Divina commedia, Musiche e liriche liberamente ispirate - Teatro della Visitazione (Roma)

Scritto da  Mario Fazio Martedì, 01 Dicembre 2009 
divina commedia

L’idea di andare a vedere un musical inspirato al celebre poema di Dante Alighieri ha subito stuzzicato la mia curiosità. In primis perché ho pensato al suicidio artistico che presuppone avvicinarsi in modo così moderno al poema d’eccellenza  e anche perché ero incuriosito da come fosse possibile mettere in musica l’immaginario fantastico e immaginifico dantesco. Un disastro annunciato? Tutt’altro. “Divina Commedia” è un vero musical, affascinate e per certi versi anche rivoluzionario.

 

DIVINA COMMEDIA - Musiche e liriche liberamente ispirate

Regia di Giuseppe Magagnini

Musiche e liriche di Antonio Spaziano

INTERPRETI: Marco Pasquetti (Dante), Andrea Meli (Virgilio), Sabrina Filippi (Beatrice), Patrizia Pascale (Anima peccatrice), Eugenio Picchiani (Leone, Caronte, Paolo, Lucifero), Giorgia Fini (Lonza, Francesca), Francesca Iannì (Lupa)

CORPO DI BALLO: Prisco Abbate, Francesco Calipari, Mara Casavecchia, Corrado Erriu, Francesca Iannì, Alessia Losavio, Alessandro Pustizzi, Michela Rubino.

SCENOGRAFIE: Matteo Cristofari

COREOGRAFIE: Ilaria Bianchi

REGIA: Giuseppe Magagnini

Produzione: Gruppo G.I.A.D Produzioni teatrali

 

Nel corso del tempo più e più volte si è assistiti al tentativo, troppo spesso fallimentario, di accostarsi all’opera di Dante. Del resto il testo si presta moltissimo a rappresentazioni di varia natura: il viaggio di Dante negli inferi, fino a risalire a veder le stelle,  le meravigliose immagini sacre e dissacranti, le metafore, i personaggi celebri rappresentati, hanno fatto gola a quanti hanno cercato di rappresentarli in musica, in teatro, filmicamente e in pittura, quest’ultima senz’altro la meta finale più felice.  Ciò che non ha mai aiutato e tutt’oggi non aiuta, è quest’aria di intoccabilità, di testo sacro e inavvicinabile, di venerazione asettica verso un testo senz’altro rivoluzionario e fondamentale nella nostra cultura.

Senza troppe pretese, Antonio Spaziano si cimenta, umilmente, nella messa in opera della lirica dantesca, mettendo in atto un gran lavoro di scelta e rimodernamento del testo. Del resto in due ore di spettacolo non si poteva certo pretendere di assistere a tutta la Divina Commedia. Permangono pertanto le figure chiave, a parte lo stesso Dante, Virgilio, Caronte, le fiere, i dannati, Paolo e Francesca, Virgilio, Lucifero, etc…

Ciò che è rimasto invariato e salvo è l’Anima,  è l’immaginario, l’ambientazione, quel senso di fantastico e calamitoso; al contrario è andato perduto il didascalismo, la retorica politica dietro il testo e ce ne confortiamo essendo questa un’opera di intrattenimento.

Ad una messa in scena minimalista per non usare il termine “povera” , fa da contraltare un parterre di attori e cantanti di primordine ed è senz’altro qualcosa di cui rallegrarsi dato che di un vero musical si tratta, vale a dire una narrazione completamente cantata e musicale in cui si intravedono rari omaggi dal testo originale a fare da congiunzione tra le parti. Un buon libretto accoglie lo spettatore poco informato a sottolinea la natura fortemente operesca e rock dello spettacolo.

I momenti più felici dell’allestimento sono sicuramente nel primo atto, nell’interpretazione di Dante e Virgilio nel particolare ad opera di due ottimi attori (e cantanti) come Marco Pasquetti per il primo e Andrea Meli per il secondo; anche se mi sento di sottolineare una forse eccessiva impostazione fisica di Dante.  Il momento scenico migliore senz’altro nella coreografia  dei dannati e nell’uscita di Lucifero, qui inquadrato come triste e mesto figuro che raccomanda agli uomini di far buon uso del libero arbitrio, lui “airone senza cielo”. Ad un ottimo primo tempo segue un secondo atto non sempre all’altezza, con una discutibile figura di Beatrice, rivisitata in chiave fin troppo contemporanea, monca della leggendaria aurea eterea e angelica che la contraddistingue.

Ad un testo elaborato e per lo più felice, si affianca una regia minimalista e pulita, senza troppi voli pindarici, probabilmente non aiutata da una produzione non a livello di quanto sarebbe richiesto per un opera così articolata.

Nel complesso “Divina Commedia” è stata una felice sorpresa, non senza difetti ma che ci auguriamo trovi nel suo futuro occasioni che la facciano apprezzare per quel che è, un’opera intensa, ben pensata e dalle forti emozioni.

 

TEATRO DELLA VISITAZIONE (Via dei Crispolti 142, zona Tiburtina)

 

Intervista di Giuliana Meli all'autore Antonio Spaziano

Come le è nata l’idea di scrivere un musical sulla Divina Commedia?
Avevo un sogno nel cassetto: comporre un melodramma in chiave moderna ispirato ad una grande opera letteraria del passato. Ho scelto come soggetto la Divina Commedia grazie ad un approccio rinnovato e più maturo verso quest’opera ed ho provato a dare una mia personale forma alle tantissime immagini generate dai versi di Dante, dai luoghi, dai personaggi e dalle loro vicende.

Qual è secondo lei l’attualità della Divina Commedia?

Dante ci descrive l’amore in tutte le sue forme, attraverso un percorso che muove dalla sua negazione e termina nella sua piena consacrazione. In questo percorso può identificarsi l’uomo di ogni epoca. Dietro ad ogni singolo verso si cela un invito a lasciarsi travolgere dalla forza dirompente dell’amore, a comprenderne le traiettorie nonostante siano spesso difficili o impercettibili. Afferrarne il significato è forse la vera ricchezza che sta in ognuno di noi e che ci rende uguali al di là delle differenze. Credo che questo sia un messaggio di grande attualità.

Quali differenze pensa ci siano tra il suo lavoro e quello di Frisina, ovvero: perché chi ha visto il musical sopraddetto dovrebbe tornare a teatro per vedere quello di Spaziano?
L’opera di Frisina è fortemente rappresentativa dell’opera originale e sicuramente più fedele. Io ho voluto offrire una visione più personale e liberamente ispirata, utilizzando un linguaggio attuale e immediato sia nella costruzione delle liriche che nella composizione musicale. Non mi sono limitato ad estrapolare i passi principali della Divina Commedia ma ho messo in condivisione le mie sensazioni, le reazioni emotive e una discreta componente di immaginazione. Lo spettatore si trova di fronte ad una rappresentazione senz’altro innovativa, forse per certi aspetti dissacrante, ma comunque di facile approccio visivo e uditivo.

Cosa c’è nei testi che nasce dalla vita, dalle esperienze e dal vissuto di Antonio Spaziano? O c’è solo una rielaborazione tutta personale dei personaggi danteschi?Quasi tutti i testi sono imperniati sulla mia idea di libertà che sorregge le nostre azioni e di appartenenza del destino a noi stessi. Il passo di Lucifero è emblematico in questo senso: nell’animo umano vi è una predisposizione naturale ad amare, ma è la volontà che ci fa muovere nell’una o nell’altra direzione. Il libero arbitrio è il dono più prezioso ricevuto dall’uomo, farne buon uso dipende dalla coscienza di ognuno. Anche se alcuni personaggi che descrivo mostrano una certa rassegnazione al destino, essi esprimono comunque la consapevolezza delle loro azioni e le inevitabili ripercussioni sull’anima.

Quale tipo di contaminazione musicale troviamo nelle sue composizioni?
Mi sono formato musicalmente negli anni ’80 ed essendo un pianista e tastierista c’è una notevole contaminazione pop-elettronica. Per le sonorità mi ispiro molto ad Alan Parsons e al suo modo di miscelare i suoni acustici con i sintetizzatori, mentre nelle melodie sono vari i nomi dai quali mi lascio influenzare, da Morricone a Hans Zimmer, da Vangelis a Tangerine Dream.

Gli arrangiamenti sono interamente realizzati da lei. Che tipo di strumenti o strumentazioni ha utilizzato?
Mi sono avvalso di tastiere, sintetizzatori e ovviamente di un pianoforte. Prediligo i suoni d’archi e d’orchestra in genere, mantenendo per quanto possibile la loro purezza e realtà. Per questo limito all’essenziale l’utilizzo di effetti sonori e della programmazione. Mi piace suonare tutto ciò che fa parte dei miei arrangiamenti.

Lei ha voluto dare una nota tutta sua al rapporto tra Dante e Beatrice. Senza svelare nulla al pubblico, cosa le è piaciuto pensare riguardo al legame tra i due?
Nell’immaginario collettivo la figura di Beatrice è vista prevalentemente con gli occhi di Dante, nella sua veste celestiale ed angelica. Io ho voluto indagare nella dimensione terrena della Beatrice realmente vissuta, nei suoi sentimenti e nelle sue passioni, e l’ho fatto con i miei occhi, prescindendo dai canoni e dalla reale collocazione storica. Nel legame tra i due c’è un senso assoluto di incompiutezza a cui io ho dato la sola giustificazione nella morte prematura di lei. L’amore rimane materialmente incompiuto, pur trovando corresponsione nei sentimenti di Beatrice. Credo che nel rappresentare l’aspetto umano di Beatrice non vi sia nulla di profano.


Articolo di: Mario Fazio
Sul web: www.gruppogiad.it/divinacommedia

 

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