppiettante vengono messe da parte, intristite, dai dialoghi piuttosto duri, nudi e crudi, dei due giovani commilitoni amanti disperati e la commedia si trasforma in un dramma dai toni prettamente realistici.

Ecco dunque il dramma infilarsi nelle pieghe del comico, come prima accennavo parafrasando Moravia, invertendone però il senso, trasformando l'irreale che stava montando come una nuvola di zucchero filato e di panna montata per cadere con qualche rigidità nel realismo di una critica del moralismo e dell'ipocrisia piccolo borghese.

La botta è forte, Gianni Clementi è bravo nell'appioppare un cazzotto nello stomaco - da cui però, passata la sorpresa del colpo di scena, vorremmo riprenderci e tornare alla leggerezza palazzeschiana o alla commedia alla Feydeau che ci aveva divertito tanto nel primo atto. Invece si cambia completamente registro: la commedia che ora è un dramma continua beninteso ad essere ben scritta, ed è anche giusto segnalare che fa pensare e riflettere con coraggio su un caso sociale e civile: può un capitano delle Forze speciali in Afghanistan avere un fidanzato nel suo reggimento? Tutte questioni interessantissime, per carità e ripeto ben scritte. Ma che diremmo se il Barone Rampante di Italo Calvino scendesse dagli alberi dopo aver scoperto di avere un cancro e si facesse ricoverare per iniziare la chemioterapia? Non saremmo un po' delusi da questo brusco ritorno alla realtà e al quotidiano? Io sì.

Ad onor del vero c'è da dire che i punti di sutura che Clementi, il quale benintenso sempre mastro d'ascia dell'arte drammatica rimane, mette nell'operazione drammaturgica reggono il contrasto tra commedia e dramma e non si scuciono facilmente: il finale anzi ricompone la farsa e la tragedia con una soluzione tipica dell'ipocrisia piccolo borghese, cioè prima il matrimonio per salvare la faccia e il buon nome, nonché la carriera militare - e poi che nel lontano Afghanistan sia pure quel che sia, tanto laggiù occhio non vede e cuore non duole.

Credo che Clementi si sia reso conto del brusco impatto della burrasca realistica che stravolge la commedia, quindi abbia voluto ricucirne i lembi con un quinto personaggio per riportare in superficie la dimensione "leggera" dell'opera: una manicure che deve preparare lo sposo per il matrimonio e che, nell'improvvisa ventata di dramma, cerca di mantenere alto l'umore. Va da sé che il cambiamento di registro comporta una mescolata ai protagonisti: di fronte alla realtà, difficilmente accettabile per loro, dell'omosessualità del figlio, i due genitori restano di sasso e in disparte, impietriti, come statue di cera. Peccato, erano così bravi e divertenti Casertano e la Trasselli. Ora a farci sorridere (meno) è la manicure dal ruolo certamente più stereotipato di spalla comica, ma sempre spalla resta, mentre i due baldi giovanotti, innamorati delusi e depressi, fanno a pugni sul serio e se ne dicono di tutti i colori, alternando effusioni ad alterchi violenti.

Il pubblico è comunque soddisfatto del plot e delle soluzioni proposte dall'intelligente e pratica regia di Vanessa Gasbarri. Il che è certamente un risultato importante. Mi si chiederà allora: dov'è lo scandalo del realismo, visto che il realismo goldoniano verte proprio su questi elementi di commistione comico-drammatica, dalla commedia al dramma borghese? Nessuno scandalo, sia chiaro. Clementi è un ottimo artigiano (nel senso pirandelliano del termine: "chi non crea forma nuove non fa arte ma artifizio"), lo definivo mastro d'ascia o sarto d'alta scuola. Ma dallo stilista mi aspetto invece un'impennata verso l'alto, un decollo verso l'irreale di cui ci parlava Moravia e di cui in altri testi Clementi ha dimostrato di essere ampiamente capace.

 

Teatro della Cometa - via del Teatro Marcello 4, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6784380
Orario prenotazioni e vendita biglietti: dal martedì al sabato, ore 10 -19 (lunedì riposo), domenica 14:30 - 17
Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 21, sabato doppia replica ore 17 e ore 21; domenica ore 17
Biglietti: platea 25 euro, prima galleria 20 euro, seconda galleria 18 euro (riduzioni per i lettori di SaltinAria)

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio stampa Teatro della Cometa
Sul web: www.teatrodellacometa.it

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