Dall’alto di una fredda torre - Teatro dell’Orologio (Roma)

Scritto da  Sabato, 20 Febbraio 2016 

Dal 19 al 21 febbraio. "Dall’alto di una fredda torre" è probabilmente il testo più maturo di Filippo Gili, portato in scena con la regia di Francesco Frangipane, secondo episodio della "Trilogia di Mezzanotte" attualmente in programma al Teatro dell’Orologio di Roma. Gili torna sull’intreccio tra vita e morte, sul gioco del destino, partecipando al dramma etico e psicologico dei personaggi con una singolare capacità di astrazione da ogni giudizio morale. Un testo crudele, più armonico dei precedenti, dove la dinamica della vita è dramma nel senso etimologico, azione, dell’anima prima che dei comportamenti, tragedia per lo più con accenti da commedia. A tratti magistrale l’interpretazione degli attori, con una spontaneità studiata che non si ha neppure nella vita reale.

 

DALL’ALTO DI UNA FREDDA TORRE
di Filippo Gili
con Massimiliano Benvenuto, Ermanno De Biagi, Michela Martini, Aglaia Mora, Matteo Quinzi, Vanessa Scalera
regia Francesco Frangipane
musiche originali Jonis Bascir
scene Francesco Ghisu
luci Giuseppe Filipponio
costumi Sabrina Beretta
un progetto Uffici Teatrali
una produzione Progetto Goldstein
in collaborazione con Argot Studio

 

L’impianto è una scena unica con tre visioni in contemporanea: al centro il tavolo dove si riunisce la famiglia; a destra il luogo di rifugio dei due fratelli, una sorta di divano analitico; e a sinistra lo studio medico. La contemporaneità rafforza l’unità di azione ed enfatizza la complessità del vissuto. La vicenda nasce a tavola da un gioco “perverso”, assurdo, estremo quanto surreale ma, come spesso accade, la vita ha più fantasia di noi. La realtà materializza a guisa di un incubo la possibilità di sostituirsi al fato scegliendo sulla vita e la morte degli altri. Senza svelare in dettaglio la vicenda, anche se l’interesse del testo è soprattutto addentrarsi nei meccanismi della mente - dei quali Gili è fine indagatore, mai risolutore - cosa accade in una famiglia se ci si trova costretti a salvare di due vite una sola, perché altro non è possibile? La fredda valutazione del punto di vista della medicina, della scienza che si fonda sull’analisi quantitativa, facendola passare per etica, come l’unico modo possibile per autoassolversi - qui sì l’autore prende posizione, in nome di un’onestà intellettuale prima che morale - non è sufficiente. Meglio garantire almeno una vita che nessuna. Certo ma come fa una figlia a salvare un genitore immolando al contempo l’altro?

Il testo è un crescendo dell’ironia, sempre aggressiva nelle discussioni familiari, dei non detti, dei nodi non sciolti e mal riposti, dove perfino una certa allegria trapela, fino al dramma e alla scelta di lasciare che la vita sia, una decisione coesa tra i due fratelli, uniti nell’affetto ma forse anche desiderosi di dividere un carico morale a metà, visto che per ragioni che lo spettatore scoprirà non possono distribuirsi equamente il carico pratico della possibile soluzione.

Fine la tessitura, a tratti isterica, dei personaggi strattonati da una vicenda ai limiti del paradossale, eppure immersa in una dinamica del tutto domestica, così come il groviglio di sentimenti e di rabbia, di improvvisi scatti di gioia misti a frustrazione che, per chi “frequenta” i testi giliani, sono il manifesto della sua concezione della tragedia ai tempi di oggi, la vicenda umana universale che si confronta con i pochi grandi temi della vita: amore, morte e potere, su tutti, solo che la tragedia stessa appare addomesticata. Non certo per questo meno crudele, anzi nel suo essere così quotidiana e sbriciolata nei pranzi di una famiglia borghese, più credibile, drammaticamente reale. L’assenza di un vero costrutto scenico, la scelta di abiti quasi “dimessi”, enfatizza i toni crudi e dolorosi, anziché abbassarli, perché costringe lo spettatore a concentrarsi sul testo che risuona nel vissuto dei personaggi quasi si svelassero piuttosto che recitare.

Vincente la formula della scena a tutto tondo che non è mai una vetrina, dove l’azione si può leggere di spalle, di traverso, con due platee, ai lati della scena. La vita non è una parata che ti sta di fronte e scorre in modo lineare, sembra dire Gili, e semplicemente ce la mostra.

La regia di Francesco Frangipane, anche autore teatrale, diplomato come attore e regista all’Accademia d’Arte Drammatica della Calabria nel 1998, è convincente ed è una mano con personalità ma leggera.

Il connubio già sperimentato Gili-Frangipane funziona e questa volta di più stempera il testo puntando sulla prova attoriale. L’autore è diventato un padre maturo e in scena non si vedono “piccoli Gili”, tentazione di qualche spettacolo, ma interpreti che hanno masticato e metabolizzato il testo per farlo loro, staccandosi dall’origine. E’ un passo avanti che, soprattutto nell’interpretazione di Vanessa Scalera, regala davvero una prova convincente: non tanto immersa nel personaggio, adatta il testo a sé e lo restituisce, riuscendo comunque a stare un passo indietro e a lasciare che il teatro resti finzione, senza enfasi e senza un’immedesimazione eccessiva. Se la figlia appunto è il cuore della vicenda, il dramma è corale e non ci sono veri secondi piani anche tra gli attori. Questo rende meno virtuosistico il teatro e più “brano” strappato all’esistere.

La conclusione è netta quanto sospesa e sembra una vicenda da continuare. Ci si aspetta quasi che gli attori si uniscano al pubblico per continuare la discussione e condividere le emozioni.

Francesco Frangipane dal 2001 collabora con vari registi, in particolare con Mariano Rigillo e Roberto Guicciardini. Nello stesso periodo inizia il proprio percorso personale e mette in scena i suoi primi spettacoli: Fratelli d’Italia e La guerra spiegata ai poveri. La collaborazione con Filippo Gili per il progetto della Trilogia di Mezzanotte inizia nel 2011. Il primo capitolo, Prima di andar via diventa un vero e proprio caso teatrale tanto da spingere Michele Placido nel settembre 2013 a farne un esperimento cinematografico presentato al TFF - Torino Film Festival nel 2014. Nel 2013 firma la sceneggiatura del nuovo film di Marco Risi dal titolo Tre tocchi, presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma e uscito nelle sale nel 2014. Nel gennaio 2016 ha debuttato al Teatro dell'Orologio il terzo e conclusivo capitolo della triologia, L'ora accanto.

 

Teatro dell'Orologio (Sala Moretti) - via dei Filippini 17/a, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6875550, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario biglietteria: dal lunedì al venerdì ore 11/19
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21:30, domenica ore 18:30
Biglietti: intero 15 euro, ridotto 12 euro (under25, over65, studenti universitari, tesserati bibliocard, arci, metrebus card), gruppi superiori a 5 persone 10 euro (prenotazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ), Under 25 Days (martedì e mercoledì) 8 euro, Scuole di teatro convenzionate 8 euro (prenotazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) - Tessera associativa stagionale 3 euro

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Stefania D'Orazio, Ufficio stampa Teatro dell'Orologio
Sul web: www.teatroorologio.com

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