Ferocia - Teatro Argot Studio (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 29 Giugno 2016 

Sabato 18 giugno al Teatro Argot Studio è andato in scena, nell'ambito della dodicesima edizione della rassegna "La Scena Sensibile", "Ferocia (fateci smettere questo spettacolo)" di Betta Cianchini, per la regia di Gabriele Eleonori, con Lucia Bendìa, la stessa Betta Cianchini ed Elisabetta De Vito. Uno spettacolo di scuola, didattico, ben fatto con un obiettivo chiaro e che persegue in modo coerente: testimoniare, spiegare, militare sul tema della violenza sulle donne senza “se” e senza “ma” e per questo assolutamente credibile, efficace. Convince e anche commuove nel suo raccontare duro ma non eccessivo, proprio a dire che siamo in presenza della “banalità del male” ma bisogna continuare a parlarne per non abituarsi.

 

FEROCIA
di Betta Cianchini
regia Gabriele Eleonori
con Lucia Bendìa, Betta Cianchini, Elisabetta De Vito
assistente alla regia Teodora Mammoliti
produzione 369gradi in collaborazione con Teatro Valmisa

 

Feroce il testo per quello che illustra, perché non fa sconti alla tematica della violenza con accanimento sulle donne, soprattutto se si pensa che l’inizio, una raccolta di testimonianze, non è una finzione teatrale ma una sintesi di interviste raccolte nelle scuole. La mala coscienza, soprattutto maschile, è spaventosa, segno che c’è ancora molto da fare ed è per questo che "Ferocia" - questo il titolo dello spettacolo ben scritto da Betta Cianchini - ha deciso di girare gratuitamente nelle scuole.

Lo spettacolo racconta in modo fedele e credibile storie di donne abusate, evidenziando le caratteristiche della psicologia di una compagna di vita umiliata e sottomessa. Il profilo psicologico e la parabola della degenerazione di una storia, con l’azzeramento della volontà e il senso di colpa da parte della vittima, fino alla rabbia e a tentativi di ribellione goffi, incerti, poi rabbiosi sono un classico. Lo spettacolo porta in scena tre storie di donne, tre diverse vite che si incrociano sul palco, acidamente e beffardamente.

Una giovane donna innamorata che di se stessa racconta l’essenza di una ragazza simpatica che, con il suo sorriso alla vita, si rivela travolgente anche se nel quotidiano è un disastro: distratta, sbadata, con l’incertezza davanti alle cose più semplici come una valigia; una professionista alto-borghese, architetto di fama, scarso senso materno, non una donna di casa, proveniente da una situazione di agio ma senza affetti alle spalle; ed una madre, più semplice socialmente, con un’infanzia di vessazioni riflesse come in una ruota tragica, una nonna e una mamma sottomesse e maltrattate dai rispettivi mariti ai quali si sono comunque sempre inchinate.

Sono tre donne con un’urgenza di confessarsi che si muovono come quadri di un’esposizione a episodi che scorrono paralleli, come storie in appartamenti di uno stesso palazzo o di una stessa via, al limite di una stessa città: Roma. Lo schema è tipico, con una circolarità che trova la propria chiusura nel femminicidio di due delle tre donne che, malgrado la volontà di una rottura del circolo vizioso, non trovano scampo. La terza, l’architetto, sopravvive a otto colpi di casco da moto del marito che la rincorre sul pianerottolo della casa dell’amico e socio di lei, deciso ad aiutarne la fuga. E’ lei che dice che testimonierà per tutte le donne abusate e soprattutto per quelle che non ce l’hanno fatta e, come ripete in una sorta di mantra, “continuerò, continuerò”.

Le tre donne raccontano alternandosi l’inizio delle loro storie, il momento dell’incrinatura, quindi la degenerazione, tra l’incredulità iniziale, lo smarrimento, il dolore, il senso di impotenza, fino alla rabbia e alla ribellione. Iniziano in scena sedute su tre seggiole frontali al pubblico a piegare panni con le loro ceste da bucato e finiscono uccise o aggredite uscendo da quella casa-carcere. L’idea che emerge, e che per la mia esperienza di intervistatrice è assolutamente veritiera, è che non esistono situazioni privilegiate o, al contrario, più disposte al proliferare della violenza. Il fenomeno, erroneamente preso per un amore malato o gelosia, è trasversale culturalmente, socialmente e - fattore ancora più inquietante -, il problema accomuna donne tradizionali, “mogli e madri perfette” a donne emancipate, trasgressive, assolutamente “imperfette” rispetto al modello femminile tradizionale. Questo significa che di fronte ad una degenerazione comportamentale, che chiamare malattia significherebbe in qualche modo scusare sotto il profilo morale, non c’è niente che possa frenare la furia. La violenza non è mai giustificabile anche di fronte a persone che, come una delle protagoniste, si possono definire un disastro, né la dedizione più devota può frenarla. Le interpreti più che misurabili in termini di bravura sono convincenti, fatto essenziale in questo genere di spettacolo.

E’ uno spettacolo soprattutto per uomini, perché le donne hanno certamente un bisogno di visualizzazione del problema che spesso però conoscono fin troppo bene: per questo la collaborazione con BeFree e C.A.M. Centro Ascolto Uomini Maltrattanti nella fase di scrittura e per la messa in scena è stata fondamentale e continua ad esserlo. "Ferocia" è tratto dal format “Storie di donne”, un Progetto formativo, performativo ed informativo sulla violenza contro le donne.

 

Le storie raccontate sono storie italiane. Ogni storia messa in scena è un puzzle di tante storie. Questo perché mai avrei messo in scena una storia unica, così com’ è. Questo modo di raccontare la crudeltà del fenomeno mi ha sempre permesso di profanare una vita che già di suo di soprusi e dolorosa profanazione ne era intrisa. Purtroppo il paradigma mentale (femminile e purtroppo anche quello maschile) è molto spesso lo stesso. Il sentirsi improvvisamente in un film horror, (lo dicono molto spesso le donne, durante la denuncia) in una gabbia mentale e la paura di uscire dalla stessa. Quindi l’impotenza e soprattutto l’incapacità di riuscire a raccontare agli altri la verità. Più l’estrazione sociale, culturale ed economica della donna è alta, più il disagio nel raccontarsi è prepotente, potente ed invalidante. E più alta è la percentuale delle donne che mettono piede in caserma o in centro antiviolenza e scappano. Ma non si vuole assolutamente intellettualizzare un Progetto che ha per obiettivo quello di trattare il tema e soprattutto di parlare agli uomini attraverso le donne. Normalmente dietro queste “operazioni” c’è il crogiolamento nel dolore “tout opurt”. Questo sarebbe troppo facile e non servirebbe a nessuno, anzi servirebbe ad allontanare l’attenzione della società civile dal problema. Bisogna parlare con “semplicità emotiva nella narrazione” che è cosa ancor più difficile ma tanto più urgente. E bisogna raccontare queste storie perché “spesso anche quando si denuncia… c’è qualcosa che si inceppa… che non va avanti”. Perché tanti casi di donne uccise nonostante la denuncia?
Betta Cianchini

 

Teatro Argot Studio - via Natale del Grande 27, 00153 Roma (Trastevere)
Per informazioni e prenotazioni: telefono | fax 06/5898111, mobile 392 9281031, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17.30
Biglietti: posto unico 10 euro (tessera associativa obbligatoria 3 euro)

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Giulia Taglienti, Ufficio stampa Teatro Argot Studio; Benedetta Boggio, Ufficio stampa 369gradi centro di produzione e diffusione cultura contemporanea
Sul web: www.teatroargotstudio.com

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