E’ Stato la Mafia - Gran Teatro (Roma)

Scritto da  Venerdì, 15 Febbraio 2013 

Gran Teatro di Saxa Rubra gremito, sabato 9 febbraio, per l’unica data a Roma dello spettacolo di Marco Travaglio “E’ Stato la mafia”. Un titolo che, nel doppio senso racchiuso nel significativo gioco di parole, si annuncia di grande impatto politico e morale. Un evento presentato alla stampa come “uno spettacolo necessario per restituire agli italiani il diritto di sapere”.

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ STATO LA MAFIA
di e con Marco Travaglio
con le letture di Isabella Ferrari
musiche dal vivo Valentino Corvino
regia Stefania De Santis

 

 

Dopo il fortunato debutto di Bologna lo spettacolo sbarca a Roma dove è accolto con entusiasmo da un pubblico numeroso e variegato, moltissimi i giovani presenti in sala. Molti anche i volti noti: i compagni delle avventure televisive Sandro Ruotolo e Vauro, e poi Gianni Minà, Raffaella Carrà e Gianni Boncompagni, Roberto D’Agostino, Fabio Canino, Barbara Alberti, Rossella Brescia con il compagno Luciano Cannito. Pochi istanti prima dell’inizio catalizza l’attenzione degli spettatori, dei giornalisti e dei fotografi presenti per l’occasione, l’entrata in sala di Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia.
Al fianco del giornalista e vice direttore del quotidiano Il Fatto Quotidiano, così come fu anche per il precedente spettacolo “Anestesia Totale”, la presenza discreta ed elegante di Isabella Ferrari che si alterna con lui sul palco dando voce ai grandi intellettuali, artisti e uomini di alta levatura che hanno raccontato la storia degli ultimi decenni del nostro Paese.
Citazioni e letture, scritte in tempi ormai remoti, che appaiono di una modernità sconvolgente, che risuonano di alto valore etico in un momento storico - quello che stiamo vivendo - in cui il senso morale appare dimenticato e che, dunque, sembrano il perfetto antidoto ai mali di questa epoca e di questo Paese.
Si inizia con le parole di Giorgio Gaber. Alle spalle dell’attrice, appena entrata in scena fasciata in un elegante abito rosso, un manifesto di propaganda elettorale raffigura il volto del grande cantautore ed una scritta, provocatoria, invita a votarlo.
La voce intensa di Isabella Ferrari, pregna del peso morale di ciò che narra, ci conduce - attraverso il testo “Democrazia” scritto da Gaber nel 1996 - in un’analisi accurata e minuziosa del concetto di democrazia, dei diritti pieni e insindacabili che riconosce al popolo, ma anche dei limiti e delle contraddizioni a cui, a volte, il senso stesso di democrazia soggiace.
Si fa cenno al concetto di “democrazia rappresentativa” e alle sue criticità: “fa sì che tu deleghi un partito che sceglie una coalizione che sceglie un candidato che tu non sai chi è, e che tu deleghi a rappresentarti per cinque anni, e che se lo incontri ti dice giustamente: ‘Lei non sa chi sono io!. Questo è il potere del popolo.”; poi al concetto di “referendum”, considerata una pratica di “democrazia diretta”: “non tanto pratica… devi dire sì se vuoi dire no, e devi dire no se vuoi dire sì… in ogni caso hai il 50% di possibilità di azzeccarla”; in ultimo, al gioco delle maggioranze e delle minoranze, dove “tutto dipende dai numeri, come nel gioco del lotto”.
E’ il momento dell’entrata in scena di Travaglio. In questo periodo di campagna elettorale ha scelto di aprire con un prologo che - parafrasando il messaggio di una nota campagna pubblicitaria – si intitola: “Votare informati. Il Parlamento è tuo, aiutaci a tenerlo pulito”.
Una riflessione profonda e approfondita, corredata da precise informazioni sulle condotte illecite dei candidati “impresentabili”.
Prima di passare all’elencazione fatta di nomi e cognomi, e relativi reati per i quali ognuno risulta essere indagato, chiarisce il significato etimologico della parola “candidato”: un termine che deriva dall’antica Roma dove gli aspiranti alle cariche pubbliche dovevano indossare la “candida”, cioè una tunica che simboleggiava la loro sincerità, la loro purezza, la loro onestà… Non risparmia di chiedersi e di chiederci, con l’ironia dissacrante che lo contraddistingue, “di quale colore dovrebbe essere la tunica di certi candidati di oggi”…
Un elenco lunghissimo di candidati, nomi noti e meno noti, cosa hanno fatto e perché è il contenuto incalzante e incisivo di questo segmento di apertura. Travaglio ce lo racconta con la sua caratteristica oratoria pacata ma mirata, senza enfasi da convincimento, eppure convince.
Ne esce un quadro indecoroso, un profilo di bassa moralità istituzionale. Si chiede, e ci chiede: “… Eppure continuiamo a votarli, ma perché?”.
Si entra nel vivo dello spettacolo. Un’esposizione dettagliata di fatti, persone, luoghi e circostanze che riconducono all’assioma insito nell’affermazione dura e drammatica del titolo. Travaglio affronta, con indiscussa capacità oratoria che cattura letteralmente l’attenzione dei numerosi spettatori, il tema pesantissimo della trattativa tra le istituzioni e la mafia, tra uomini di Stato e Cosa Nostra.
Determina immediatamente una distinzione sostanziale tra due diversi modi di raccontarla: quella spesso definita “presunta” dei giornali, delle televisioni e di certa stampa negazionista, e quella delle sentenze e dei protagonisti che l’hanno raccontata senza aggettivo dubitativo. I fatti, al di là di quello che decideranno le sentenze (che stabiliranno quali siano i reati) ci sono, e sono comprovati. Con accurata analisi, minuziosa ricostruzione cronologica e circostanziata argomentazione, espone avvenimenti e protagonisti che dal 1992, anno degli attentati a Falcone e Borsellino, hanno segnato e decretato la convivenza e la connivenza dello Stato con gli esponenti di Cosa Nostra. Un cedimento alla minaccia di stragi in cui si immagina Riina che “spunta” uno ad uno, sul famoso “papello”, l’ottenimento delle ben dodici richieste che mirano, tutte, all’ottenimento di vantaggi e concessioni per i mafiosi in carcere, per le loro famiglie, e per i cosiddetti “pentiti”.
Si parla di fatti comprovati, esaurientemente argomentati, negati e occultati dai mezzi di informazione, lucidamente dimostrati in un’elencazione limpida e razionale di circostanze, e nella ricomposizione dei nessi che correlano presupposti e conseguenze. Un intricato sistema di giochi di forza raccontato con logica interdipendenza tra causa ed effetto.
Si arriva fino ai giorni nostri con una incalzante e progressiva esposizione di circostanze legate e interconnesse, conseguenti e consequenziali. Affermazioni pesanti, inquietanti, dove tutto sembra paradossale, irragionevole, contraddittorio e immorale laddove lo Stato ha sempre dichiarato, anche celebrandolo in occasioni solenni, il suo impegno antimafia. Ne esce un quadro desolante, la credibilità di una Nazione - la nostra - e delle sue istituzioni risulta completamente disabilitata.
Privo di veemenza accusatoria, l’eloquio “travagliano” è sommariamente asettico. Il clima è severo, autentico e pregnante. Solo a tratti, e nella giusta misura - a non incrinare il clima teso e sospeso dell’importanza dei contenuti – affiora la consueta e arguta ironia che contraddistingue la caratteristica espressiva del giornalista.
Diretti, e sapientemente argomentati, i riferimenti ai recenti fatti sulle intercettazioni tra Napolitano e Mancino, e sull’iniziativa – considerata impropria – del Capo dello Stato di sollevare il conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale: è stato intercettato Mancino, il quale, come comune cittadino (essendo ormai un ex ministro), poteva essere lecitamente sottoposto a questo tipo di indagine, in quanto – appunto – indagato.
La circostanza ha rilevato che il suo interlocutore fosse il Capo del Quirinale; da qui la decisione di Napolitano di sollevare il conflitto di attribuzione e la decisione della Consulta, recentissima e prevedibile, di accogliere favorevolmente il ricorso del Capo dello Stato: le intercettazioni saranno distrutte, anche se i contenuti sono ormai noti. Dice Travaglio: ”L’esito era scontato, e così, a catena, un abuso copre l’altro; gli abusi commessi da quelli che hanno fatto la trattativa, gli abusi commessi da Mancino che coinvolge il Colle per salvarsi da quello che viene fuori, il Colle che abusa per salvare Mancino e coinvolge la Procura generale della Cassazione, e poi coinvolge addirittura la Corte Costituzionale in un super-abuso che conferisce al Presidente impunità e prerogative mai previste dai padri costituenti nemmeno ai tempi dello statuto albertino… Ma resta una domanda: ma secondo voi hanno messo in piedi tutta questa macchina infernale per coprire una trattativa “presunta”, “immaginaria”, “cosiddetta”? Ma qui di presunto, immaginario, cosiddetto… c’è solo lo Stato”.
Ecco che le parole dei grandi intellettuali come Flaiano, Pasolini, Pertini, Calamandrei, riportate alla luce dalla semplicità sofisticata della presenza scenica e del talento vocale della Ferrari appaiono ancor più lungimiranti e di alto valore morale e intellettuale.
Con le parole di Pasolini si parla di “responsabilità”, quella più propriamente morale di coloro che si sono avvicendati alla guida del Paese da venti anni a questa parte e che si sono macchiati di reati gravi e azioni illecite.
Le parole di Pertini sono quelle incentrate sull’onestà, sul rigore morale, sulla capacità di sapersi “difendere dall’insidia più grave, quella di “innamorarsi” del potere”.
Di Flaiano il discorso sul fascismo, che si conclude con un’allarmante e significativa deduzione “il Fascismo sarà curato con la psicanalisi”.
Infine le parole sagge e preziose di Piero Calamandrei, scritte nel 1955 in occasione di un discorso preparato per illustrare, in modo accessibile a tutti, i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa. Si rivolge soprattutto ai giovani: “Una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è spesso una malattia dei giovani”. Esorta i giovani a vigilare sulla libertà dando il proprio contributo alla vita politica, perché “la libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Parole che risvegliano il comune senso civico, il bisogno della reazione all’indifferenza, la consapevolezza di un senso di appartenenza in cui nessuno di noi è solo perché “siamo parte di un tutto”.
Lo spettacolo assolve pienamente l’intento di far luce su fatti noti, ma mai prima d’ora sufficientemente esplicitati attraverso quel “mostro”, tanto temuto, dalla storia italiana: la verità. Travaglio la fa affiorare scovandola, in un attento e minuzioso lavoro da certosino, tra i grumi di fango - quello delle stragi, degli omicidi politici, del terrorismo, delle mafie, delle collusioni fra potere e criminalità - che tentano di nasconderla e offuscarla, e che rendono la nostra democrazia, un tempo onorata e rispettata, una “democrazia incompleta”.

 

 

Lo spettacolo prosegue in suo tour in giro per l’Italia, queste le date:
Taneto di Gattatico (Re) - 22 febbraio
Torino - 23/24 febbraio
Firenze - 26 febbraio
Genova - 27/28 febbraio
Bergamo - 1 marzo
Varese - 2 marzo
Forlì - 9 marzo
Padova - 10 marzo
Milano - 15/16 marzo
Modena - 22 marzo

 

 

Gran Teatro - Roma Saxa Rubra
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/4827403
Orario spettacoli: 9 marzo ore 21.00, unica data
Biglietti: 1° settore 31.00 €, 2° settore 25.00 €, settore disabili deambulanti 17.00 €, settore disabili non deambulanti 17.00 €

 

 

Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Francesca Bartoli, Ufficio stampa Promo Music - Corvino Meda Editore
Sul web: www.promomusic.it

 

 

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