Erodiàs - Teatro i (Milano)

Scritto da  Domenica, 20 Novembre 2016 

Ha debuttato al Teatro i il 16 novembre, e vi rimarrà in scena sino al 5 dicembre, la rilettura dell’“Erodiàs” di Giovanni Testori con Federica Fracassi e la regia di Renzo Martinelli. “Erodiàs” è il secondo capitolo della trilogia di monologhi intitolata “Tre lai” scritta da Giovanni Testori (1923-1993) agli inizi degli anni Novanta. I tre lai sono i tre lamenti funebri di Cleopatra sul corpo di Antonio (Cleopatràs), di Erodiade su quello di Giovanni Battista (Erodiàs) e della Madonna su quello di Cristo (Mater Strangosciàs). Federica Fracassi è Erodiàs, Erodiade, concubina del re Erode Antipa innamorata del profeta Giovanni Battista che, rifiutata, ne provocò la decapitazione (nel 35 d.C. circa). Nonostante la testa mozzata dal corpo, l’uomo continua a parlare a Erodiade, tanto che la donna assume l’aspetto del Battista e il monologo da lei recitato scaturisce proprio dall’amore inappagato per lui.

 

Produzione Teatro i con il contributo di Regione Lombardia/NEXT presenta
ERODIÀS
di Giovanni Testori
con Federica Fracassi
regia Renzo Martinelli
dramaturg Francesca Garolla
assistente alla regia Irene Petra Zani
suono Fabio Cinicola
luci Mattia De Pace
consulenza artistica Sandro Lombardi
creazione costume d’epoca Cesare Moriggi
consulenza e realizzazione oggetti di scena Laura Claus
foto Lorenza Daverio

 

Una struttura di vetro di un luogo non ben precisato, rialzata con sbarre metalliche a vista rispetto alla platea, accoglie gli spettatori alla loro entrata in sala. Una figura di donna senza testa, seduta su un trono, regge in mano il capo di un uomo barbuto che si scoprirà poi avere le stesse fattezze della donna. E' la testa di Giovanni Battista, sostenuta dalle mani della donna che sembra risvegliarsi da un sonno e pare non comprendere subito dove si trovi. A mò di colonna sonora introduttiva, accenni del risuonatore tubolare di un vibrafono, alternati a suoni dello stesso più prolungati, riportano a un tempo e a uno spazio indefiniti, oltre a innescare un effetto straniante rispetto a quanto appare in scena. Poi irrompe improvviso il grido “Jokanaan!” e quindi prende avvio il monologo in una lingua da interpretare, costituita da un intreccio di parole conosciute con altre senza senso, ma che si legano alle prime e designano dolore e nello stesso tempo rabbia. Un grammelot di matrice lombarda intessuto con parole inglesi e francesi, simile ad altri grammelot ma di più difficile comprensione, per esempio rispetto a quello che contraddistingueva la recitazione di Fo e che lui rendeva più accessibile aiutandosi con la mimica.

In questa occasione invece la messa in scena si dipana in un contesto maggiormente complesso che richiede una partecipazione più attiva da parte dello spettatore, una partecipazione non voyeuristica, come il più delle volte accade, ma che al contempo non ammette la minima distrazione. Ề la lingua di Testori, una lingua non fatta di neologismi, o per lo meno non solo; una lingua che prevede lo stravolgimento o addirittura l‘invenzione di parole inedite che valgono solo per l’occasione nella quale vengono pronunciate e si prefiggono l’obiettivo di rafforzare i concetti per i quali una sola parola non basta ma deve essere “aggettivizzata” con un termine che la renda più pregna di significato. Un laio forte, senza censure, dove non si bada ad omettere o edulcorare vocaboli che potrebbero essere, ancora oggi, considerati osceni, i quali al contrario vengono urlati senza riserve quasi a volersi concedere un attimo di requie dall’affranto dolore che invece pace sembra non trovare.

Manca il senso della ragione in Erodiàs: lei era di religione ebraica e non pagana ma non poteva comprendere il pensiero di Giovanni Battista, che predicava la reincarnazione e la castità. Non esita a mostrare un fallo di plastica in erezione e lo chiama randello; nello stesso tempo rimprovera a volte a se stessa, a volte a Jokanaan l’impossibilità che quel fallo possa ergersi a suo favore. Riesce a trovare apparentemente un minimo di sollievo nel momento in cui immagina un amplesso e non teme riserve nel pronunciare ripetutamente la parola che lo richiama: “ciavare”, dice e le sembra la più dolce delle parole. Ricorda quando per una notte leccava la testa mozzata dell’amato e ne rimpiange il liquido della saliva.

E’ questo un simbolo ricorrente in tutti e tre i lai di Testori: il rimpianto del sudore e dell’orina in Cleopatra, la saliva e anche il sangue (elemento, questo, quasi di sapore catartico, spesso ricorrente nelle opere di Testori) di Erodiade, fino alle lacrime versate da Maria per il figlio morto e che sono anche le lacrime che vogliono dimostrare comprensione per tutta un’umanità che soffre. I Lai sono considerati rappresentativi dei tre luoghi dell’al di là: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Con Erodiàs ci troviamo nella fase intermedia, quella del Purgatorio, dopo le oscenità molto più marcate di Cleopatràs nell’Inferno e prima di quelle consolatorie di Maria in Paradiso.

Testori, nello scrivere l’Erodiàs voleva forse cercare una forma di purgatorio in Terra, dove la persona che commette l’omicidio non sembra consolarsi mai abbastanza nonostante riesca a trovare una forma di pentimento? Testori, che ha vissuto da credente e omosessuale, iscritto a Comunione e Liberazione, e che si sfogava nella positività e nell’umanità dei personaggi reali come la Maria Brasca, non poteva scrivere diversamente i tre lai che per molti rappresentano il suo testamento spirituale.

Verso il termine dell’opera la magnifica protagonista, Federica Fracassi, esce dalla scena e fa il suo ingresso in platea per continuare la parte finale del suo monologo, ma anche per chiedere solidarietà al pubblico. Perché prima, come voleva lo stesso Testori, era un’attrice, ora è una parte del pubblico che, per sua voce, interagisce. Attrice di enorme caratura, non finisce di stupire per la bravura recitativa e per l’intelligenza che immancabilmente mostra nello scegliere i personaggi da portare in scena. In questo ottimamente aiutata da quel grande regista che è Renzo Martinelli, il quale ha la capacità di attualizzare quello che sembra appartenere a una cultura passata e ormai superata, mostrando invece come sia possibile svilupparlo in una nuova dimensione e così facendosi portavoce di tematiche eterne. Basta solo coglierne l’essenza, che a volte è racchiusa in una scatola segreta e che deve solo trovare chi possiede la sensibilità e l’onestà intellettuale di aprire quella scatola. I due artisti avevano già lavorato insieme con successo nel 2014 per gli spettacoli “Blondi”, “Eva” e "Magda e lo spavento”, tre capitoli della trilogia "Innamorate dello spavento" di Massimo Sgorbani, l’ultimo dei quali è stato anche replicato lo scorso anno al Teatro Elfo Puccini di Milano.

 

Teatro i - via Gaudenzio Ferrari 11, Milano
Per informazioni e prenotazioni: tel. 02/8323156 - 366/3700770, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: lunedì /giovedì / venerdì ore 21, mercoledì / sabato ore 19.30, domenica ore 17
Biglietti: intero: 18 euro / convenzionati: 12 euro / under 26: 11,50 euro / over 60: 9 euro
giovedì vieni a teatro in bicicletta: 7 euro

Articolo di: Carlo Tomeo
Grazie a: Ippolita Aprile, Ufficio stampa Teatro i
Sul web: www.teatroi.org

Commenti   

 
#1 ErodiàsGuest 2016-11-22 02:07
Complimenti al Sig. Tomeo per la bellissima recensione.
 

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