Diversamente amore, omofilia e altre diversità, al Calàbbria Teatro Festival

Scritto da  Domenica, 19 Ottobre 2014 

"Sissy Boy" è stato lo spettacolo - un monologo tratto da una storia vera ambientata negli Stati Uniti e adattata con ironia e incisività all’ambiente italiano - incastonato nel cuore della giornata dedicata dal Calàbbria Teatro Festival agli ‘amori diversi’, non riconosciuti. Una prova di valore per un testo articolato, complesso, sottile, che merita una lettura oltre lo spettacolo; una regia essenziale ma altamente simbolica che nasce intrecciando il testo alla scenografia e all’interpretazione come un percorso iniziatico.

 

Originale nella formula della conferenza che diventa racconto, con inserzioni ‘quasi giornalistiche’ e un’ottima prova interpretativa dell’unico attore in scena che calca il palcoscenico con un’energia delicata e profonda, senza andare sopra le righe, senza volgarità, senza arrivare addosso al pubblico ma chiamandolo a sé. L' 'incontro’ regala momenti autentici di sorriso, anche di risa, come pure una profonda malinconia non priva di speranza.

E’ un testo sul quale riflettere in modo non scontato, è una critica aspra a certa psicologia, alla difficoltà di essere ‘buoni genitori’, alla complessità soprattutto del mestiere di vivere e non di sopravvivere. Da segnalare la capacità tecnica dell’uso della voce che regala tonalità sfumate e nette ad un tempo anche quando l'interprete è di spalle. Un viaggio dentro se stessi, perché ognuno è un amore unico e merita di vivere. Non solo di sopravvivere.

Un amore perduto, da perdizione, direbbe, anzi ha detto e scritto, Marguerita Duras, in Occhi blu e capelli neri (Les yeux verts les cheveux noirs, nel titolo originario), quello che racconta Galliano Mariani in “Sissy Boy”, la denominazione ‘americana’, un po’ scherzosa e un po’ maliziosa, per indicare i cosiddetti ‘maschi femmina’: il termine inglese sissy deriva da sister (sorella), associato a boy (ragazzo).

E’ il terzo appuntamento per il Calàbbria Teatro Festival che racconta la ricchezza delle differenze. A cura della compagnia “Il Carro dell’Orsa”, il testo è di Franca De Angelis - che per la prima volta si è misurata con la scrittura teatrale - mentre la regia è di Anna Cianca. Il racconto è liberamente ispirato alla storia vera di Kirk Andrew Murphy, il quale nel 1974 fu sottoposto a un esperimento condotto dallo psicologo George Rekers dell’Università di Los Angeles, California. Tale esperimento era volto a correggere i comportamenti effeminati nei bambini maschi prevenendo la loro eventuale omosessualità e torna a rivivere negli esperimenti devastanti del cosiddetto Dottor G.

La regia è raffinata e sottile, con una scena lineare e cubi bianchi con giocattoli anni Settanta - l’imperversare della Barbie per le bambine e la rigida divisione dei giochi per maschi e femmine - costumi e stereotipi di quegli anni che volevano tutto bianco o nero fino al terzo polo degli anni Ottanta: ‘comunisti’ e libertari; ‘fascisti’ e conservatori; e Comunione e liberazione, in altalena tra le suggestioni di una parte e i pentimenti dell’altra. Si confrontano due generazioni e forse anche due stagioni di noi stessi: la madre in video e il figlio, ma la madre è lo stesso attore travestito e nel corso dello spettacolo c’è un mutare delle posizioni. Curato l’uso dei costumi e degli attrezzi di scena che nella versione completa distinguono due piani, mettendo il pubblico a stretto contatto con quel bambino indifeso di fronte al crudele esperimento che sembra quello del cane di Pavlov, del premio e della punizione per ‘organizzare’ i sentimenti e orientare i comportamenti altrui. Nella versione immaginata dalla regista tutti i giocattoli durante la terapia sono in bianco e nero tranne le fiche che restano simbolicamente maschio e femmina, blu e rosso.

Il racconto è autoironico, consapevole, crudele, in una parola credibile e ci costringe - con un gioco non troppo nascosto - a metterci sul palco raccontandoci la nostra vita per quello che gli altri, pur volendoci bene, hanno scelto per noi e ci lascia traumi non sempre rimarginabili come ferite che putrefanno. E’ questo lato che rende interessante lo spettacolo: il realismo spietato rispetto al fatto che spesso non è facile e non è sempre possibile trovare una soluzione, ma questo non significa che dobbiamo rinunciare o non amare la vita. Forse c’è un senso - anche se non può bastarci - nel cercare, nel sognare, nell’anelito a vivere pienamente. L’interprete è capace di trasferire tutti i sentimenti e di giocare su più piani, divertendo e commuovendo, con la naturalezza quasi emozionata di chi è dentro la parte senza dimenticare che è lì sul palco anche come educatore.

E’ anche un ritratto di quegli anni, dell’icona di Raffaella Carrà e delle bambole parlanti, di una società che si scolla tra pubblico - scuola e vita sociale - e privato, la famiglia, al centro del bersaglio, non per distruggerla ma per ridisegnarla nel segno dell’accoglienza. Sono molto belle le parole finali del protagonista perché sono di perdono per gli errori pur gravi di una madre, perché non sempre amare è sufficiente.

La densità del testo e l’evocazione di tanti spunti merita una seconda volta che sarà a Milano al Teatro Filodrammatici dall’8 novembre e prossimamente in programma a febbraio 2015 a Roma.

L’inizio della giornata dedicata a "Diversamente amore" è stato invece con la presentazione del libro Sensi e doppio senso (edito da Grafosud) di Franca Marino. L’autrice racconta, con una certa ingenuità voluta, la storia di una donna annoiata da una vita sentimentale piatta, legata ad un uomo distratto, che ad un certo punto ha come un risveglio e decide di vivere il proprio sogno. Per ammissione della stessa autrice, che non si definisce donna di lettere né scrittrice professionista, considerando il detto che spesso le cose vanno chiamate, ha deciso di gettarsi in quest’avventura virtuale, con una scrittura che per la prima volta varca la porta dell’erotismo, come fosse un augurio. La scelta della sua scrittura è di offrire distrazione, divertimento, una ricreazione nella quotidianità affannata e pesante, prima di tutto a se stessa. E si capisce che Franca si è divertita scrivendo e ride ancora leggendo alcuni passi del suo libro. La protagonista trova un amore giovane che la sostiene nella scrittura di un libro, un immediato successo, dal quale verrà tratto un film. Una favola incredibile, soprattutto in terra calabra, ma all’autrice non interessa essere credibile. L’importante è osare, sembra dire.

Ha concluso la serata lo spettacolo della Drag Queen Katlin Hollywood, presso lo spazio del dopo festival la Sartoria, un luogo off che nasce proprio in una sartoria della vecchia Castrovillari. Questo ragazzo calabrese ha raccontato in dialetto cosentino in parte, quasi un cabaret, in libertà il desiderio di amore e gioco, di un divertimento spassoso all’insegna del travestitismo dove tutto è possibile. Leggero, gustoso, ricorda per certi aspetti gli spettacoli della nostra stessa tradizione italiana, seppur usando testi e canzoni diverse. Tutto in playback, coinvolge il pubblico tra la beffa e un sorriso e alla fine si svela. La Drag Queen è un uomo che gioca con l’arte del costume, un artista a trecentosessanta gradi, dal trucco, ai costumi, al balletto. E’ esageratamente femminile senza mai essere donna, è una parrucca, un seno finto, i tacchi alti su cui è difficile camminare. Ma fuori della scena è un ragazzo in vestito che si confonde nella folla. E’ questo il gioco liberatorio del teatro che racconta la versatilità della vita.

Articolo di: Ilaria Guidantoni

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