Easy to remember - Off/Off Theatre (Roma)

Scritto da  Sabato, 30 Dicembre 2017 

Dopo il debutto assoluto a Udine, culmine dell’ intenso triennio di collaborazione stabile e scambio artistico tra l’ensemble ricci/forte e il CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, approda anche a Roma la nuova creazione di Stefano Ricci e Gianni Forte, che trae ispirazione dalla tormentata vicenda biografica della poetessa moscovita Marina Cvetaeva per squarciare un varco di riflessione su tematiche imprescindibili quali la libertà individuale, il valore inestimabile della memoria, i così labili confini tra follia e rassicurante ragionevolezza. L’elegante cornice dell’Off Off Theatre ha ospitato “Easy to remember”, partitura a due voci magnificamente interpretata da Anna Gualdo e Liliana Laera, che segna un radicale cambio di passo nel percorso teatrale riccifortiano, negli ultimi anni impegnato in una audace quanto preziosa sperimentazione. Gli enfants prodiges iper-pop e provocatori delle origini non esistono più, al loro posto si stagliano vigorosamente due artisti sempre più consapevoli, abili nel cimentarsi con molteplici linguaggi espressivi, costantemente impegnati in una ricerca drammaturgica onesta e disincantata.

 

Produzione ricci/forte presenta
EASY TO REMEMBER
drammaturgia ricci/forte
con Anna Gualdo e Liliana Laera
regia Stefano Ricci
movimenti Piersten Leirom
assistente regia Ramona Genna
direzione tecnica Danilo Quattrociocchi
suono Andrea Cera
voce registrata Anna Terio
ricerca iconografica Stéphane Pisani

 

Easy to remember - Liliana LaeraMarina Ivanovna Cvetaeva, un’esistenza condotta costantemente sul crinale tra dolore lancinante e passione sfrenata. Sullo sfondo dei moti rivoluzionari che sovvertirono il regime zarista e della successiva guerra civile che condusse all’istituzione dell’Unione Sovietica, si dipanò la sua vita, costellata di amori travagliati (in primo luogo quello col marito Sergej Efron, leitmotiv di trent’anni di lontananze e riavvicinamenti, contrappuntato poi dall’infatuazione per innumerevoli amanti tra cui quella infuocata con il letterato Osip Ėmil'evič Mandel'štam) e sofferenze indicibili. L’estrema povertà in una Mosca assediata da una carestia senza precedenti, la raggelante solitudine ed il costante isolamento dalla comunità letteraria, la morte della seconda figlia Irina in orfanotrofio per denutrizione, il rapporto decisamente conflittuale con il figlio maschio Mur e la primogenita Ariadna, l’arresto e la deportazione di quest’ultima nei gulag, la fucilazione del marito per la sua collusione con la polizia segreta sovietica sono solo alcuni dei supplizi che la assediarono, portandola in ultima istanza al suicidio, a pochi giorni dal suo cinquantesimo compleanno, impiccandosi ad una trave dell’izba che aveva affittato in un remoto villaggio rurale.

Naturale che un vissuto così inquieto ed infausto abbia trovato riflesso nella sua produzione poetica, che risuona di una voce fortemente femminile ed indipendente, di una condizione di esule che è stata sì dettata da drammatiche contingenze storiche ma in larga misura anche autoinflitta per incapacità di rapportarsi equilibratamente col mondo circostante. Il suo stile compositivo ermetico e ad un tempo assolutamente rigoroso, denso di metafore paradossali, altamente evocativo e al contempo ancorato disperatamente alla realtà, la commistione di arcaismi e gergo colloquiale e la fortissima connotazione autobiografica insiti nel suo universo lirico sono l’immediato esito delle innumerevoli prove che Marina trovò dinanzi a sé, finendo per soccombere innumerevoli volte.

Easy to remember - Anna GualdoL’indagine drammaturgica di Stefano Ricci e Gianni Forte si immerge in questo ribollente magma poetico con la consueta onestà, acutezza e profondità di visione, riemergendone con un testo dall’impatto emotivo dirompente, capace di scarnificare l’esperienza terrena della Cvetaeva e restituirla in chiave vividamente simbolica. Un teatro di parola dal nitore abbacinante, incastonato in un disegno registico che fa dell’essenzialità e del rigore le proprie cifre caratterizzanti.

Siamo condotti in una stanza nuda, dal candore violentemente ospedaliero e dai contorni rarefatti, separata dallo spettatore da un sottile velatino, supporto per suggestive videoproiezioni o frammenti tratti dalle liriche e dall’epistolario della grande poetessa russa e allo stesso tempo elemento di evidente distacco che sembra voler rimarcare il suo totalizzante isolamento dal fluire della vita. La scenografia è essenziale, scheletrica, solo pochissimi elementi emblematici campeggiano sul fondale di un bianco abbagliante: la sedia a rotelle su cui giace Marina, corpo ormai inerme ma spirito ancora inesorabilmente pervaso da un sussulto di ribellione; le variopinte maschere messicane del Dia de los muertos, giorno in cui la sua trepidante attesa conoscerà requie e potrà finalmente riabbracciare il suo sposo; una modesta bara in legno pronta a rigurgitare una slavina di crisantemi, emblema di questa solenne celebrazione, di un giallo che al contempo evoca una solarità ostinatamente rifuggita dalla scrittrice, che si dichiara schiava e fedele alle catene della gelida Siberia; l’inquietante fantoccio inanimato rappresentante il figlio Mur, pronto a scagliarle contro una furibonda reprimenda per ridestarla dal mortifero limbo in cui si è precipitata.

Sull’impalpabile tulle che separa il microcosmo di Marina, intriso di passioni neglette e visionarie frustrazioni, dalla serena quotidianità dello spettatore, scorrono gli epigrammi con cui la poetessa si congeda dalle sue angosce terrene: “C’è sempre stato l’inverno nella mia gola”, “Ho gettato sguardi in così tanti occhi // che per sempre ho dimenticato // quando amai per la prima volta”, “Due soli si raffreddano, // uno in cielo, l’altro nel mio petto. // Per questi astri ho perso la ragione”. Pensieri così densi di rammarico e desolazione si alternano sul velo, tanto sottile quanto invalicabile, a radiografie di fratture scomposte, deformità ossee insanabili, scheletri devastati dalla violenza della natura o dall’insulto del destino. Lo stesso sventurato destino che si è frapposto tra Marina e sua figlia Ariadna, un rosario di crolli il loro rapporto, che ha permesso loro solamente di incontrarsi a metà strada, mai di fondersi completamente; sempre estranea agli altri e al suo stesso cuore la nostra protagonista, incoercibile sino al suo ultimo giorno, quando le sue ceneri saranno sepolte nella vile terra, mentre i suoi versi, preziosi come vini d’annata, saranno realmente apprezzati solo dopo la sua morte. Una confessione sofferta ed autentica, affidata alle parole di una lettera scritta da Marina ad Ariadna il 24 luglio 1941, a poco più di un mese dal suicidio, malcelato commiato consegnato anch’esso allo spettatore grazie alle trasparenze di questa barriera ineffabile.

Easy to rememberUn immaginario visivo di indiscutibile impatto che, con il suo algido, immacolato fulgore e la sua nuda sintesi estetica, incarna alla perfezione il disegno registico con cui viene dipanato il ritratto di questo controverso personaggio; il tutto adagiato sull’impeccabile tappeto sonoro ordito da Andrea Cera, ormai musicista di riferimento per la produzione teatrale riccifortiana (già apprezzato in “PPP ultimo inventario prima di liquidazione”, “TROILOvsCRESSIDA” e soprattutto in “A Christmas Eve”, opera lirica sperimentale su musiche di Cera e libretto di ricci/forte).

In scena solo due personaggi femminili. In primo piano Marina, ieratico pilastro di fastidiose illusioni e attese insostenibili, un passato di avventure rumorose e slanci appassionati, un presente di silenzi rabbiosi con la morte come capolinea ormai vicino; a portarla in scena con severo vigore serpeggiato da palpiti di veemente pathos la sempre magistrale Anna Gualdo, mai come in questa pièce epicentro tellurico capace di far letteralmente deflagrare la potenza di fuoco della drammaturgia. Al suo fianco la figura dai contorni misteriosi della Dama in Bianco (la figlia Ariadna? l’infermiera dell’ospedale psichiatrico che imprigiona Marina? una proiezione della stessa Marina che la riconduca agli anni della giovinezza?) che raccoglie la testimonianza della poetessa, intrecciandosi con lei infine in un tango di solidarietà femminile; ne veste i panni Liliana Laera, altro volto ormai riconoscibile e caratterizzante dell’universo riccifortiano, talento che riconoscemmo in fieri diversi anni fa e che oggi, lavoro dopo lavoro, è divenuto sempre più luminoso e carismatico.

Il conflittuale confronto tra i due personaggi si articola in un susseguirsi di schegge monologanti in cui la poesia della Cvetaeva viene incarnata ed attualizzata dalla drammaturgia acuminata di ricci/forte, frammenti che ne catturano l’essenza primigenia e la espongono scevra di orpelli, priva di ogni filtro, in un sentiero in costante bilico tra follia e incubo, fantasmagoria e soffocato grido di dolore, memoria e abbandono alla solitudine e disillusione più cupa. Easy to rememberAlcune immagini rimangono in particolare indelebilmente scolpite: il monologo livido di disperazione della Dama in Bianco che sotto una violenta pioggia autunnale declama il suo odio verso l’imperturbabile indifferenza materna (“Ti odio. Sei detestabile nella tua codardia. Dovresti morire. Per tutte le volte che mi hai ucciso. Anche all'inferno ti chiederò che cosa mi hai fatto per dimenticarmi cosi? Tu sei pietra. E io canto. Non c'è altro. Tu sei un monumento. Ma io prendo il volo. Comunque”), l’abbandono di Marina alle parole come unico, seppur scomodo rifugio (“Quella che le persone chiamano gioventù, io l'ho sempre chiamata solitudine. Le parole sono state con me, vicine, strette, quindi sì scomode. Anche loro”), il violento, implacabile sguardo rivolto al suo passato (“Giorni tutti beige. Prudente eleganza. Questo perenne filo di perle al collo da cagna borghese che puzza di mucillagine. L'anaffettività, ecco sì. Indurisce. Questa cosa, ammasso meglio chiamato esistenza, non risponde ad alcuna delle esigenze della creazione […] L'assoluta indifferenza del mio, come si chiama, Cuore. Un sistema linfatico che non trova estuari”), lo sforzo sovrumano percepito in ogni singolo istante della sua esistenza (“Dovrebbe esserci una parola che racchiuda lo sforzo di ogni singolo istante. Cosa diventiamo per amore. Ci deve essere, si, una parola. Forse. Sì. Forse la parola più onesta è tornare. Facile da ricordare”).

E su un tappeto di dolori, crisantemi e fallimenti comunque un ultimo impulso vitalistico prenderà il sopravvento, crolleranno le maschere, si serreranno le mortifere bare e sarà tempo di stringersi per un’ultima volta in un delicato, emozionante tango sulle malinconiche note di “La Javanaise” intonate da Jane Birkin: “La vita non vale la pena di essere vissuta senza l’amore, ma sei tu che hai voluto vedere il mio amore. Non ti dispiacere e balla la Javanaise. Ci amiamo il tempo di una canzone”.

“Easy to remember” è proprio un soffio di vita che scorre via fugace; è un lavoro ermetico, permeato di simbolismo, eppure aderisce così facilmente all’epidermide da generare immediata empatia ed emozione. Un sentiero inedito per ricci/forte, certo coraggioso, ma indubbiamente foriero di linfa vitale capace di sfociare in estuari di preziosa bellezza.


Off/Off Theatre - Via Giulia 20, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/89239515 - 389/4679285, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17
Biglietti: intero 25€, ridotto under 26 e over 65 18€, gruppi 10€

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Carla Fabi e Roberta Savona, Ufficio stampa Off/Off Theatre
Sul web: http://off-offtheatre.com

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