Dance, dance, dance - Teatro Pim Off (Milano)

Scritto da  Domenica, 02 Novembre 2014 

"Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita". O per dirla con Haruki Murakami: "L’Albergo del Delfino mi faceva pensare ad un processo evolutivo in fase di stallo". Lo spettacolo andato in scena al Teatro Pim Off è la storia di un uomo, ma anche dell'evoluzione spirituale dell’umanità intera. Ispirandosi al capolavoro dello scrittore giapponese, il coreografo Raphael Bianco propone in Dance Dance Dance un viaggio esistenziale che saggiamente ha origine dal corpo, condotto da una ricerca del gesto di elevata qualità interpretativa.

 


DANCE, DANCE, DANCE
coreografo Raphael Bianco
assistente coreografo Elena Rolla
interpreti Elisa Bertoli, Maela Boltri, Melissa Boltri, Vincenzo Criniti, Vincenzo Galano, Cristian Magurano, Alessandro Romano e Vanessa Christine Franke

 

La tripartizione dell’esortazione contenuta nel titolo - che probabilmente allude alle tre dimensioni della realtà, del sogno e di quegli interstizi surreali che l’autore chiama “atti analoghi al sogno” - è riproposta dal trittico di microcosmi non giustapposti che si susseguono nella pièce.

Il protagonista del testo di Murakami ad un certo punto del suo esistere non riesce più ad andare avanti, non sa nemmeno che cosa cercare; questa condizione è accompagnata da un progressivo irrigidimento del corpo. Ma nel suo inconscio qualcosa lotta per essere ascoltato, in una dimensione più reale di quella che si definisce tale. Analogamente alla ricerca dantesca, anche in questo caso sono presenti due guide: l’uomo pecora, che come Virgilio può accompagnarlo solo all’interno della propria dimensione; la ragazza della reception, che come Beatrice lo guida nel proseguimento del suo viaggio attraverso la realtà.

L’equilibrio può scaturire solo dalla ricerca condotta attraverso il movimento: questo è il messaggio abilmente trasmesso dall’uomo-pecora, evocato dalla suggestiva e coinvolgente interpretazione dei testi offerta da Silvia Giulia Mendola e Barbara Tonon: "Non puoi startene seduto a pensare. Se no non arriverai a niente. […] Devi danzare senza mai fermarti. […] Il significato non importa, non c'entra. Se ti metti a pensare i tuoi piedi si bloccheranno. E una volta che saranno bloccati, io non potrò più fare niente per te. Tutti i collegamenti si interromperanno. […] e tu potrai vivere solo in questo mondo. Ne sarai progressivamente risucchiato. […] Anche se quello che fai può sembrarti stupido, non pensarci. […] E tutto ciò che era irrigidito o bloccato piano piano comincerà a sciogliersi."

Il viaggio proposto ha origine in una dimensione che ricorda il fondo del mare, con il riverbero dei suoi giochi di luce ed ombra. Il protagonista del primo momento coreografico indossa due paia di occhialini, uno dei quali è posto sul retro della sua testa, quasi a suggerire prospettive inedite più utili di una visione ormai automatizzata: in questa dimensione di ricerca interiore - resa ovattata da una musica che richiama il tema ancestrale della leggenda - ritmi alterati dilatano e contraggono il tempo. L'uomo è accompagnato da tre figure neutre che talvolta reagiscono ai suoi impulsi, come fossero propagati dall’acqua, e talvolta non colgono questi input; d’altro canto lui partecipa solo sporadicamente al movimento degli altri, generalmente ne è sconnesso, e quegli impulsi che da lui provengono somigliano a un’alternanza di correnti (le quali potrebbero richiamare la corrente di una società capitalistica più volte citata nel testo, che ambisce a convogliare le esistenze nei suoi ingranaggi). Al termine di questo primo momento, un quadrato di luce circonda il personaggio, quasi fosse un portale per accedere alla successiva dimensione di coscienza. Fiat lux.

A seguito di questa prima presa di coscienza, guidata dalla spiritualità del gesto, nel secondo momento coreografico appaiono due coppie che indossano lo scheletro di abiti antichi. I gesti codificati delle danze antiche ricordano la schematicità entro cui il protagonista svolge il suo lavoro. Si potrebbe forse dedurre che ciò che chiamiamo realtà potrebbe essere un’illusione da noi costruita e che a lungo andare non fa altro che imprigionarci ("la mia vita era reale ma aveva il sapore dell’irrealtà"). L’alternarsi della liberazione da queste strutture, che consente movimenti fluidi, giocati nella dimensione dell’aria, e del ritorno alla “prigione dorata” potrebbe essere interpretata come una lotta tra la cristallizzazione nella tendenza ed il risveglio della coscienza. Il tema del desiderio è reso in questa alternanza di distanza e distacco che impedisce sentimenti reali ed il meraviglioso “gioco di calamite” dagli incroci più improbabili tra i componenti delle due coppie, reso notevole dall’eccezionale scelta di sospensioni e ritmi che rievocano ancora una volta l’elemento dell’aria attraverso il respiro. Una bolla di sapone che non scoppia e porta ad interrogarsi sulla natura della dimensione in cui anche lo spettatore è immerso.

Il terzo momento coreografico presenta l’esito vittorioso di questa lotta per la liberazione della propria anima partendo dal corpo; lo spettatore è trascinato nell’incanto infantile dall’energia giocosa e gioiosa dell’elemento terra. La sensualità è genuina ed ironica, si resta travolti dall’allegria di questi corpi finalmente liberi ed aleggia il profumo dei giochi d’infanzia tra giochi ritmici, piedi in costante movimento, rumori prodotti a testimonianza delle diverse musiche sentite da ogni danzatore dentro sé ancora prima che all’esterno. In questa sorta di giostra di danza e vita si alternano elementi tratti da differenti codici: danza accademica, break dance, swing…e la rottura degli schemi stessi; in particolare la danzatrice che interpreta la voce fuori dal coro e sperimenta i diversi codici che non le appartengono è portatrice di libertà, interprete della sua stessa musica, ponendo in primo piano l’importanza di godere della vita piuttosto che conformarsi a regole che non ci appartengono. Nel complesso anche se talvolta i componenti del gruppo si separano, resta palpabile una festosa connessione invisibile tra tutti i componenti del gruppo, come se davvero l’uomo-pecora maneggiasse i fili per tessere i collegamenti.

Insomma tutto trae origine da una ricerca, anche quando non si sa che cosa si stia cercando; la comprensione (se necessaria), è consecutiva al primo passo, da muovere talvolta nel vuoto, affidandosi all’azione: forse per questo motivo in alcuni momenti i danzatori iniziano a danzare sul silenzio, forse questa è la chiave per iniziare a sentire la musica.

Concludiamo con le parole di Murakami: "Anche se ho provato delle sensazioni estremamente concrete, ho l’impressione che a tradurle in parole potrebbero sembrare inverosimili". E in merito alle indicazioni dell’uomo-pecora: "Devi danzare e danzare bene. Tanto bene da lasciare tutti a bocca aperta". I fenomenali e talentuosi danzatori della compagnia EgriBiancoDanza hanno senza dubbio ottenuto questo risultato.

 

Teatro Pim Off - via Selvanesco 75, 20142 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/54102612, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Articolo di: Sara Gaia Chiara Tagliagambe
Sul web: www.pimoff.it

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