Festival Di Sanremo - 60a Edizione

Scritto da  Venerdì, 05 Marzo 2010 

Festival Della Musica Italiana? Festival dei concorsi truccati? Festival “secondo” della De Filippi? Festival Dei Record? Non importa molto perché Sanremo è Sanremo. Un completo resoconto di uno dei Festival più innovativi degli ultimi anni.

 

 

 

Nel 2010 il patrimonio culturale della nostra musica ha compiuto circa 60 anni (a causa dell’edizione del 1967 che, per ovvie ragioni, fu semi-annullata) dal suo inizio e non poche cose sono cambiate poiché molte personalità sono scomparse. Sinceramente, non molte canzoni hanno saputo marcare la storia quanto un “Nel Blu Dipinto Di Blu” di Modugno o un “Grazie Dei Fiori” di Nilla Pizzi; parte tutto da Lei: l’unica e sola regina che ha decretato l’inizio di un nuovo modo di proporre l’arte del fare canzoni quando, prima ancora di tutto questo, esisteva già un metodo di diffondere brani tra il popolo che imparava a sognare attraverso la voci di milioni di personaggi (ormai storici) che, al giorno d’oggi, vorremmo che tornassero indietro. Non bisognerebbe mai dimenticare da dove veniamo, ma soprattutto l’importante è cercare sempre di rivedere il corso degli eventi per filosofeggiarci sopra (soltanto l’atteggiamento critico non renderebbe l’idea delle emozioni) al fine di ricordare e imparare quello che personaggi come Luigi Tenco, Fabrizio De André, Lucio Battisti, Mia Martini hanno saputo insegnarci attraverso storie contornate da sogni forti che attraversavano anche il più gelido degli inverni. All’insegna della memoria, infatti, è possibile riconsiderare questa sessantesima edizione del Festival di Sanremo che, sicuramente, ha fatto parlare molto. Ci sono state non poche lamentele (anche molto pesanti) intorno a delle aspettative motivate da personaggi scomodi, superflui o fantasma, ma che, tutto sommato, hanno dato modo alla trasmissione di ridestare nel popolo un interesse tale che non si vedeva dal 2005: il primo grande festival di Paolo Bonolis.

L’anno scorso non si è riusciti a doppiare il trionfo della “prima volta”, ma è stato, comunque, un successone a livello di spettacolo e un po’ meno per le canzoni. Reggere il confronto non sarebbe certo stato facile, ma neanche impossibile poiché Antonella Clerici (neo regina del Festival, bissando la Ventura e altre che si erano presentate come conduttrici) ha saputo dare non solo un ventata di modernità ad una “celebrazione” che sembrava destinata al fallimento,ma soprattutto è riuscita a rinnovare uno dei problemi principali portati avanti da Pippo Baudo: i tempi intesi come ritmi d’esecuzione. Le cinque serate sono trascorse veloci come il vento facendo percepire Sanremo come doveva essere: un festival permeato solo di musica e, a volte, ce n’era pure troppa. C’è da dire, però, un cosa: nonostante i tanti passi avanti fatti, qualche nostalgico ha affermato che qualcosa mancava, ovvero la tradizione.

Questa ultima caratteristica può essere intesa in vari modi, ma, principalmente, per Sanremo s’intendono le caratteristiche base: fiori e scala; elementi che sono mancati considerevolmente, ma che, nel primo caso, sono stati comunque distribuiti individualmente e, nel secondo, il tutto è stato sostituito da una sorta di “navicella spaziale”, il simbolo massimo della modernità di cui, si spera, saranno permeate le altre edizioni.

Parlando di progresso (inteso come nuovo passo), infatti, molte cose possono lasciare intendere che qualcosa sia cambiato nel 2010; tutto è cominciato dalla prima serata in cui, dal buio più completo, sono apparse due figure che sembravano non essersene mai andate: Paolo Bonolis e Luca Laurenti che, nell’ambito di un loro piccolo cammeo, sembrano aver dato l’impressione, nel momento dell’incontro con la Clerici, del “passaggio di testimone”, ma, soprattutto, di aver decretato la fine di un’epoca di mezzo che non prevedeva un futuro radioso per il Festival se avesse continuato nella direzione prescelta. Poi comparì, all’improvviso, la nuova scenografia di Gaetano Castelli e allora tutto apparve chiaro: Sanremo era cambiato. Chi bisogna ringraziare visti gli ascolti dell’ultima serata? Antonella per aver dato un ritmo veloce? Le canzoni? Assolutamente no: onore e gloria ai protagonisti, presenti e non.

Non si vuole far riferimento soltanto, come già affermato in precedenza, alla memoria di alcune leggende che sono state rievocate per non farle dimenticare, ma soprattutto a quello che è stato il primo dei tanti scandali che hanno reso celebre questa edizione di Sanremo: il caso Morgan; reso pubblico attraverso un’intervista sul giornale “Max” dove il cantautore (noto giudice di X-Factor) aveva rivelato del suo problema con la cocaina, usata come antidepressivo. Ovviamente i giudici di Sanremo non hanno perso tempo nel cacciare via chi, forse anche per poco, poteva portare una ventata di cantautorato al Festival che non guasta mai. Subito dopo l’annuncio dell’esclusione è scoppiato il caso, il quale è stato trattato dalla conduttrice come una battaglia contro la droga per aiutare chi non riesce a uscirne fino a diventare un dibattito sul se sia stato giusto o meno. La risposta a questo quesito, ovviamente, non poteva essere sincera perchè come ha detto Pupo: “se ci mettessimo a cacciare tutti i drogati che vanno a Saremo, non ci dovrebbe andare nessuno!”.

La sincerità, a quanto pare, spesso e volentieri non viene mai ben accettata per dare un buon esempio che, magari, poteva anche non essere dato. Infatti, a proposito di quest’ultima parte, è stata proprio la buona condotta a voler diventare il filo di Arianna del Festival decretando il successo di una delle scoperte più sconcertanti del panorama della musica “leggera” italiana: il trio Pupo, Emanuele Filiberto e Luca Canonici con la loro sviolinata gratuita al paese chiamata “Italia Amore Mio”. Il brano, lettera d’amore alla nazione scritta dal “principe”, è riuscito a mettere in evidenza non solo che Emanuele Filiberto stia prendendo sempre più consensi per il suo essere vittima di un  vecchio decreto popolare che, ovviamente, lo mette in buona luce come pecorella smarrita, ma anche che, questo atteggiamento, sia la carta vincente che è riuscita a farlo arrivare secondo in classifica superando le aspettative di tutti e, in modo particolare, dell’orchestra la quale, a causa dell’esclusione del loro favorito, si sono ritrovati a lanciare in aria gli spartiti delle canzoni; secondo Roberto Sterpetti, direttore dell’Accademia Scarlatti di Roma (corista nel Festival in ben 10 edizioni), si è trattato di “un gesto abbastanza goliardico che, ovviamente, nasconde non solo un dispiacere, ma anche un atmosfera pesante che si era creata quella sera nonostante l’ottimo lavoro svolto dal maestro Marco Scabbio che, senza dubbio, ha rinnovato il modo di fare Sanremo attraverso citazioni “nascoste” come  Hoppipolla” dei Sigur Ros, nel tema del Festival, e nuovi modi di “aprire” le serate come “Seasons Of Love” cantata da tutti e sei i coristi”; insomma una scena mai vista che ha “accompagnato” la disapprovazione, già intravista fin dalla prima serata (anche ancor prima dell’esibizione del brano patriottico), del pubblico dell’Ariston che ha sollevato accuse pesanti nei confronti del televoto e sulla decisione dei tre finalisti, i quali hanno messo in luce quelle che sono stati, invece, i reali protagonisti del Festival: i Talent Show (“X Factor” e “Amici Di Maria De Filippi”) quasi in opposizione alla vecchia schiera capitanata da Toto Cotugno con “Aeroplani”, Enrico Ruggeri con “La Notte Delle Fate” e Nino D’Angelo con “Jammo Ja”.

I show “giovanili” hanno gestito la reale battaglia per il podio attraverso l’incredibile voce di Marco Mengoni con il suo “Credimi Ancora” (brano interessante dal punto di vista musicale, un pò meno per quanto riguarda la fruibilità radiofonica) e Valerio Scanu, il vincitore di questa sessantesima edizione con “Per Tutte Le Volte Che…” (brano con delicatissimo motivetto di note che sarebbe stato meglio sviluppare in altri modi o mantenerlo nella sua forma originaria) che era stato “messo in quarantena” dal televoto, ma salvato grazie a un duetto con Alessandra Amoroso (vincitrice della scorsa edizione di “Amici”) che ha mostrato come la canzone sarebbe potuta funzionare meglio attraverso il dialogo tra due amanti. Ponendo, quindi, attenzione sui protagonisti del Festival si può, sicuramente, notare una cosa: se un primo scandalo nasce proprio, come detto prima, dal perbenismo aristocratico, con la vittoria di Valerio cosa si può dire? Si è parlato di televoti manipolati (verità che non verrà mai rivelata) o di probabili “influenze” da parte di altre enti televisive, visto anche il trionfo dello scorso anno da parte di Marco Carta, ma, almeno per quanto riguarda Scanu, si può dire con certezza che anche se non è stata la  canzone migliore “passata” in questa edizione ha saputo trovare una sua collocazione individuale che ha toccato il cuore di molti ragazzi che lo hanno votato e che, soprattutto, non ha preso spunti da altre brani per arrivare alla vittoria (“La Forza Mia” era un brutta copia di “Amore Che Prendi, Amore Che Dai” dei Nomadi). Perciò, arrivati a questo punto, la parola “scandalo” deve essere allontanata dal vincitore del Festival e avvicinata a chi davvero l’ha suscitato.

Questo, comunque, non è stato l’unico errore di attribuzione aggettivale presente in questa edizione di Sanremo poiché, in due casi molto particolari che hanno sollevato ulteriori polemiche e “fughe improvvise”, si è andati avanti attraverso l’esagerazione: si tratta di “La Verità” di Povia e di “Meno Male” di Simone Cristicchi. Entrambi pezzi meravigliosi, ma che, per l’appunto, hanno dato dei problemi per la tematica (l’eutanasia) e per aver nominato, attraverso la satira, quella che doveva essere un ospite d’eccezione a Saremo ovvero Carla Bruni. Analizzando bene la situazione, però, si può tranquillamente evincere che si è trattato di due abbagli nel primo caso per aver detto davvero la verità, nel secondo per incomprensione della poetica di Cristicchi. E’ risaputo che Povia sia famoso per sollevare sempre molti “polveroni” in base ai soggetti delle sue canzoni (“Luca Era Gay”), ma, per quest’ edizione, ha deciso di dedicarsi ad una delle tematiche più delicate degli ultimi anni: l’eutanasia e la considerazione del “possesso” della risoluzione del problema da parte dell’umanità, tutto in riferimento al caso Eluana Englaro deceduta, sotto richiesta del padre Beppino Englaro, per sospensione di quell’ accanimento terapeutico che la faceva sopravvivere nel dolore. “La Verità”, infatti, si configura come una lettera di un’anima ormai libera che racconta ai suoi genitori le meraviglie che, soltanto ora, gli si presentano; una canzone che non prende alcuna posizione, ma che si pone, invece, al di sopra di ogni giudizio come semplice descrizione di quello che c’è dopo il dolore. Nel 2007 Simone Cristicchi, con il suo “Dall’Altra Parte Del Cancello” (album contenente “Ti Regalerò Una Rosa”, canzone vincitrice del Sanremo di quell’anno), aveva inserito nella track-list un brano che raccontava, in un rapporto intimo d’amore tra un uomo e una macchina, la storia di Piergiorgio Welby: si trattava di “Legato A Te”, brano che non ha suscitato nessun tipo di polemica per il fatto di essere rimasto nell’album. Da qui, l’errore di Povia: dire a chi era riferita la canzone e, soprattutto, renderla un singolo piuttosto che una riflessione intima. Pura strumentalizzazione o voglia di farsi vedere? Fatto sta che non prendendo alcun tipo di posizione il dubbio rimane.

Parlando, invece, di Simone Cristicchi, con la sua “Meno Male”, ci siamo trovati di fronte ad un’indebita attribuzione di colpa che, in realtà, s’è dimostrata come falsa fin dall’inizio per il semplice fatto che chi conosce bene il cantautore romano sa perfettamente che la sua sottile ironia non vuole mai offendere nessuno, ma soltanto far  riflettere, in questo caso, su un’Italia in cui finchè si parla di Carla Bruni nessun’altro problema sembra esistere. Una tematica degna del “Premio Della Critica Mia Martini” che, invece, è andato alla preferita dell’orchestra: Malika Ayane, la vera rivelazione dello scorso anno nella sezione giovani che in quest’edizione, invece, ha preferito presentarsi con una canzone debole nel suo svilupparsi ovvero “Ricomincio Da Qui” che, comunque, mette in risalto le sue incredibili doti canore. Partendo da Malika Ayane è possibile fare due considerazioni che prendono in esame due aspetti di ciò che lei rappresenta: i giovani e il mondo femminile.

Negli ultimi anni si è verificata una situazione strana: le nuove proposte risultavano molto più promettenti dei big (esempio: i Sonhora che, invece, quest’anno con “Baby” sembrano aver deluso le aspettative presentando un brano alla “Bon Jovi”; o Fabrizio Moro, escluso a sorpresa, con la sua “Non è Una Canzone”; lo stesso Cristicchi; ecc.); un fatto tanto singolare quanto meraviglioso che ci ha permesso di guardare al futuro con molta più fiducia perché proprio da lì, durante l’estate, sono nate delle vere e proprie star del pop italiano. In quest’edizione molte cose sembravano non andare per il verso giusto: niente d’innovativo, niente di speciale, niente che restava in testa per più di qualche tempo e, soprattutto, una totale disorganizzazione riguardante i tempi delle esibizioni (la più piccola del “branco”, Jessica Brando con “Dove Non Ci Sono Ore”, addirittura non ha potuto cantare perché, per i minorenni, la legge della televisione prevede che non possano esibirsi dopo la mezzanotte) le quali sono state portate avanti fino ad orari impensabili per i ritmi della trasmissione. Il primo premio è stato vinto da Tony Maiello, un’altra progenie della prima edizione di X-Factor, con “Il Linguaggio Della Resa” che, radiofonicamente parlando, si configura come un pezzo troppo “farcito” di parole. In questo caso, la vittoria sembra essere stata data non solo alla canzone, ma anche al personaggio, gestito da Mara Maionchi, che si configurerà sicuramente come un ottimo prodotto, ma non come la rivelazione dell’anno. Non si sono fatti errori, invece, nell’assegnare il “Premio Della Critica Mia Martini -  Giovani” che è andato alla migliore delle nuove proposte: l’eccentrica, glamour e particolare Nina Zilli con la sua “L’uomo Che Amava Le Donne”; un brano che sembra riportare nell’era moderna la musica degli anni 50. In entrambi i casi, quindi, la critica ha preferito dare a due donne il premio da molti ambito, ma non è stato un caso perché, oltre alla conduttrice, il vero tocco d’incanto al Festival è stato dato dalle donne: Noemi (“Per Tutta La Vita”), Irene Grandi (“La Cometa Di Halley”; il brano migliore), Arisa (“Malamoreno”) e Irene Fornaciari con i Nomadi (“Il Mondo Piange”). Un insieme di delicate bellezze che hanno saputo “colorare” il festival di Sanremo anche attraverso la sezione ospiti (Dita Von Teese, Susan Boyle, Mary J. Blige, Jennifer Lopez, ecc.) la quale è stata particolarmente varia, soprattutto, alla terza serata attraverso delle nuove versioni di grandi classici del passato (“Ciao Amore, Ciao”, “Almeno Tu Nell’Universo”, ecc.) riproposte da grandi big della musica leggera come Massimo Ranieri, Elisa, Fiorella Mannoia, Edoardo Bennato, Miguel Bosé e Riccardo Cocciante (il quale si è appropriato dello spazio più lungo cosa che, sempre secondo Roberto Sterpetti, ha tolto molto spazio ai giovani secondo una scelta di volergli far suonare 5 brani, invece degli otto prefissati; un fattore che, in quelle circostanze, li ha portati a continuare le prove fino a mezz’ora prima della diretta).

La sessantesima edizione del Festival di Sanremo ha, decisamente, lasciato tutti senza parole si spera che per l’anno venturo si cerchi di replicare questo successo d’ascolti che, almeno per molto tempo, garantirà alla musica italiana un altro anno di sopravvivenza.

 

 

Articolo di: Simone Vairo

Sul Web: www.sanremo.rai.it

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