Ferite d’arma da gioco - Teatro dell'Orologio (Roma)

Scritto da  Domenica, 08 Marzo 2015 

In "Ferite d'arma da gioco" di Rajiv Joseph, i due protagonisti vivono una complessa e dolorosa storia d'amore; attraverso il dolore si incontreranno da bambini e, per inseguirsi, ritrovarsi, riconoscersi come essere viventi, al dolore rimarranno legati. I due ragazzi, per allontanarsi dagli schemi e dalle tappe obbligate del processo di crescita imposto dalla società, useranno una loro personale dinamica violenta.

 

FERITE D'ARMA DA GIOCO
di Rajiv Joseph
regia Stefano Scandaletti
con Chiara Capitani e Diego Maiello
assistente alla regia Mario Scerbo
scene e costumi Mara Masiero
traduzione Enrico Luttmann e Marco Casazza
in collaborazione con Consulta della Cultura del Municipio Roma IX EUR, Spinaceto Cultura e Indigena Teatro

 

"Ferite d’arma da gioco" si fonda indubbiamente su una regia che vuole osare l’arma dell’originalità e in parte riesce efficacemente nel proprio intento. La messa in scena sembra il campo di battaglia di una stanza di ragazzini. Tra palloncini scoppiati, della marmellata che scorre come sangue per terra e stampelle che paiono essere usate più per gioco che per sostenere una persona, ci troviamo dinanzi a un perverso paese dei balocchi dove l’amore e i rapporti umani hanno senso solamente se intrisi di dolore.

L’omonimo testo di Rajiv Joseph, finalista al Premio Pulitzer 2010, ha il pregio di esplorare in maniera inconsueta e apparentemente lieve un tema delicato come il masochismo autolesivo. Un argomento difficile che talvolta viene sottovalutato o addirittura banalizzato dai media.

Il regista Stefano Scandaletti cerca di mostrarci con tocco leggero l’innocenza e il bisogno disperato d’attenzione dei due protagonisti, interpretati da Chiara Capitani e Diego Maiello. Ci sembra spesso che li prenda per mano, che ce li mostri come dei bambini bisognosi di cure che gli adulti sono incapaci di offrirgli.

Il loro mondo è un mondo a sè rispetto a quello dei grandi. Clara e Diego si rincorrono per anni, escludendo chiunque dal loro microcosmo ovattato, in cui la sessualità è un tabù e l’amore sembra impigliato in un eterno infantilismo che non lascia via di fuga dal mondo dell’immaginazione. Il sangue e il dolore sono l’unico mezzo per manifestare l’amore che nutrono l’uno verso l’altro e che necessita di attenzioni che il mondo circostante non può capire.

Poc’anzi abbiamo affermato che la messa in scena, nel ricreare un paese dei balocchi dove i due si ritrovano e si perdono più volte, ci è sembrata molto azzeccata. Effettivamente la trovata di sporcare il palcoscenico di finto sangue o di giocare con sedie e travi di legno per ricreare una stanza della tortura dall’aspetto confortante ha un suo fascino.

Il difetto della pièce risiede però nella scelta di un’interpretazione atona affidata ai due attori. Il risultato è che a volte risulta difficile provare empatia nei confronti dei loro personaggi, ci si sente quasi esclusi e relegati al mero ruolo di distaccati spettatori. Un’emotività più calibrata avrebbe agevolato chi guardava a entrare meglio nella storia. Bisognerebbe osare di più sul fronte interpretativo mostrando l’animo puerile attraverso i gesti, la semplicità e una capacità di emozionare che invece talora vengono a mancare.



Teatro dell'Orologio (Sala Gassman) - via dei Filippini 17/a, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875550, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.15, domenica ore 17.45
Biglietti: prezzo unico 10,00 euro (+tessera associativa annuale € 3,00)

Articolo di: Giuseppe Sciarra
Grazie a: Stefania D'Orazio, Ufficio stampa Teatro dell'Orologio
Sul web: www.teatroorologio.com

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