Democrazia - Teatro Officina (Milano)

Scritto da  Domenica, 22 Gennaio 2012 
Democrazia

Fino al 22 gennaio. Lia e Rachele, due sorelle separate dalla scelta di schierarsi da una parte e dall’altra all’epoca del secondo conflitto mondiale nell’Italia divisa tra fascisti e partigiani. Un incontro voluto da una delle due, dopo molti anni, offre l’occasione per aprire un dialogo ma le due alterità restano inconciliabili e la frattura si conferma insanabile. Il sentimento fraterno non basta ad avvicinare i due orizzonti e le due opposte posizioni da cui guardare il passato e l’avvenire.

 

 

Produzione Teatro Officina presenta

DEMOCRAZIA

di Andrea Balzola
con Emanuela Villagrossi

regia Maria Arena

musiche Stefano Ghittoni

assistente alla regia Alexandra Pirajno

video Maria Arena

registrazioni audio Marco Olivi, Blue Spirit Studio

 

Che un monologo di matrice così brechtiana riscuota tanto successo tra un pubblico molto giovane, com’è accaduto, non è poi motivo di tanto stupore. A pensarci bene il tema dell’eterna lotta tra presente e passato, che si ripercuote nella storia, nell’educazione, nel futuro sempre più tecnologico che sta dominando, è quanto di più attuale ci possa essere oggi. Per non parlare delle eredità familiari, di certe caratteristiche sociali e mentali insite nei nostri padri e che appaiono così arcaiche agli occhi dei figli, o di una sorella, spesso motivo di conflitto.

In Democrazia c’è tutto l’inno delle Radici ca’ tieni di cui cantano, addirittura, i leader del raggamuffin italiano Sud Sound System. Un paragone un po’ troppo azzardato?

Probabilmente. La mise en scene unicamente interpretata da Emanuela Villagrossi presenta allo spettatore due sorelle nate povere, contadine, ferite dal totalitarismo e dalla guerra. Sono Lia e Rachele, figure femminili di appartenenza sacra e sublime, dalla Bibbia al purgatorio dantesco. Eppure le donne hanno richiami, pensieri e movenze così vicine a noi e che ancora ci trasciniamo dietro, che l’arte continua a denunciare o rivendicare, persino i gruppi musicali più giovanili. E poi l’aspetto tecnologico. In questo spettacolo, l’insieme di pixel che circonda l’artista rappresenta una figura a sé, un personaggio, una protagonista. Più attuale di così.

Ma “Democrazia” non è solo questo. È la sofferenza che provoca ferite profonde da creare diversità accecanti tra due donne dello stesso sangue. Sono quelle radici ca’ tieni della più devota Rachele, ancora legata all’eredità paterna, alla conservazione di queste stesse radici. Al vestito affidatole, quello di una moglie e di una madre, che affiora ricordi in un immaginario bucolico e carnale di un passato paradisiaco. Poi c’è Lia che le radici le detesta e che nella sua infanzia di regole rigide e da accettare a priori invece costruisce ambizioni. Come quella di voler fare la cassiera e avere un fidanzato che la viene a prendere con una macchina rossa. Spera che la terra sia distrutta, diventerà un’indaffarata imprenditrice neocapitalista.

In platea, tale è il coinvolgimento della Villagrossi (un volto scolpito, teatralissimo, ricorda quasi una figura almodovariana) che chi assiste può sentire l’odore delle mucche al pascolo in aperta campagna e il punzecchiamento fastidioso del fieno. E poi l’oblio, lo stravolgimento, il video che interagisce e l’attrice – ora la sorella, l’altra faccia della medaglia – che risponde in skype-conference. Il bianco e il nero, la memoria e la dimenticanza causata da un cambiamento.

Chi ha ragione e chi ha torto? Si può sfuggire al modello con il quale siamo stati plasmati senza compiere peccato se questo ci soffoca? Si può fare carriera lontano, come uno zio tanto tempo prima, senza essere giudicati? Ma soprattutto, si può trovare un punto comune?

Qui sta il concetto di democrazia. Rompere un silenzio distante e rumorosissimo, tentare di trovare delle risposte nel confronto senza soluzione alcuna. Scovare una luce negli opposti e nella scissione, luce che però acceca tremendamente per qualcosa di molto più grande e imponente di noi, proprio come una dittatura. Luce che quindi non permette di comprendere a fondo la bellezza delle diversità.

Luce che però, alla fine, lascia un velato segnale di speranza. Nell’efficacissimo linguaggio audiovisivo voluto sulla scena dalla regista, un neon orizzontale, potente, riproduce l’idea dell’ orizzonte di un paesaggio immaginato allo specchio. Come a dire, probabilmente, che sì, modernità artificiale e immaginazione incontaminata sono così diversi, ma potrebbero portare alla stessa destinazione.

 

Teatro Officina - via Sant'Erlembaldo 2, 20126 Milano

Per informazioni e prenotazioni: 02/2553200

Orario spettacoli: feriali ore 21, festivi ore 16

 

Articolo di: Andrea Dispenza

Grazie a: Ufficio stampa Marialuisa Giordano

Sul web: www.teatroofficina.it

 

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