Ferdinando - Teatro Piccolo Eliseo (Roma)

Scritto da  Domenica, 22 Ottobre 2017 

Dal 18 ottobre al 5 novembre. Il “Ferdinando” di Annibale Ruccello, spogliato da tutti gli orpelli interpretativi e giustificativi, assume nelle idee di regia di Nadia Baldi una valenza di grande drammaturgia europea dalle tinte dark espressioniste: un circo dove anima e corpo, passione e desideri, trasgressioni e ossessioni non si collocano più in un "contesto" storico, politico o ideologico ma si trasfigurano in un macabro disegno del destino che semmai richiama “La lupa” di Verga.

 

Produzione Teatro Segreto srl presenta
FERDINANDO
di Annibale Ruccello
con Gea Martire (Donna Clotilde), Chiara Baffi (Gesualda), Fulvio Cauteruccio (Don Catellino), Francesco Roccasecca (Ferdinando)
regia Nadia Baldi
costumi Carlo Poggioli
scenografia Luigi Ferrigno
consulenza musicale Marco Betta
aiuto regia Rossella Pugliese
organizzazione Sabrina Codato
progetto luci Nadia Baldi
foto in videoproiezione Davide Scognamiglio

 

I grandi testi drammatici sono soggetti, come tutte le opere umane, all'usura del tempo. Per questo necessitano di nuove interpretazioni, riletture, rivisitazioni: insomma devono essere costantemente resi "contemporanei". Non si tratta naturalmente di un processo di "attualizzazione" - tecnica che per esempio ha dato ottimi risultati con la trasposizione dell'Amleto in un mondo digitale (Hamlet 2000) - ma di una formattazione (uso una parola corrente per farmi capire) del testo al gusto del nuovo pubblico e alle esigenze del "nuovo" teatro. Tant'è che tra le più belle rappresentazioni del capolavoro scespiriano Riccardo III va oggi citata l'edizione di Al Pacino in formato Stage con gli attori in lettura al tavolino.

La regola della contemporaneità vale per tutti, da Eschilo a Shakespeare, quindi a maggior ragione per il Ferdinando di Annibale Ruccello che, a distanza di trent'anni dalla prima rappresentazione, protagonista la splendida Isa Danieli, necessitava per forza di cose di una riproposizione iconoclasta. Va quindi riconosciuto il coraggio di Nadia Baldi che corre il rischio di manipolare - ma fino ad un certo punto - quello che è considerato un caposaldo della drammaturgia italiana contemporanea.

In effetti l'opera di Ruccello ha subito tutta una serie di piccole e grandi, debite e indebite appropriazioni, vuoi per farne il vessillo di una "liberazione" di genere, vuoi per posizionarlo storicamente ancorandolo a tematiche di un'ideologia un po' nostalgica (l'Unità d'Italia e la fine del Regno Borbonico, il trasformismo borghese) che pure vi sono nel testo, ma che non ne determinano certo la valenza. Anzi, col tempo queste connotazioni mostrano un po' di ruggine e di rughe, limitano l'opera e si rivelano una zavorra. Non c'è bisogno di scomodare il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa o I viceré di De Roberto, il tutto sullo sfondo delle passioni violente della novella di Boito da cui Visconti trasse Senso. Né basta la rinascita di un certo spirito di rivalsa "borbonica" che comincia a soffiare alla fine degli anni Settanta per poter considerare Ferdinando come un lavoro storicamente emblematico.

Altra questione è quella della "liberazione" del gender. Si è infatti sostenuto che Ferdinando e le altre brevi quanto intense opere drammatiche della produzione di Annibale (due ne pubblicate io nel 1987, Week End  e Notturno di donna con ospiti), siano da interpretarsi come "sdoganamento" di contenuti e ambienti pervasi d'ambiguità, di personaggi borderline rigurgitati da un mondo sotterraneo e pullulante di pulsioni sessuali, di perversioni e promiscuità, in cerca forse di riscatto ma soprattutto votati alla perdizione e alla dannazione. Questa lettura, che è senz'altro veritiera, va però smorzata nei toni perché non consiste neppure in ciò l'originalità di Annibale Ruccello: basti citare il dramma Persone naturali e strafottenti di Peppino Patroni Griffi per capire che allora Ruccello sarebbe ancora in forte ritardo.

In maniera più esplicita si è poi parlato di "sdoganamento" del tema del femminiello. A questo argomento centrale della cultura napoletana Ruccello ha dedicato i suoi studi universitari e a tal proposito ha collaborato col Maestro Roberto De Simone per La gatta Cenerentola. Tuttavia i femminielli di Annibale non corrispondono alla tradizione napoletana del sacro. In un'intervista inedita registrata, conservata nel mio archivio, De Simone nota un travisamento: il femminiello del "sacro" napoletano - sostiene De Simone - è tale perché ambiguo, non perché omosessuale come pensa Ruccello, il Santo è sia maschio che femmina, ma non portatore di sessualità.

Ancora una volta dunque non troviamo qui l'originalità di Ferdinando che, al di là di queste considerazioni schematizzanti, esprime sic et sempliciter una potenza drammaturgica irriducibile ad argomenti più o meno contingenti, a "sdoganamenti" vari.

La prima memorabile edizione con Isa Danieli ha senz'altro avuto il merito di contestualizzare il tema dell'immoralità perversa e depravata della piéce in un background storico e politico che sembrava se non inedito, come abbiamo detto, certo inaspettato e inusitato - di qui la sorpresa iniziale - per un giovane autore dei primi anni '80. Se però trent'anni fa Ferdinando suscitò scalpore proprio per la sua classicità quasi da libretto di opera lirica, da drammone ottocentesco sferzato da ventate di morbosità fassbinderiana, va pure detto che quell'operazione oggi non sarebbe più stata ripetibile. Già, il tempo passa e le necessità intrinseche di un'opera si modificano e bisogna ripartire da zero e rimettere il "capolavoro" alla prova del tempo, o meglio del "nuovo tempo".

E' allora ovvio che la strada che poteva intraprendere Nadia Baldi doveva per forza di cose esulare da queste linee "tradizionali" di interpretazione del capolavoro di Ruccello per generare una visione meno "datata", meno di "gender", meno storicistica sulla questione del dialetto (ormai sdoganatissimo anch'esso e pure da qualche decennio prima di Ruccello) e dell'unità d'Italia. Nadia Baldi ha compiuto dunque un'intelligente operazione saltando in blocco queste interpretazioni, a mio avviso riduttive, per far rivivere il testo di Annibale nella sua dirompente forza drammatica, addirittura senza tempo e ambientabile in qualsiasi epoca e situazione, lingua e cultura. Occorreva insomma staccare le due componenti, sesso e storia, psiche e documento, anima e testo, per riformulare, ricostituire una seconda pelle (uso volutamente un termine che dà il titolo ad un romanzo di Malaparte che può evocare qualche lontano parallelismo) al Ferdinando di Ruccello.

Così l'intento della Baldi, al di là dei luoghi ormai comuni della critica, sembra quello di voler dimostrare come il drammaturgo napoletano affondi il bisturi nella psiche umana e nel corpo dei protagonisti riallacciandosi o addirittura anticipando, alcune ricerche della moderna psicanalisi, come ad esempio il tema della donna Lupo della psicanalista americana Pinkòla Estes. Via dunque la drammaturgia napoletana, via i femminielli, via lo sdoganamento del gender, via i Borboni, via l'Unità d'Italia (Gattopardo e Viceré bastano e avanzano), via la questione del dialetto (Betti abbracciando Viviani nel 1934 gli disse: non sarà il dialetto a fermarti).

Nadia Baldi ripropone così Ferdinando, un testo ormai entrato come un classico nella storia del teatro italiano contemporaneo, sfidando le opinioni critiche consolidate, anche se poi, per rispetto dell'autore icona della nuova drammaturgia napoletana, non affonda i colpi come forse sarebbe piaciuto allo stesso Ruccello. Pensato, studiato, recitato a furor di memoria, molto teatro dell'anima e poco della carne e del corpo, l'esperimento di Nadia Baldi riesce a pescare il contenuto melmoso e conturbante, violento e carnale, di un testo che dovrebbe però provocare reazioni ancor più violente traducendosi in una chiave di lettura di una realtà che sa essere molto più devastante del teatrino da operetta in cui sembra confinato.

Risultato riuscito? Fino ad un certo punto. La questione è semplice: da un lato è vero che la Baldi tende ad una nuova interpretazione del testo spingendo anche la recitazione su toni estremi, isterici e un po' urlati da parte di Gea Martire nel ruolo di Clotilde, o in un comico-grottesco da farsa finale nel Don Catellino di Fulvio Cauteruccio; dall'altra parte lascia "recitare" la brava Chiara Baffi (giovane e fresca portatrice di un premio Olimpico) che qui stenta ad andare oltre la tecnica nel ruolo che piuttosto necessiterebbe di un salto brusco dalla bruttina stagionata iniziale alla consumata consumatrice di sesso e assassina del finale. Furbescamente placido e stereotipato il perverso imbroglione Ferdinando di Francesco Roccasecca che manipola sessualmente sia il prete che le donne. Tuttavia la sessualità e l'erotismo che sarebbe opportuno estremizzare - certo non farne un film porno ma suvvia diamoci dentro di più! - restano piuttosto nelle parole e in un fugace quanto pudico nudo maschile.

Del resto le tecniche recitative fanno pensare a certa sperimentazione degli anni Settanta, movenze sclerotizzate, oggetti che compaiono e scompaiono come per magia nelle mani dei protagonisti e con qualche incongruenza (ricordo una prova di un'ora di Gabriele Ferzetti solo per studiare come versarsi da bere), una scena che sembra la tenda di Gheddafi costellata di carrellini che vengono spostati come trenini, musiche potenti (Marco Betta), e proiezioni video semplici ed efficaci (Davide Scognamiglio) come l'orologio sempre fermo mentre il tempo è segnato dal ritmo ossessivo della goccia. Poi alcuni tagli di luce laterali - bello il disegno della stessa Baldi - di stampo espressionista danno un tono alla Fassbinder all'inferno di questo Ferdinando.

Gli spunti comici volutamente inseriti da Ruccello per alleggerire il contesto cupo e drammatico ottengono l'effetto di far partecipare il pubblico con risate ed applausi, scroscianti al sipario.

 

Teatro Piccolo Eliseo - via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20, domenica ore 17
Biglietti: 20 €
Durata spettacolo: 2 ore e 15 minuti - due atti

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio Stampa Teatro Eliseo; Maya Amenduni, Ufficio Stampa Compagnia
Sul web: www.teatroeliseo.com

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