Divine Parole - Piccolo Teatro Studio Melato (Milano)

Scritto da  Domenica, 05 Aprile 2015 

In una località indefinita nel tempo e nello spazio, si aggirano gretti personaggi che si dividono tra l'interessamento per un losco e inquietante straniero giunto da poco in città e la voglia di squinternare la placida esistenza del sagrestano, unica figura "pulita" e timorata di Dio. Un giorno la sorella del sagrestano viene a mancare e la carrozzina, contenente un deforme bambino in fasce, la sua miglior arma per l'elemosina, diviene un dispositivo che scatena faide familiari e avare, meschine gelosie all'interno di una comunità tenuta insieme dal comune senso del "basso istinto". Questo il punto di partenza di "Divine Parole", difficile prova registica e attoriale che Damiano Michieletto porta in scena al Piccolo Teatro Studio dal 25 marzo fino al 30 aprile. Spettacolo intenso e difficile anche per il pubblico ma proprio per questo ricco di profondi spunti di riflessione.

 

Produzione Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa presenta
in collaborazione con Instituto Cervantes - Milano
DIVINE PAROLE
di Ramón María del Valle-Inclán
traduzione Maria Luisa Aguirre d'Amico
regia Damiano Michieletto
scene Paolo Fantin
costumi Carla Teti
luci Alessandro Carletti
con Fausto Russo Alesi, Marco Foschi, Lucia Marinsalta, Sara Zoia, Bruna Rossi, Gabriele Falsetta, Federica Gelosa, Francesca Puglisi, Federica Di Martino, Cinzia Spanò, Nicola Stravalaci, Petra Valentini, Alfonso De Vreese, Benedetto Patruno, Marco Risiglione

 

Divine ParoleHo sempre diffidato di opere d'arte che piacciono indiscutibilmente a tutti, sono segno di mancanza di stile, assenza di una personalità propria che sappia contrastare un gusto massificato. "Divine parole" di Damiano Michieletto nasce nel segno opposto: è un'opera che ha creato consensi incondizionati o, al contrario, feroce disapprovazione. Le persone che se ne sono andate sulle prime scene truci e violente non hanno capito che qui non siamo di fronte ad uno spettacolo di ricci/forte, dove spesso la provocazione è fine a se stessa: le divine parole che danno il titolo al testo e allo spettacolo, giungono in un finale potente che, mi spiace per questi spettatori, li avrebbe redenti dai loro pregiudizi borghesi.

In una località indefinita nello spazio e nel tempo, Juana La Reina, una delle tante mendicanti della comunità, muore e lascia solo un bambino in fasce, l'idiota, così lo chiama il testo perché deforme ma soprattutto perché, come qualsiasi innocente ed essere puro che si rispetti, dovrà espiare le colpe degli altri: come l'idiota di Dostoevkij o il fool della letteratura inglese - figura ripresa anche dalla tradizione teatrale polacca fortemente intrisa di rimandi religiosi. Con questo testo però non ci collochiamo in Russia né tanto meno in Polonia ma nella Spagna galiziana, regione che con gli sviluppi politici a cavallo tra '800 e '900 perde la propria matrice rurale ed unisce a questa perdita una forte ricettività nei confronti del realismo e del maledettismo. Ramòn Marìa del Valle-Inclàn scrisse "Divine Parole" nel 1919, con l'intenzione di rappresentare un mondo dalla ruralità oscura, in cui la ragione e la pietà sono dimenticate e costantemente oscurate dal "basso istinto" corporale, che sia esso la fame o l'istinto sessuale.

I personaggi si muovono in un pesante pantano fangoso che ben rappresenta il lerciume morale di una comunità dove primitivismo e superstizione hanno perso qualsiasi innocenza, qualsiasi senso di pietas verso il prossimo. Nessuno si cura di dare degna sepoltura alla povera Juana: sono tutti preoccupati a contendersi il carrozzino per aspirare ad una vita di "guadagni facili". All'interno di questa realtà senza bussola, esistono però due poli opposti che catalizzano la vita della comunità: Pedro Gailo, il sagrestano della comunità, sbeffeggiato e insultato da tutti per la sua vita parca, da timorato di Dio che non si accorge dei continui tradimenti della moglie; dall'altra Septimo Miau, affascinante straniero giunto da chissà dove, portatore di inebrianti ed inquietanti sentimenti all'interno della comunità. Michieletto è stato abile nel rendere al meglio la costante lotta tra il bene e il male che questi due personaggi rappresentano, a livello scenico e a livello di movenze e di prossemica: Pedro non si sporca quasi mai con il fango, tranne quando per un attimo verrà intaccato anche lui dalle forze malefiche che Septimo sembra innestare nella sua famiglia. Septimo è la perfetta personificazione del diavolo e anche se tutti nella comunità sembrano attratti da lui, il vincitore finale di questa lotta è Pedro: grazie alle divine parole, le parole in latino che salvano la moglie peccatrice e fedifraga dalla condanna a morte, le parole che rievocano il passo evangelico "chi è senza peccato scagli la prima pietra". Ma la comunità è laida, corrotta fino al midollo: non chiedeva il perdono, esigeva lo spettacolo di sangue, l'ira funesta del cornificato; per questo, nel finale la lapidazione a colpi di fango, sarà contro Pedro l'altro "idiota" della vicenda.

Divine ParoleLa provenienza di Michieletto dal mondo della lirica è evidente nelle scelte scenografiche grandiose, nei marchingegni imponenti ma semplici al tempo stesso, ed efficaci nel rendere la forte frammentazione spazio-temporale del testo. Ma la matrice del teatro lirico emerge anche nell'andamento quasi epico che dà al testo: secondo alcuni un ritmo esasperatamente lento, ma come per ogni argomento sacro non si possono richiedere ritmi serrati e vociare convulso, non siamo di fronte ad una commedia brillante! Le scelte musicali (che spaziano da Arvo Part, a Samuel Barber e Fauré) si muovono sempre nel segno del religioso-rituale; la colonna sonora, insieme ad un perfetto disegno delle luci, non fanno altro che iper-intensificare la resa sacrale e del testo, soprattutto nelle scene finali: l'esternazione della rabbia dello spirito di Juana di fronte alla pochezza dei suoi famigliari e dei suoi concittadini; il momento del perdono di Pedro nei confronti della moglie fedifraga, tutto verte verso la potenza delle divine parole che fermano il tempo e redimono la quotidianità: un messaggio profondo che non ci allontana da quanto servirebbe anche oggi. Si sarà notata l'assenza di riferimenti specifici agli attori: non basterebbe un articolo a testa per poter descrivere la bravura di ciascuno sulla scena, una perfetta prova attoriale non solo dovuta alla difficoltà di recitare per più di due ore nel fango, ma soprattutto per la potenza che tutta la squadra degli attori sa esprimere attraverso ogni più piccola vibrazione dei propri muscoli, attraverso ogni singola smorfia che caratterizza la dimensione del proprio personaggio. Uno spettacolo-shock che fa credere che ci sia ancora spazio per un teatro veramente civile, che sappia smuovere gli spettatori e provocare senza cadere in facili e sterili cliché.

 

Piccolo Teatro Studio Melato - via Rivoli 6, Milano (M2 Lanza)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 848800304
Orario spettacoli: martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16; da venerdì 3 a domenica 5 aprile riposo per festività pasquali; sabato 25 aprile riposo
Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro

Articolo di: Emanuela Mugliarisi
Grazie a: Valentina Cravino, Ufficio stampa Piccolo Teatro
Sul web: www.piccoloteatro.org

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