Eppure Battono Alla Porta - Teatro Agorà 80 (Roma)

Scritto da  Redazione Giovedì, 15 Aprile 2010 

Un lavoro teatrale ben pregiato e interpretato magistralmente dalla Compagnia Teatrale “Pegaso”: “Eppure Battono Alla Porta”, un viaggio indimenticabile attraverso lo sguardo e la memoria della borghesia decaduta del secondo dopoguerra.

 

 

 

 

 

L’Associazione artistico-culturale “Pegaso” presenta

EPPURE BATTONO ALLA PORTA

di DINO BUZZATI

elaborazione drammaturgica di Andrea Stopponi
Regia di Gennaro Paraggio e Mario Fazio

Teatro Agorà 80 – Roma

Dal 13 al 18 Aprile 2010

Con: Guido Alcantarini, Maura Bonelli, Laura Branchini, Stefano Dalla Vedova, Mario Fazio, Giuliana Meli, Francesco Nannarelli

 

 

 

Siamo abituati a vedere quello che abbiamo davanti agli occhi poiché, nella maggior parte dei casi, è il nostro cervello a dirigere lo sguardo. Un libero arbitrio che ci lascia osservare le meraviglie del Creatore per darci la possibilità di compiacerci e di bearci in tutto questo. Ma una domanda può arrivare d’improvviso: qualcosa può sfuggire? Nell’ambito della luce c’è qualcosa che non è possibile scorgere? La logica prevede di sì.

L’intervento della linea d’orizzonte ci è d’aiuto: oltre una data prospettiva è impossibile superare il tutto, ma si sta sempre discorrendo di limiti naturali. Ora proviamo, invece, a prendere in considerazione questo “confine” nell’ambito di una stanza: cosa non dovremmo vedere? Il tutto ci si offre come un regalo e pare non esserci nulla, anche tra i minimalismi, che non vada con l’ordine presente davanti agli occhi.

Eppure qualcosa si muove sottoterra, eppure l’invisibile sembra più reale di ciò che sembra, “Eppure Battono Alla Porta”, un gioco di sguardi e memorie del defunto Dino Buzzati eccellentemente interpretata dalla compagnia “Pegaso” composta da Guido Alcantarini, Maura Bonelli, Laura Branchini, Stefano Dalla Vedova, Mario Fazio, Giuliana Meli e Francesco Nannarelli.

Cercando di rielaborare liberamente il testo letterario (con intervento drammaturgico di Andrea Stopponi), la Compagnia Teatrale “Pegaso” (dopo l’esperienza dell’anno scorso con “Vecchi Tempi” di Harold Pinter) ha deciso di cimentarsi in un testo non facile, ma denso di colpi di scena e giochi interessanti che s’interrogano sulla complessità dello sguardo umano e la memoria, entrambi velati dalla presenza del buio che tutto fa tacere e nasconde fino a permearsi di un gusto segreto e macabro degno del più grande thriller di tutti i tempi.

La vicenda si svolge nella villa di campagna dei Gron, una famiglia borghese (Maria, Stefano e la cameriera Rosa), come tante, devastata dalla seconda guerra mondiale che attende con ansia che arrivano gli ospiti: il Dott. Martora, il Colonnello Bissat e sua moglie Sofia. Ogni settimana si radunano per giocare a carte e chiacchierare amabilmente, ma, a causa dell’insistente tempesta al di fuori della villa, la tensione all’interno sembra alzarsi sempre di più fino a sfociare nella totale follia in parallelo con il livello del fiume lì vicino che, ben presto, invaderà l’intera casa rivelando delle verità scomode.

Un lavoro denso di mistero e ambiguità che, grazie alla regia di Mario Fazio e Gennaro Paraggio, ha saputo mostrarsi nella sua intera forza scaturita proprio da dei semplici giochi di sguardi che hanno messo in evidenza non solo il vuoto della classe borghese, ma anche la grande sofferenza insita nei singoli personaggi: chi per un amore proibito, chi per la perdita della giovinezza, chi per la gabbia che intorno lo stringe.

In tutto questo, però, un insieme di occhi s’incontrano con altri non solo per cercare solidarietà, ma anche per far notare piccole e grandi cose, ma, soprattutto, una verità scomoda: è possibile illudere lo sguardo con l’aiuto del buio dell’inconsapevolezza?

L’inconsapevolezza può essere attribuita tanto al voler nascondere i fatti da parte di una classe che si rifiuta di vedere la propria decadenza (magistrale lo sfogo iniziale di Giuliana Meli nella parte di Maria Gron), quanto al non voler ammettere a se stessi un errore, sia nel considerare i fatti che le persone (il personaggio di Sofia né è l’esempio, interpretato da un’eccellente Maura Bonelli). In un certo senso questo discorso sembra ricollegarsi anche con la memoria la quale sembra riportare in vita tutti quei fantasmi del passato che non vogliono andare via e che, probabilmente, sono i principali virus dell’inconsapevolezza cieca (poiché sopprime ciò che non è contemplato; esiste solo il passato nobile e umano della classe) e beata (poiché contenta di vivere nella non curanza) della borghesia.

Oltre a “Eppure Battono Alla Porta” è possibile vedere delle citazioni provenienti da altri lavori di Dino Buzzati (“I topi”, “La canzone di guerra”, “La giacca stregata” e “Il bosco vecchio”) i quali vengono inseriti senza problemi nella sceneggiatura fino a dare un senso compiuto, ma, soprattutto, conferendo anche un senso comico e polivalente che metterà meglio in evidenza dei punti che, magari, dal semplice racconto non sarebbero potuti emergere.

“Eppure Battono Alla Porta” è un lavoro teatrale che è stato trattato con molta cura dalla Compagnia Teatrale “Pegaso” fino a farlo diventare un thriller denso di suspense che saprà incuriosire anche l’ultimo dei frequentatori di teatro.

Da vedere assolutamente.

 

Recensione di: Simone Vairo


Eppure battono alla porta”. Non avevo voluto leggere niente di questo spettacolo prima di andarlo a vedere, volevo essere libera da preconcetti, non avere giudizi di sorta di nessun altro, volevo arrivare “sola” di fronte allo spettacolo.

“Eppure battono alla porta” è un noir, uno stupendo noir; con passaggi che fanno anche ridere, ma con i brividi che corrono sotto pelle durante buona parte dello spettacolo. Si capisce tutto nel finale, perché la fine non si riesce proprio ad immaginare.

A metà spettacolo ci si potrebbe quasi chiedere dove si voglia “andare a parare”, ma è quello lo spettacolo, lasciare in sospeso chi guarda fino alla fine, perché in questo modo è lo spettatore stesso che entra nella storia e la vive in prima persona: aspetta gli eventi. Non perché ci si riconosca in uno dei protagonisti, ma perché sembra di stare lì con loro a conversare, partecipando alle loro vite, alla loro storia in prima persona.

Non si è più spettatori, ma si diventa parte integrante dello spettacolo, ci si immerge non solo con gli occhi ma con tutto il corpo. Quasi si potrebbe andare a prendere un tè con i personaggi.

È per questo che vengono i brividi, è questa la bravura degli attori, il coinvolgimento che diventa attesa, il tempo che diventa evento.

Raramente mi succede questo a teatro. Si può ridere di gusto guardando uno spettacolo, a volte addirittura ci si commuove, eccezionalmente si viene catapultati in un altro mondo. Questo spettacolo è una di quelle rare eccezioni.

Recensione di: Giulia Nizzi

Le affascinanti e coinvolgenti pagine di Dino Buzzati, uno dei narratori più intensi ed immaginifici del Novecento italiano, rivivono sul palcoscenico del Teatro Agorà di Roma nello spettacolo “Eppure battono alla porta”, portato in scena dalla compagnia teatrale Pegaso che l’anno scorso avevamo visto cimentarsi egregiamente con la criptica e sensuale pièce “Vecchi Tempi” del drammaturgo inglese Harold Pinter.

In quest’occasione viene proposta la trasposizione teatrale di uno dei racconti custoditi nella preziosa raccolta “Sessanta racconti”, pubblicata dall’autore bellunese nel 1958 ed insignita nel medesimo anno del Premio Strega per il pregiato valore letterario di queste novelle, contraddistinte da uno stile narrativo inconfondibile, da un accentuato e ricercatissimo simbolismo e da tematiche tipiche della poetica buzzatiana come la paura dell’ignoto, il mistero, l’angoscia esistenziale e l’anelante ricerca di un microcosmo protettivo e rassicurante, individuato nella famiglia e nella religione, contro le violenze perpetrate sull’individuo dalla storia e dalla società.

In “Eppure battono alla porta” troviamo esaltati proprio il gusto di Buzzati per il misticismo, lo scontro tra la drammatica realtà quotidiana e la percezione, vivida ed avvertita sempre più distintamente, di una realtà altra, metafisica, ultraterrena che cerca di mettersi in contatto con gli esseri umani per guidarne le azioni e proteggerli dall’avversità del fato. Il tutto filtrato attraverso la sapiente rielaborazione drammaturgica del testo narrativo originale operata da Andrea Stopponi, che ha saputo infondere nella sceneggiatura tutta la passione nutrita per le opere dell’autore veneto senza però stravolgerne l’atmosfera né tantomeno eccedere nell’accentuazione dei toni noir e thriller insiti nel racconto. Il risultato è uno spettacolo di grande fascino, capace di alternare istanti di trascinante pathos, inquietudine e mistero ad altri all’insegna di una spensierata leggerezza, impreziosita da un’ironia garbata ed elegante.

Le vicende narrate sono ambientate nell’immediato dopoguerra, nella sontuosa residenza dei Gron, famiglia altoborghese tra le più influenti del paese che ha però visto incrinare la propria ricchezza ed il proprio prestigio sociale dall’esito catastrofico del secondo conflitto mondiale: l’azione scenica si dipana interamente nel signorile ed impeccabile salotto dei coniugi Maria e Stefano Gron che attendono a breve l’arrivo di alcuni amici per trascorrere una piacevole serata tra amabili conversazioni e la consueta partita di carte settimanale. Peccato che all’esterno della villa infuri ormai da giorni una pioggia torrenziale, una tempesta che i contadini della regione non ricordano a memoria d’uomo essersi mai abbattuta sulle loro campagne: ora dopo ora il fiume che scorre proprio accanto alla residenza si ingrossa sempre più violentemente e il raziocinio imporrebbe di abbandonare immediatamente la casa e rifugiarsi in un luogo maggiormente sicuro. Non bastasse il buon senso, Stefano (interpretato dall’attore di grande esperienza e carisma Francesco Nannarelli), uomo consuetamente solido e sicuro di sé ma in questa circostanza incapace di affrontare la situazione con calma e razionalità, racconta di aver ricevuto la notte precedente la visita dello spirito di un suo amico recentemente scomparso, il quale lo invitava a gran voce a mettere repentinamente in salvo sé stesso e la sua famiglia. Il suo desiderio di sfuggire alla furia degli elementi e di assecondare questa apparizione misteriosa, ma così realistica e veritiera, si scontra però contro l’impossibilità di scalfire la granitica volontà di sua moglie Maria (portata in scena con eccezionale forza espressiva da un’ottima Giuliana Meli): la donna, palesemente devastata nella psiche dai drammatici eventi della guerra, non riesce ad accettare la perdita del proprio status sociale né soprattutto si capacita del fatto che gli anni più preziosi della sua giovinezza siano ormai svaniti. Proprio nell’incipit del primo atto si colloca uno dei momenti più emozionanti dell’intera pièce, ovvero lo sfogo di Maria Gron che chiede a suo marito, con parole dolorose strozzate dal pianto, di recuperare i beni preziosi da loro ceduti durante il conflitto per assicurarsi la sopravvivenza, di recuperare quell’argenteria in cui lei crede sia celato lo spirito della sua gioventù, lo spirito di quella serenità che non riesce più a riconquistare dopo il buio oscuro degli ultimi anni. Brividi sulla pelle per questa confessione intima e commovente, l’unico spazio di umanità che sarà concesso all’austero e freddo personaggio interpretato dalla Meli.

Giungono così gli ospiti e, mentre la tempesta diviene sempre più violenta, veniamo distolti dalle dinamiche relazionali che legano i personaggi in scena. Tra Sofia, sorella volitiva ed estremamente sensuale di Maria (ne veste i panni Maura Bonelli) e il colonnello Bissat (Guido Alcantarini) suo marito si scatenano continui battibecchi, frutto di un matrimonio combinato e ormai privo di sentimento e delle radicali differenze che li separano: impostato, razionale e autoritario lui; fantasiosa, amante del mondo dell’occulto ed ostinata provocatrice lei. A cercare di mediare tra i due, per riportare la pace in questa serata di gioco e conversazione, sarà il razionale ed arguto intellettuale del gruppo, il dott.Martora (interpretato da Mario Fazio, diviso tra il ruolo di brillante attore in scena e quello di regista al fianco di Gennaro Paraggio) che pervaso dal suo spirito galileiano inizialmente inviterà tutti alla razionalità, cedendo però sempre più decisamente all’angoscia per il pericolo incombente, nonché al fascino del mistero.

Attraverso rocamboleschi dialoghi che progressivamente ci consentiranno di comprendere a fondo la complessità psicologica dei personaggi in scena, scopriremo anche alcune passioni che covano sotterranee ed esploderanno prepotenti nei drammatici istanti finali. Sino all’epilogo, suggerito dall’impostazione narrativa ma accolto dallo spettatore con stupore e trasporto, grazie alla carica emotiva che permea le interpretazioni dell’intero cast ma soprattutto grazie a scelte di regia e di illuminotecnica intriganti e tutt’altro che scontate.

Desideriamo sottolineare ancora una volta quelli che a nostro avviso rappresentano i punti di forza dello spettacolo. Anzitutto il fascino del testo buzzatiano e della sua trasposizione teatrale, vestito con intelligenza e delicatezza da una regia che lo esalta senza indulgere in scelte volte a impressionare in maniera semplicistica il pubblico. In secondo luogo come non tributare un elogio a tutti gli attori in scena ed un sonoro applauso alle tre interpreti femminili: la deliziosa Laura Branchini, nel ruolo della serva Rosa, nelle sue poche battute in scena cattura immediatamente la simpatia degli spettatori con energia e brio recitativo; la vera carta vincente dello spettacolo sono però Giuliana Meli e Maura Bonelli, attrici dallo stile profondamente diverso ma altrettanto carismatiche ed intense, perfette nel conferire anima e dinamismo alle due protagoniste della pièce.

In poche parole, uno spettacolo assolutamente imperdibile, reso ancor più speciale dall’evidente sintonia che si percepisce sul palcoscenico tra i membri della compagnia. Davvero complimenti.

Recensione di: Andrea Cova


Eppure battono alla porta”, portato in scena dall’associazione culturale “Pegaso” è liberamente ispirato all’omonimo racconto di Dino Buzzati contenuto nell’opera “I sessanta racconti”, con l’elaborazione drammaturgica di Andrea Stopponi e la regia a quattro mani di Gennaro Paraggio e Mario Fazio.

La casa della famiglia Gron, sopravvissuta alla guerra, diviene il limbo dove si srotolano le vite dei personaggi che, come ogni giovedì, si riuniscono “alla corte decaduta” della signora Maria e del signor Stefano per giocare a carte. Un rituale quasi scaramantico, un mantra, un comportamento ossessivo-compulsivo per scacciare i ricordi della guerra, per mantenere quel distorto status sociale di borghesia che ora non esiste più.

Il salotto dei Gron diviene un microcosmo, un luogo ovattato, un utero materno che protegge da ciò che accade all’esterno: la pioggia continua a cadere da giorni e il paese si sta lentamente sfollando, in preda a paure ed isterismi.

Il filtro tra la realtà esterna e la quiete della casa è Maria (interpretata da Giuliana Meli), monolite di agghiacciante fierezza esteriore, quanto sfilacciata nella mente. E’ lei che come una vedova nera tiene imprigionati i suoi ospiti nella sua tela. E’ lei che ignora i segnali che il fato, o le carte, o gli astri stanno mandando.

In una notte di tempesta, arriva un messaggero che bussa alla loro porta. Per avvertirli che fuori… continua… incessantemente…

A piovere.

Nulla possono gli ospiti, incapaci di reagire a qualsiasi segnale esterno. E’ come se il temporale, lì fuori, oltre ad aver interrotto le linee telefoniche, abbia interrotto anche il loro flusso di pensiero razionale.

Così a poco servono le “premonizioni” di Sofia (sorella di Maria, interpretta da Maura Bonelli): le carte in cui cerca il futuro sono oggetto di scherno.

La torre, il fante, la luna… sono fantasticherie di poco conto.

Persino il Dottor Martora (interpretato da Mario Fazio), il personaggio più razionale, viene accecato da una finta normalità (amplificata da un gioco di luci fioche e da finestre serrate) e da un segreto amore per uno degli ospiti.

Anche il padrone di casa, Stefano Gron (interpretato da Francesco Nannarelli) è incapace di contrastare le convinzioni della moglie, pur essendo stato l’unico ad avere avuto una chiara visione. Un amico… in una notte di pioggia… che cerca riparo in casa sua…

Il granitico Colonnello Bissat (interpretato da Guido Alcantarini), marito di Sofia, è l’unico che regge l’ottusa visione di Maria Gron.

A fare da portavoce delle difficoltà che esistono in casa, dell’impossibilità di riuscire a togliere l’acqua che pian piano entra in casa è la cameriera Rosa (interpretata da Laura Branchini) capace di strappare più di un sorriso in sala.

Le cose sembrano cambiare quando in casa arriva un ospite: il maestro Massigher (interpretato da Stefano Dalla Vedova), trasferitosi in paese da qualche ora. Ma ormai potrebbe essere già tardi.

In un crescendo di tensione e orrore si arriva all’epilogo di una storia che ha il suo punto di forza nella continua apprensione, nel sottile gioco di sguardi tra i personaggi, legati, tutti, dallo stesso destino. Un parallelo tra la forza distruttrice del temporale, del livello del fiume che si alza, e l’agitazione che si impadronisce degli ospiti della casa.

E quando tutto sarà finito, quando il silenzio sarà calato, si sentirà soltanto, in lontananza, il suono di un vecchio valzer viennese.

 

Recensione di: Ilario Pisanu


È forse la morte di una casta quella profetizzata dallo scrittore Dino Buzzati in questo suo "Eppure battono alla porta", racconto intenso con tinte noir, sempre in bilico tra sogno e realtà, ambientato in un ordinario e piovoso fine settimana di una signorile casa di campagna.

La borghesia del dopoguerra non riesce ad accettare il nuovo che avanza, la ricostruzione imminente, così come l'alluvione che di lì a poco li sommergerà, nonostante i continui richiami a lasciare l'abitazione, ossia i propri privilegi, quelli costruiti nei decenni alle spalle della "povera gente" e rimasti intatti anche dopo lo scontro bellico.

A volte la realtà è così dura da non riuscire a guardarla negli occhi e si finisce per aggrapparsi ostinatamente alle proprie illusioni e false certezze, ignorando tutti i segnali più o meno terreni che invano tentano di farci vedere quello che non vogliamo vedere.

La pioggia suona un po' come un invito per questi borghesi maldestri ad unirsi a un progetto di nazione del tutto nuovo, un progetto tuttavia negato fin dalle prime battute della pièce, dove la signora Maria Gron, interpretata dall'intensa Giuliana Meli, si batte strenuamente fino all'inverosimile nel tentativo di bloccare gli attacchi di una realtà dei fatti oramai straripante, citando ricordi o accarezzando gli oggetti presenti in casa, o dove il colonnello Bissat, l'arrogante Guido Alcantarini, rimpiange il tempo della guerra, quella guerra che gli aveva dato identità e ruolo che ora sembrano svanire nell'oblio.

Diversa la posizione, invece, del Dott. Martora, affidato alla recitazione sempre elegante e sicura di Mario Fazio, che vive tra due fuochi non negando il proprio attaccamento ai privilegi ma mostrando, anzi, una certa apertura al nuovo: il suo è un personaggio pragmatico anche se incuriosito dall'imprevedibilità di un futuro incerto.

Ancora più estranea, poi, a questo contesto la figura di Sofia Bissat, moglie del colonnello e sorella di Maria Gron, a cui dà forma l'espressività cangiante di Maura Bonelli, estranea ai rigori della casta, aperta all'occulto, ossia a un domani che non sia per lei la gabbia già vissuta in gioventù e nel matrimonio.

L'alluvione, tuttavia, inghiottirà tutti, sia chi rimarrà fermo sulle proprie posizioni che chi non avrà il coraggio di sfidare i propri dubbi così come l'incertezza di un futuro oramai presente.

Rappresentando una realtà tanto lontana dalla nostra e apparentemente distante dal nostro mondo, la Compagnia Teatrale “Pegaso” mette in scena un’umanità ancora attuale, sempre alla ricerca di un rifugio accogliente a cui attaccarsi, così fragile e illusorio nella sua caducità, tuttavia, da essere spazzato via da un fiume in piena.

E proprio come un fiume in piena, gli attori trascinano il pubblico in un crescendo di emozioni e suspense che sembra non finire neanche quando il sipario è calato.

In conclusione, "Eppure battono alla porta" è un testo che si muove cautamente sulla scena (un sentito plauso all’autore della rielaborazione teatrale Andrea Stopponi), lento e diffidente, con rari picchi di vivacità subito soffocati, proprio come i suoi personaggi, ostaggi del loro passato e terrorizzati dal nuovo, e che lascia nello spettatore un'aura di paura e confusione che solo la morte nel finale riuscirà degnamente a sciogliere.

 

Articolo di: Fabrizio Allegrini e Caterina Iannandrea

 

 

 

 

TEATRO AGORA’80

via della Penitenza 33, Roma (Trastevere)

tel. 06 6874167

www.teatroagora80.com

 

DATE E ORARI:

Dal 13 al 18 Aprile 2010 - Ore 21.00, Domenica ore 17.30

COSTO DEI BIGLIETTI:

Intero 13 €, ridotto 11 €, CRAL e tesserati CTS (Centro Turistico Studentesco) 8 €

(+ 2 € di tessera associativa al teatro, ove prevista)

Per info:  www.eppurebattonoallaporta.it

 

PARTNER

D-mood  Agenzia di comunicazione integrata – www.d-mood.com

SaltinAria.it Webzine di musica, spettacolo e cultura -  www.saltinaria.it

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