Diceria dell'untore - Teatro Mercadante (Napoli)

Scritto da  Italia Santocchio Domenica, 12 Dicembre 2010 
Diceria dell'untore

Dall’1 al 12 dicembre. Portare a teatro un testo difficile e complicato come quello di Gesualdo Bufalino “Diceria dell’untore”, con l’ausilio di un eccezionale interprete quale Luigi Lo Cascio, è stata una prova veramente ben riuscita per il talentuoso regista Vincenzo Pirrotta, in quanto il suo “Diceria dell’untore” rincalza in pieno il sentire e la forza che promana dal romanzo di Bufalino.

 

 

 

 

Teatro Stabile di Catania presenta

DICERIA DELL’UNTORE

dal romanzo di Gesualdo Bufalino pubblicato da Bompiani

adattamento teatrale e regia Vincenzo Pirrotta

con Luigi Lo Cascio, Vitalba Andrea, Giovanni Argante, Lucia Cammalleri, Andrea Gambadoro, Nancy Lombardo, Luca Mauceri, Plinio Milazzo, Marcello Montalto, Vincenzo Pirrotta, Salvatore Ragusa, Alessandro Romano

musicisti Mario Gatto, Salvatore Lupo, Michele Marsella, Giovanni Parrinello

scene e costumi Giuseppina Maurizi

musiche e paesaggi sonori Luca Mauceri

movimenti coreografici Alessandra Luberti

luci Franco Buzzanca

 

Pirrotta, maestro di scena, affida il compito della narrazione ad un Lo Cascio sempre in tono con il personaggio, un io narrante che passa tra stati mentali sempre più tortuosi, aiutandosi inoltre con una scenografia di massima espressività, che ha permesso agli spettatori di entrare nei silenzi e negli spazi di un romanzo e di una storia da narrare ed essere ascoltata, ma soprattutto da essere vista.

Non c’è sipario, non c’è quella linea di confine tra realtà e teatro, sin dall’inizio lo spettatore è subito rapito dalla realtà della storia, il sipario segnerà solo il tragico epilogo.

Siamo nel 1946, la guerra è finita ma non per chi porta con sè le sue cicatrici, e come ogni guerra che si rispetti i suoi postumi sono segnati da una malattia galoppante, in questo caso la tubercolosi. È così che il nostro reduce, approda al sanatorio “La Rocca”, dove incontrerà altri reduci della guerra, oramai alle spalle, futuri amici anch’essi malati e che pian piano lo abbandoneranno. Ed ecco che Pirrotta, anch’egli in scena, nei panni del direttore del sanatorio, il “Gran Magro”, tramite maschere e simboli ci porta nei risvolti onirici della malattia, tra il sogno e l’incubo. Molti sono i testimoni del morbo, tra questi c’è la bellissima Marta, di cui l’io narrante si innamora, il destino vuole che sia però vicina alla morte. Lo stadio terminale la rende meno bella ma anche più vera, più trasparente, la malattia non è solo sofferenza, ma riappacificazione con se stessi, cadono le maschere, e le radiografie dei polmoni sono lenti che permettono di vedere oltre la luce, il sole, ma soprattutto l’eclissi dell’anima, è la verità oltre le apparenze. 

La Rocca allora è un‘arena in cui ogni malato gioca a scacchi con la morte e a volte, così come nel gioco, “occorre sacrificare la regina” per vincere, anche se questo consentirà al giocatore di raggiungere la vittoria il sacrificio gli peserà come una condanna. L’amore tra l’io narrante e Marta è sterile, senza futuro, ma è proprio la sua morte che consente di rinascere sotto altri aspetti, tormentarsi nei meandri della perdita e della disperazione, trasformarsi inevitabilmente, e la vita in questo caso è una condanna ad una nostalgia perpetua.

Pirrotta ci racconta di una storia in siciliano, parlata e cantata in un dialetto che affonda le sue origini dalla terra calda e rossa, da cui riprende note e colori, maschere che non si consumano nel tempo. Tramite questi ci arriva il calore e il dolore di questa storia che, anche se con andatura veloce, è penetrante in modo lento, sentito e vivo, in una scenografia davvero spettacolare, che scava dentro, che si trasforma per raggiungere e concretizzare le sfaccettature di chi vive ogni giorno con una fine nel cuore.

 

Articolo di: Italia Santocchio

Sul web: www.teatrostabilenapoli.it

 

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