Due donne che ballano - Teatro Filodrammatici (Milano)

Scritto da  Giovedì, 04 Dicembre 2014 

Dal 2 al 7 dicembre. Una storia tragica di tutti i giorni, tragicamente nostra, perché appartiene ad una quotidianità nascosta e dimenticata dagli stessi figli: una madre lasciata in mano ad una badante che finisce per diventarle figlia, amata e odiata. Due donne, infine, in un dialogo serrato, a tratti violento e claustrofobico, che si detestano perché si specchiano l’una nell’altra. Fino all’epilogo, inaspettato, tenero e crudele, sospeso. Bella interpretazione, testo ben scritto anche se un po’ esasperato.

 

Produzione Teatro Stabile della Sardegna presenta
DUE DONNE CHE BALLANO
di Josep M. Benet i Jornet
con Mariagrazia Sughi e Eleonora Giua
regia Francesco Brandi
costumi Adriana Geraldo
luci Loïc François Hamelin
allestimento a cura dell’Equipe tecnica del Teatro Stabile della Sardegna

 

La vicenda è semplice e comune, non fosse per la fine: un dialogo serrato che si distende nel tempo, forse appena un po’ lungo anche se probabilmente una certa ripetitività è voluta, tra due donne. Una donna anziana e una giovane, chiamata a farle da badante dalla figlia della prima che cerca così di scaricarsi la responsabilità della madre. Evita perfino di venirla a trovare e si preoccupa solo che la badante non se ne vada lasciandole un quantitativo esagerato di sedativi, in qualche modo preludio e metafora della fine.

Un testo che analizza la rivalità tra donne, l’aspetto agro della vita e della sofferenza che trasforma e deforma i sentimenti, dove l’unico spazio per la solidarietà è al più una connivenza contro la vita. Testo amaro nel quale c’è posto per la compassione solo in alcuni sprazzi. Sono due donne schive, energiche, sarcastiche ed eroiche. Si odiano e si detestano perché sono simili, perché ognuna ha bisogno dell’altra, e, nella solitudine delle rispettive esistenze, sono l’una per l’altra l’unica presenza confortevole.

Sono donne ferite soprattutto dagli uomini, distrutte dal dolore che le ha rese crude e ostili anche a se stesse, in qualche modo estranee alla vita. Due facce della stessa medaglia, ma due simboli di epoche diverse. L’anziana conserva in qualche modo la sua voglia di sognare, con la sua collezione - che le era stata negata da bambina - di giornalini, dalle illustrazioni “sdolcinate” come le dice con rabbia e disprezzo la più giovane, un viaggio a Parigi, l’idea di potersi reinventare la vita con amanti invece di un marito indifferente ed infedele, unico uomo della sua vita. Conserva i valori per i quali si è battuta come femminista, la curiosità e l’interesse per la vita degli altri e per essere comunque madre, anche se dimenticata dai figli, proiettando il proprio desiderio di essere utile sulla giovane riottosa. L’altra - che poi si svelerà sotto la pressione insistente dell’anziana signora - non riesce a superare lo strazio che le è toccato ma né si rassegna né spera, né si distrae come le consiglia la signora ad un certo punto, forse più per il dispiacere di vederla soffrire che per convinzione che sia il rimedio giusto.

L’epilogo finale lascia forse un’apertura, ma indefinita. Come finirà veramente? Nello spettatore - forse solo in me - si fa strada la speranza che quella complicità e tenerezza improvvisa possano virare verso una soluzione che sia diversa dalla rinuncia.

Interessante il gioco di luci, la fissità della scena, di un salotto dimesso dove campeggiano due grandi mensole con la fatidica collezione di letture d’evasione che ad un certo punto crollano. Mai si è visto pulire tanto su un palcoscenico senza simulazione. Questo lavare, spolverare, mettere in ordine, piegare i panni sembra voler insistere su un’ossessione della giovane che si annulla in ogni lavoro che non la faccia pensare mentre non riesce più ad insegnare, soprattutto ai ragazzi, lei insegnante di lettere. Efficaci gli stacchi musicali per il cambio di ‘quadro’ nel gioco con le luci, con una tendenza che sta prendendo piede nel teatro e nel cinema, con l’associazione di musiche apparentemente molto lontane dall’immagine e dal contenuto che si racconta. Infine, sono due donne che ‘ballano’ da sole, abituate e arroccate nel loro isolamento, che trovano nella danza macabra e dolcissima, una loro risposta alla vita e alla sconfinata solitudine. Interpretazione convincente.

Josep Maria Benet i Jornet, nato nel 1940, è considerato uno dei massimi autori del teatro spagnolo contemporaneo e il padre del teatro catalano. Ha influenzato almeno due generazioni di autori catalani, ha ricevuto numerosi riconoscimenti e le sue opere sono state rappresentate in tutta Europa, in Argentina e negli Stati Uniti.

 

Teatro Filodrammatici - via Filodrammatici 1, 20121 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/36727550, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì, sabato ore 21; mercoledì, venerdì ore 19.30; domenica ore 16
Biglietti: intero 20 euro, ridotto convenzionati 16 euro, under 25 13 euro, over 65 10 euro, scuole 8 euro, gruppi da almeno 10 persone (con prenotazione obbligatoria a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. o 02/36727551) 10 euro

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Antonietta Magli, Ufficio stampa Teatro Filodrammatici
Sul web: www.teatrofilodrammatici.eu

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