Di notte che non c’è nessuno - Teatro Lo Spazio (Roma)

Scritto da  Giovedì, 24 Maggio 2012 
Di notte che non c'è nessuno

Dal 9 al 27 maggio. Dopo l’esordio in forma di lettura scenica al Piccolo Eliseo Patroni Griffi nell’ambito dei lunedì di Artisti Riuniti, debutta al Teatro Lo Spazio il nuovo lavoro drammaturgico di Luca De Bei, autore, regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo tra i più poliedrici ed intensi della scena italiana contemporanea. Ideale prosecuzione e completamento del pluripremiato spettacolo “Le mattine dieci alle quattro”, la nuova pièce torna a sprofondare in un contesto sociale disagiato, annientato da un totalizzante vuoto di valori ed ideali, privo del benchè minimo barlume di speranza. Protagonisti in scena, in un’interpretazione dall’emozionante sensibilità e potenza espressiva, David Sebasti, Azzurra Antonacci e Gabriele Granito.

 

Associazione Culturale Artisti Riuniti in coproduzione con Gianluigi Polisena presenta

DI NOTTE CHE NON C’E’ NESSUNO

testo e regia Luca De Bei

con David Sebasti, Azzurra Antonacci e Gabriele Granito

scene Francesco Ghisu

costumi Sandra Cardini

disegno luci Marco Laudando

aiuto regia Fabio Maffei

foto di scena Pietro Pesce

 

L’ispirazione autoriale fortemente personale, acuta e profonda di Luca De Bei torna nuovamente a sferrare un colpo implacabile al perbenismo di facciata, alle maschere di plastificato opportunismo che la società impone per perseguire l’accecante miraggio dell’affermazione professionale ed economica a tutti i costi. L’atto unico “Di notte che non c’è nessuno” debutta in chiusura di questa stagione teatrale, ricollegandosi idealmente all’opera di un paio di anni fa “Le mattine dieci alle quattro”, accolta da un unanime ed entusiasta consenso da parte di pubblico e critica (premio Golden Graal per la regia 2010 e premio Le Maschere 2011 come "Miglior Autore di Novità Italiana") e tuttora in scena sui palcoscenici del nostro paese. Se nel primo capitolo di questo dittico all’insegna del più atroce e sconvolgente realismo, l’obiettivo veniva focalizzato sul dramma delle morti bianche dovute ad incidenti letali verificatisi sul lavoro, in questa circostanza si intrecciano prostituzione giovanile, vite condotte costantemente sul crinale dell’illegalità per garantirsi la sussistenza quotidiana e magari un luminoso riscatto futuro – da ricercarsi ovviamente sotto i riflettori abbaglianti del mondo dello spettacolo, riverberati dallo sfavillante tubo catodico capace di obnubilare totalmente la coscienza – e l’arrivismo sfrenato di professionisti che pur di risollevarsi dalle modeste condizioni familiari d’origine ed ascendere all’empireo del successo sono pronti veramente a tutto, accettando soverchianti compromessi e sacrifici, e rinunciando finanche al proprio più intimo ed inalienabile diritto alla felicità e realizzazione emozionale.

Tre anime smarrite, tre corpi schiacciati dai costrittivi vincoli che limitano la loro libertà e oscurano i loro sogni ed aspirazioni come una coltre di opaca fuliggine, tre personaggi così diametralmente diversi eppure ineffabilmente simili tra loro - e forse a ben guardare a ciascuno di noi - nel costante tentativo di barcamenarsi in una società sempre più ciecamente insensibile ai bisogni del cittadino e che anzi, non offrendo prospettive lavorative né il solido strumento di interpretazione della realtà rappresentato dalla cultura, può esercitare un più capillare controllo ed egemonia. Lungo gli squallidi binari di una ferrovia in disuso, avvolti dall’oscurità e perfetta cornice per loschi traffici lontano da sguardi indiscreti, incontriamo dapprima una giovane coppia: lui (Gabriele Granito) è uno sfrontato marchettaro, perfettamente consapevole della fugace avvenenza regalatagli dalla sua giovinezza e assolutamente deciso a capitalizzarla, presentando ai suoi clienti (per lo più padri di famiglia che sfogano la loro omosessualità repressa in un sesso mercenario e violento) un ricchissimo campionario di prestazioni configurabili ad hoc secondo le più disparate esigenze, nessuna preclusione tranne la fellatio, quella proprio non è contemplata nel “menu della casa”; lei (Azzurra Antonacci) è una cassiera atrocemente insoddisfatta del suo lavoro onesto ma insopportabilmente frustrante, prova conati di soffocante ribrezzo ogni qualvolta viene inondata dalla slavina dei prodotti che i famelici clienti riversano sul nastro scorrevole della sua cassa, non tollera le timide avances che le vengono talvolta da loro rivolte, non sopporta l’idea che il suo fidanzato possa essere penetrato da qualcuno dei suoi numerosi “avventori” (per tutte le altre pratiche sessuali da lui elargite la sua condiscendenza sconfina invece addirittura in un avido incitamento), ma ha la soluzione che costituirà per loro l’agognata svolta. Racimolato il gruzzolo di denaro necessario, si imbarcheranno per una missione infallibile in Costa Smeralda,  dove potranno instaurare una proficua rete di conoscenze che permetterà loro di intraprendere una sfolgorante carriera nell’alta moda o, perché no, magari anche in televisione, in fondo non hanno proprio nulla da invidiare grazie al loro fascino e determinazione all’infinita antologia di veline, tronisti e letterine che detengono ormai incontrastati il successo televisivo! Un unico preoccupante problema, il ticchettio dei giorni inizia ad appannare la loro bellezza giovanile ed i proventi derivanti dal supermercato diurno del cibo (di lei) e da quello notturno del sesso (di lui) non offrono la propulsione necessaria per percorrere con entusiasmo il trampolino di lancio tanto vagheggiato. Urge trovare una soluzione, l’ingegno corre però immediatamente in loro soccorso: mentre lui amoreggia con lo sprovveduto pervertito di turno con destrezza attiva il telecomando a distanza della sua automobile frugandogli nelle tasche; opportunamente camuffata nell’ombra lei ne approfitta per introdursi nel veicolo e saccheggiarlo minuziosamente; si tratta dell’escamotage perfetto ed inattaccabile, il cliente non potrà mai accusare del furto il seducente prostituto poiché è stato sempre in sua compagnia, senza allontanarsi neppure un istante, e comunque troppo accecante sarà il terrore di veder svelate le proprie frequentazioni notturne “alternative” per denunciare il reato alle forze dell’ordine. Una sera però una ghiottissima occasione si prospetta dinanzi a loro, un cliente palesemente alle prime armi, che scopriremo essere un avvocato (David Sebasti), nell’avventurarsi nelle proprie scorribande notturne ha portato con sé il proprio bimbo poco più che neonato, in quanto la moglie giace al capezzale della madre morente in ospedale. Un guizzo d’astuzia della esuberante taccheggiatrice partorisce l’idea che potrebbe fruttar loro il bottino necessario per realizzare il proprio progetto: rapire il bambino ed usarlo con scientifica destrezza come merce di scambio per estorcere una cospicua somma di denaro al padre; peccato che questa azione criminosa si collochi decisamente al di sopra del loro consueto repertorio e quindi la situazione finirà per sfuggir loro rovinosamente di mano, soprattutto alla luce di una reazione quanto meno inattesa da parte della vittima del loro maldestro ricatto.

Colui che possedeva le sembianze di un rampante avvocato in cerca del fugace divertimento di una serata trasgressiva svelerà difatti, in uno struggente confronto con il suo giovane amante, un tale coacervo di insoddisfazioni, mortificazioni esistenziali e paralizzante incapacità di reagire da sprofondarlo in un totalizzante abisso di sconforto: gli anni degli studi universitari conquistati con tenacia sconfinata, tra una pletora di lavoretti e la lotta pressochè quotidiana per procacciarsi l’essenziale, il rapporto con la moglie in cui è rimasto invischiato senza nemmeno rendersene conto e senza un affetto robusto a sostenerlo attraverso le asperità della vita coniugale ulteriormente complicate dalla nascita di un figlio, l’ingresso nello studio legale del suocero, la cui condotta professionale si rivelerà ben presto tutt’altro che irreprensibile e che, non solo non agevolerà la sua crescita professionale condannandolo a occuparsi esclusivamente di sinistri (non consentendogli tra l’altro di prepararsi adeguatamente all’esame di abilitazione che si tramuterà pertanto nell’ennesimo cocente fallimento), ma lo sommergerà di un carico insopportabile di vessazioni e umiliazioni. Questo soverchiante cumulo di sofferenze patite in silenzio, per non compromettere un equilibrio raggiunto con pervicace risolutezza e sacrificio, nella notte del rapimento deflagrerà in maniera imprevedibile, lasciando attoniti e sconvolti i due improvvisati sequestratori e conducendo forse ad un epilogo tragico.

L’evoluzione drammaturgica degli eventi disegnata da Luca De Bei, intrisa di realismo ed assolutamente coinvolgente grazie alla sua indiscutibile e personalissima capacità di esplorazione dei più reconditi recessi della psiche dei personaggi, viene impreziosita da un linguaggio immediato, asciutto e moderno, preciso come un fendente ben assestato al moralismo benpensante, e da una costruzione dialogica di estrema eleganza e potenza espressiva. Peculiarità queste – la preziosità del testo drammaturgico, il plasmarsi della lingua in funzione del contesto rappresentato, l’attenzione minuziosa dedicata all’interazione tra i caratteri in scena che consente di svelarne le più profonde dinamiche emozionali e comportamentali – che è possibile riscontrare in tutti gli ultimi lavori dell’artista padovano (dal già citato intensissimo dramma metropolitano  “Le mattine dieci alle quattro” alle inquietanti atmosfere gotiche de “L’uomo della sabbia” ispirato al racconto di Hoffmann, sino al geniale monologo “Louise Bourgeois: falli, ragni e ghigliottine” conturbante ritratto della celebre artista francese dalla personalità decisamente stravagante e conflittuale) e che rappresentano alcuni tra gli aspetti più distintivi e brillanti della sua cifra stilistica.

In questa macchina drammaturgica perfettamente congegnata la scenografia (affascinante ed originale, opera di Francesco Ghisu), essendo alleggerita da una funzione di carattere meramente descrittivo, diviene astratta, sintetica, simbolica: sul fondoscena si erge un’impervia parete verticale, da cui si diparte un praticabile obliquo che raggiunge il proscenio venendo a costituire lo spazio di movimento riservato ai tre protagonisti; sulla sommità di questo piano inclinato, raffigurante il dirupo prospiciente i malridotti binari della desolata ferrovia lungo il quale, in un’atmosfera lunare di sospensione, si dipana l’acme dell’intreccio narrativo, una cavità invisibile allo spettatore all’interno della quale gli attori scompariranno in taluni specifici episodi, come la violenta colluttazione iniziale tra il giovane avvocato e l’audace marchettaro. Estremamente efficace, ad accarezzare ed enfatizzare quest’ambientazione in un sottobosco underground inospitale e disumano, il suggestivo disegno luci di Marco Laudando.

La direzione registica, curata in prima persona dallo stesso De Bei con la collaborazione di Fabio Maffei, asseconda l’incisività ed il dinamismo della pièce, grazie anche ad un lavoro scrupoloso effettuato con gli attori, che risultano tanto efficaci nei passaggi di dialogo in cui si vengono a confrontare solitudini, incertezze, potenzialità soffocate ed aspirazioni negate dei rispettivi personaggi, quanto nei monologhi in cui ciascuno può sviscerare in maggior dettaglio le proprie istanze. Questi ultimi sono i frangenti in cui i tre interpreti hanno più distintamente la possibilità di evidenziare la propria solida caratura attoriale: straordinariamente carismatico, forte della desolante disperazione del suo personaggio, versatile e impetuoso David Sebasti; bravissima Azzurra Antonacci nel cogliere e restituire con pathos trasudante energia e commozione le innumerevoli sfaccettature dell’unica figura femminile della pièce, apparentemente caparbia e determinata ma sotto la superficie livida di ferite e fragilità; perfettamente convincente anche Gabriele Granito che tratteggia con sottile ironia e sorprendente generosità il personaggio del giovane marchettaro, tanto implacabile nel riscuotere i pagamenti per i suoi appetibili servigi quanto di gran cuore e sensibile nell’ accogliere l’accorata confessione del suo cliente.

Uno spettacolo imperdibile, dalla trascinante modernità ma al contempo tradizionale in un approccio drammaturgico che non punta al sensazionalismo, all’effetto immediato e dirompente di matrice espressionista, ma investiga con crudezza e sincerità gli abissi dell’animo umano ed il rapporto sempre più complesso ed inconciliabile con la società circostante. Uno spettacolo che conferma il talento raro e cristallino, tanto abile e ricercato nella scrittura quanto nella direzione registica, di Luca De Bei, tra i più sofisticati e poliedrici drammaturghi che la scena teatrale italiana possa vantare con orgoglio.

 

Teatro Lo Spazio - via Locri 43, Roma

Prenotazioni per il pubblico: telefono 06/77076486 - 0677204149

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20.45, domenica ore 19

Biglietti: ingresso 12 €, ridotto 7 €, tessera associativa trimestrale 3 €

Durata: 1 ora e 20 minuti circa senza intervallo

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio stampa spettacolo per Luca De Bei

Sul web: www.teatrolospazio.it

 

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