Da Krapp a Senza Parole - Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi (Roma)

Scritto da  Enrico Bernard Sabato, 06 Aprile 2013 

Dal 3 al 21 aprile. Glauco Mauri e Roberto Sturno, che da decenni operano sul corpus delle opere di Samuel Beckett, confezionano anche questa volta uno spettacolo di alta scuola che si potrebbe definire a “doppio strato”. I due grandi interpreti in Italia della tradizione beckettiana ripropongono due classici come “Atto senza parole” (Sturno) e “L’ultimo nastro di Krapp” (Mauri), oltre ad un meno noto “Improvviso dall’Ohio” scritto dal grande autore irlandese in occasione del suo 75esimo compleanno celebrato dall’università americana di Columbus.

 

 

 

 

 

 

Compagnia Mauri Sturno presenta
Glauco Mauri e Roberto Sturno in
DA KRAPP A SENZA PAROLE
Il prologo - Respiro - Improvviso dell’Ohio - Atto senza parole - L’ultimo nastro di Krapp
di Samuel Beckett
regia Glauco Mauri
musiche Germano Mazzocchetti
impianto scenico Francesco De Summa
traduzioni Carlo Fruttero e Franco Lucentini
luci Gianni Grasso

 

 

A questa ampia rassegna beckettiana Mauri e Sturno aggiungono una sorta di appendice didascalica facendo parlare Beckett in prima persona: così il racconto della sua infanzia nelle tristi brughiere irlandesi, accompagnato da un intenso video, fornisce una chiave di lettura autobiografica dell’opera dell’autore. Il quale ci assicura di non avere assolutamente avuto un’infanzia infelice, mentre i panorami da lui interiorizzati fin da bambino fanno pensare ad una latente depressione, se non proprio a quell’infelicità costante che caratterizzerà la vita e l’opera di Samuel Beckett.
Ne esce fuori dunque uno spettacolo rigoroso, esteticamente perfetto, a tratti comico – nel senso beckettiano del termine dove la comicità assume pirandellianamente una dimensione tragica – ma anche utile ad entrare nella mentalità, nell’inconscio dell’autore chiamato ad introdurre e “prefare” i suoi capolavori. Anche se di “Aspettando Godot” abbiamo solo un breve assaggio nel prologo, ne esce un ritratto da antologia di un’opera e di un drammaturgo, non ci sarebbe bisogno di dirlo, fondamentale del ‘900.
Ma dopo aver dato a Mauri e Sturno quel che a loro spetta, vorrei dire qualcosa su ciò che resta nella drammaturgia vivente dell’esperienza di Beckett. E azzardo questo discorso perché in questo caso mi sento parte in causa, essendo stato definito dalla critica tante volte con l’appellativo, che non rifiuto anche se viene spesso però usato in modo limitativo, di "postbeckettiano".
In effetti lo spettacolo di Mauri e Sturno rappresenta un meraviglioso esempio – ed ecco far capolino la mia provocazione – di archeologia teatrale. Per quanto infatti mi sforzi di immaginare contemporanea l’opera di Beckett, mi ritrovo sempre a relegarla nel mio background dei classici: in una immaginaria biblioteca personale, insomma, metterei Beckett in ordine alfabetico prima di Pirandello e di Shakespeare, ma così relegandolo, insieme agli altri “grandi di tutti i tempi”, sullo scaffale dei classici. Eppure, mi sovviene che solo dieci anni fa discutevo e litigavo animatamente con Donato Santeramo, studioso di Pirandello, di Carmelo Bene e di Gordon Craig, nonché docente di letteratura all’università canadese di Kingston, a proposito del "testo scritto". Santeramo difendeva la linea dell’improvvisazione e della drammaturgia della "performance" senza testo, richiamandosi appunto a Craig e Artaud, mentre io difendevo il testo scritto. E ciò facendo, citavo proprio l’Atto senza parole di Beckett, sostenendo la tesi che anche un testo privo di battute e di espressioni linguistiche è un testo scritto. E servendomi di Wittgenstein aggiungevo che un testo può essere scritto a parole, a segnali di fumo, a rumori, a colpi di clacson o pistola, ma che tutti questi elementi semantici saranno sempre portatori di un significato, oltre che del loro significante, - cioè per dirla con de Saussure, della parte fonetica o acustica. Senonché - così terminavo la mia polemica - questi segnali di fumo o di suono saranno alla fine sempre elementi di un linguaggio, in base al loro uso, alla loro utilità nell’ambito della comunicazione teatrale.
Ebbene, quanto vecchie mi sembrano oggi queste tesi, superate dalla crisi e poi dalla morte stessa della sperimentazione teatrale degli anni Settanta che, dopo aver rigirato la frittata beckettiana, è rimasta ferma, immobile, - passando dal grande Eliseo al Piccolo - a compilare una sorta di antologia di Beckett più per le scuole che per un vero pubblico teatrale ormai "annoiato" dai classici stessi! (Non lo dico io, bensì Antonin Artaud che scrive: “Se la folla non accorre più ai capolavori letterari, questo accade perché tali capolavori sono letterari, cioè congelati nel tempo; e congelati in forme che non rispondono più alle esigenze del nostro tempo.”)
E come vecchio mi sembra oggi, intendo "vecchio" come mi può apparire un classico di Sofocle o Euripide, cioè antico ma non superato intendiamoci, l’Atto senza parole. Quando infatti la luce della scena bianchissima mi abbaglia e Sturno viene gettato nella scena della vita, nell’esistenza, mi viene subito in mente “Essere e tempo” di Heidegger per quel concetto della caduta dell’Essere che ritrova nel suo esserci gli elementi primordiali del suo essere. E mi viene in mente Hegel della "coscienza infelice", insomma mi sovviene un repertorio filosofico che va dai primi dell’Ottocento ai primi del Novecento, di quel genere di filosofia con cui Marx però - a ragione secondo me - tagliò corto: basta interpretare il mondo, ora si tratta di cambiarlo.
Sturno è grande nell’Atto senza parole. Ma io non posso fare a meno di notare un’analogia tematica e drammaturgica della pièce di Beckett col cinema dei grandi del muto, ad esempio l’infelice Buster Keaton (con cui il drammaturgo irlandese ebbe anche un’esperienza cinematografica in comune) o alcuni brani chapliniani. Il fatto è che, però, la drammaturgia di Beckett porta in scena la stessa situazione – d’accordo, sviluppandola alle estreme conseguenze drammatiche, rendendola, mi si perdoni il gioco di parole, "esistenzialmente essenziale" grazie alla particolare natura emblematica del teatro – con quasi mezzo secolo di ritardo rispetto al cinema! E così continuo a chiedermi: ma la struttura drammatica di “Aspettando Godot” non è già stata anticipata da “I giganti della montagna” di Pirandello – con questi rozzi Giganti che, come Godot, devono venire ad assistere allo spettacolo ma che non arriveranno mai tradendo l’attesa dei comici? Non ho spazio qui per approfondire l’argomento, ma non basta liquidarlo col semplice “così fan tutti”, cioè che tutto il teatro è una ripresa di un unico archetipo. Troppo facile: la verità sarebbe semmai che, tramite Joyce, arriva a Beckett il fortissimo alito espressionista e grottesco del teatro italiano: non solo Pirandello, ma lo stesso Italo Svevo e, per citare altri due nomi, Chiarelli e Rosso di San Secondo – nomi peraltro fin troppo assenti dalle nostre scene. Non sono il primo né l’unico a pensarla così, cito un bel saggio di Raffaella Bonsignori “Samuel Beckett tra assurdo e verità” del 1990 consultabile online come altri interessanti studi cui rinvio per brevità.
Non aggiungo altro perché so di aver già messo troppa carne al fuoco. E non vorrei neppure essere travisato e malinteso, come se volessi (novello Grabbe che ebbe l’ardire di stroncare Shakespeare!) tentare un’operazione revisionistica sull’opera di un genio come Beckett. Il quale, però, è questa la certezza con cui esco applaudendo Mauri e Sturno, ha naturalmente molto da dire al nostro tempo, ma non come un prodotto della contemporaneità, bensì come un classico in parte ancora da approfondire criticamente. Un classico che dunque non può che essere riletto, come hanno fatto giustamente Mauri e Sturno, se non nell’ottica di un’antologia scolastica con qualche didascalia esplicativa documentando il loro lavoro ed esperienza decennale sulla drammaturgia beckettiana. La quale però viene, come dire?, sublimata e isolata come opera di un genio e non come il risultato di un tempo in cui la drammaturgia italiana ha avuto tanto da dire, - anche se la sperimentazione, l’avanguardia, hanno preteso di spazzarla via proprio in nome di Beckett che di quella tradizione drammatica è in parte il prodotto.

 

 

Piccolo Eliseo Patroni Griffi - via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono botteghino 06/4882114 – 06/48872222, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì ore 20.45, mercoledì 3 e 17 aprile ore 17.00, mercoledì 10 aprile ore 20.45, sabato ore 16.30 e 20.45, sabato 20 aprile solo ore 20.45, domenica ore 17.00
Biglietti: €22 e €16, ridotto under26 €16 e €14
Durata spettacolo: 1 ora e 50 minuti compreso intervallo

 


Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Benedetta Cappon, Ufficio stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.it

 

 

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