Elephant Man - Teatro Ghione (Roma)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Domenica, 10 Febbraio 2013 

Dal 7 al 17 febbraio. Un bel lavoro davvero! Profondo, curato nel dettaglio, dosato, armonico. Il regista riesce a estrarre la capacità degli attori regalando una vera ed affiatata compagnia, con un Daniele Liotti che interpreta il protagonista del racconto senza cedere alla tentazione della caricatura e un’Ivana Monti che si staglia sopra gli altri con la sua grande scuola. La recitazione, anche nei momenti di maggior intensità, non travalica mai l’armonia e riesce a commuovere, valorizzando un bel testo dal punto di vista letterario. Completo il lavoro con le scene senza troppi fronzoli ma curate e di grande atmosfera; di gusto i costumi, di grande effetto luci, suoni e musica, in certi momenti struggenti.

 

 

 

 

 

 

Compagnia Molière
con il patrocinio della Regione Veneto presenta
Ivana Monti, Daniele Liotti, Rosario Coppolino
con la partecipazione di Debora Caprioglio
con Andrea Cavatorta, Francesco Cordella, Serena Marinelli, Simone Vaio
ELEPHANT MAN
scritto e diretto da Giancarlo Marinelli
tratto dall’omonimo racconto di Frederick Treves
scene Andrea Bianchi/Forlani
costumi Marta Crisolini Malatesta
light designer Daniele Davino
la maschera dell’uomo elefante è realizzata da Sergio Stivaletti

 



Io non sono un animale! Sono un essere umano! Sono... un... uomo” dice Joseph Merrick, protagonista del racconto, condensando in una frase recitata allo specchio, nel quale guarda il proprio volto deforme, l’umanità e la dignità del dolore di questo spettacolo di grande attualità. Regala infatti un urlo contro le apparenze e l’ossessione per la bellezza fisica.
The Elephant man, capolavoro della cinematografia firmato da David Lynch – personalmente non averlo visto, se mi ha tolto un’occasione, d'altro canto mi ha dato l’opportunità di gustare appieno la scoperta della storia a teatro – è un racconto perfetto, quasi in presa diretta. E’ anche una sorta di fiaba moderna dove il tema della bellezza interiore disvelata dalla cura e dall’amore, rivelata da una donna, ha per altro molti predecessori. La scommessa è fondere la cronaca amara e la fiaba senza un lieto fine scontato e a senso unico, dove la promessa di felicità è una strada tutta da conquistare. In una Londra scossa dai delitti di prostitute di Jack Lo Squartatore, un giovane chirurgo, Frederick Treves salvò l’Uomo Elefante, al secolo Joseph Merrick, dalle torture dei freak show della Londra di fine Ottocento.
Per la prima volta la vera storia di Joseph Merrick arriva in un teatro di prosa e la scelta non è appunto casuale. Infatti, in un momento storico come quello attuale in cui l’estetica del corpo, della “bellezza a tutti i costi”, sono divenuti un motivo perpetuo ed ossessivo, non senza conseguenze finanche drammatiche (si pensi ai danni provocati dalla chirurgia estetica, o a patologie impulsive e compulsive letali come la bulimia e l'anoressia), portare sulla scena una storia d’amicizia tra un brillante ed ambizioso chirurgo e “un mostro apparente”, capace però di regalare agli altri un universo di poesia e di bellezza, significa sovvertire il putrido sistema di vuote apparenze, di fasulle perfezioni, di oscene ostentazioni artificiali a cui siamo ormai assuefatti: la storia di Joseph Merrick è in fondo la storia della nostra ipocrisia, del nostro proverbiale rifiuto ad accettare “l’altro da noi”; della nostra ostinata impotenza ad “andare oltre” il corpo, per rinchiuderci volgarmente in un tanto rassicurante quanto inutile culto della bellezza omologata.
Le cose preziose", dice l’Uomo elefante al medico, "non sono quelle che ci servono; ma quelle che ci chiedono protezione come un figlio o un amico”. E tutti noi siamo preziosi nel momento in cui siamo amati e diventiamo ‘belli’, quindi desiderabili, perché desiderati e prima ancora riconosciuti. In fondo Joseph Merrick è una parte di noi che si palesa quando, al contrario, non siamo accettati socialmente. Ed è l’infermiera, Adele – interpretata magnificamente da Ivana Monti (veramente è un piacere sentire il suo eloquio che mi permetto di definire della ‘vecchia scuola’) che sottolinea come ognuno si senta un Elephant Man quando trova l’amore vero e rischia di lasciarselo scivolare tra le dita per paura di non essere presentabile.
L’amore ci rende autentici e spesso molto fragili ed è ancora una volta Adele a temere, giustamente, per Joseph nel momento in cui i suoi sogni sembrano avverarsi con troppa facilità. Un miracolo? E il tono è ironico; il tempo le darà ragione. La storia è molto articolata anche con dei coup de téâtre che meritano di essere lasciati al pubblico che voglia leggere il racconto e vedere lo spettacolo. Sicuramente è utile un doppio incontro per gustare fino in fondo i testi che disegnano nel dettaglio profili psicologici e rapporti intrecciati complessi, articolati e contorti, in primis la figura del medico ambizioso e irrisolto affettivamente per il quale – come gli rivela la moglie – amare è solo curare e dimostrare pubblicamente di essere capaci di curare l’altro. Ammirevole, certamente, ma anche ingannevole: per essere amati bisognerebbe ammalarsi forse? In effetti spesso è così. Gli altri ci amano per la nostra fragilità dimostrando così la loro forza o, al contrario, per la nostra potenza, perfezione, alla quale potersi appoggiare o nella quale riflettersi.
Dello spettacolo si apprezza la recitazione dove si intuisce un lavoro meticoloso del regista cucito su diversi personaggi e interpreti diversi senza rendere troppo uniformi i toni. A volte invece si ha l’impressione che la mano del regista sia troppo presente, come quella di certi architetti che dipingono le case con un solo tono, il loro. Interessante la trasformazione nella penultima scena degli attori-personaggi in marionette in una dimensione onirica che risolve la tensione e spezza il ritmo in un crescendo verso il finale. Anche i costumi seguono questa varietà con cura e discrezione. Le scene meritano attenzione per la continuità senza confusione tra interni ed esterni, accentuati con le velature che salgono e scendono; supportate da un buon gioco di luci per nulla scontato. Valido l’impianto sonoro dal gocciolare iniziale al rumore del mare, alle musiche scelte con suggestione. Nell’insieme si assiste ad un crescendo come se gli interpreti recitando si immergessero gradualmente nella storia fino ad identificarsi con i personaggi, prima dell’ultimo gesto liberatorio: Elephant man, come un Cristo la cui morte sacrificale è salvifica, si libera della maschera o forse siamo solo noi che lo vediamo diverso.

 

 

Teatro Ghione - via Delle Fornaci 37, 00165 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6372294
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17
Biglietti: intero platea 23 € (+2 € prevendita), intero galleria 18 € (+ 2 € prevendita)
Lo spettacolo sarà in tournée fino a maggio

 

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Ufficio stampa Silvia Signorelli
Sul web: www.teatroghione.it

 

 

 

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