Cous Cous Klan - Teatro Piccolo Eliseo (Roma)

Scritto da  Martedì, 23 Gennaio 2018 

Dal 10 al 28 gennaio. E’ ormai assodato: i corrosivi, refrattari alle convenzioni e agli intellettualismi, irresistibilmente creativi paladini di Carrozzeria Orfeo non sbagliano un colpo. Il loro percorso è stato già costellato da spettacoli dall’originalità abbagliante, salutati con egual enfasi da pubblico e critica, basti citare il pluripremiato “Thanks for Vaselina” (di cui lo scorso ottobre è stata girata la trasposizione cinematografica), “Nuvole Barocche”, “Sul Confine”, “Idoli” , “Robe dell’altro mondo” o “Animali da bar”. Il nuovo progetto “Cous Cous Klan”, prodotto dalla compagnia con Teatro dell’Elfo, Teatro Eliseo e Marche Teatro, in collaborazione con Fondazione Teatro Della Toscana - La Corte Ospitale, prosegue il cammino con tale lucidità drammaturgica ed effervescente rigore registico e portando sul palcoscenico un esaedro di interpreti di tale spessore ed intensità da rendere evidente che non si è trattato di un fuoco di paglia. Carrozzeria Orfeo si conferma realtà teatrale tra le più luminose della scena contemporanea italiana, capace di coniugare in modo assolutamente personale acuta riflessione sociale, debordante ironia e qualche delicata pennellata di sentimento.

 

COUS COUS KLAN
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
scene Maria Spazzi
costumi Erika Carretta
musiche originali Massimiliano Setti
con Angela Ciaburri (Nina), Alessandro Federico (Aldo), Pier Luigi Pasino (Mezzaluna), Beatrice Schiros (Olga), Massimiliano Setti (Caio), Alessandro Tedeschi (Achille)
voce fuori campo Andrea Di Casa
luci e direzione tecnica Giovanni Berti
una coproduzione Teatro dell’Elfo, Teatro Eliseo, Marche Teatro
in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana e Corte Ospitale - residenze artistiche

 

Lo sguardo attento della drammaturgia di Gabriele Di Luca è come di consueto rivolto agli ultimi, ai disadattati relegati ai margini della società dalle contingenze di una sorte infausta e dall’incapacità di ribellarsi ad esse con determinazione e risolutezza. Un futuro non meglio precisato, dai connotati vagamente apocalittici. La nostra civiltà occidentale condotta alle estreme conseguenze. L’acqua è stata privatizzata in tutto il mondo, guardie armate impediscono al popolo di accedere liberamente a fiumi, laghi e sorgenti. Questa assenza di risorse idriche ha acuito il divario tra i benestanti, con la loro esistenza di privilegiati asserragliati all’interno di recinzioni controllate da telecamere di sicurezza e filo spinato, e i miseri reietti disperatamente alla ricerca di un sorso d’acqua e di un tozzo di pane. Incastonato tra una di queste città-stato fortificate e un cimitero-fossa comune all’interno del quale disfarsi dei cadaveri di chi ha finito per soccombere a questa efferata lotta per la sopravvivenza, un parcheggio degradato e abbandonato, rifugio di anime perdute senza alcuna speranza per l’avvenire.

E’ proprio in questo parcheggio, circoscritto da due roulotte fatiscenti ed un rottame di automobile, che prenderà corpo l’intera narrazione, contesto descritto con dovizia di particolari dalla minuziosa scenografia concepita da Maria Spazzi e dalle suggestive atmosfere tratteggiate dal disegno luci di Giovanni Berti. Nella roulotte di sinistra trascinano stancamente le proprie giornate tre fratelli orfani: Caio (Massimiliano Setti), un ex sacerdote cinico, nichilista, solitario, indifferente all’altrui sofferenza e pronto a mercificare qualunque cosa pur di salvaguardare il proprio tornaconto; sua sorella maggiore Olga (Beatrice Schiros), obesa, priva di un occhio tenuto rigorosamente bendato e nascosto alla curiosità altrui, ruvida come il più rozzo dei camionisti ma al contempo tormentata da uno spasmodico desiderio di maternità; infine Achille (Alessandro Tedeschi), un coacervo di diversità - sordomuto, omosessuale e xenofobo - condensato in un’anima pura e semplice, che nasconde dietro un approccio irruente e violento una insondabile fragilità e un fanciullesco desiderio di sentirsi realmente amato. Loro dirimpettaio, unico abitante della roulotte di destra, è l’immigrato musulmano Mezzaluna (Pier Luigi Pasino), giunto da dieci anni in Italia ma ancora alle prese con disumani taglieggiatori che lo tengono sotto scacco, sfruttando la sua aspirazione di conquistare finalmente l’agognato permesso di soggiorno; per soddisfare le loro crescenti pretese, è costretto a dividersi tra il seppellire rifiuti tossici durante la giornata e il lavorare come vu-cumprà nottetempo, essendo nel mentre oggetto di un corteggiamento serrato da parte di Olga che lo vuole a tutti i costi tramutare nel padre dei suoi futuri pargoli. Dinamiche ormai incancrenite dall’usura del tempo legano questi quattro personaggi, ma a rendere ancor più complessa la situazione sopraggiungeranno due ospiti inaspettati: dapprima troverà alloggio nella carcassa di automobile il pubblicitario Aldo (Alessandro Federico), scacciato dal nido coniugale dopo essere stato scoperto in flagrante con una ragazza minorenne e in precarie condizioni lavorative a causa del raggelante blocco creativo seguito a questo traumatico evento; infine ecco arrivare improvvisamente Nina (Angela Ciaburri), ragazza misteriosa, inquieta, angustiata da impenetrabili sofferenze, che scardinerà le titaniche difese emotive di Caio scongelandone il cuore d’acciaio e coinvolgerà tutti gli altri protagonisti in una rocambolesca e spassosissima avventura.

Da queste premesse si potrà certamente intuire quanto colorato, scoppiettante e fuori dai canoni tradizionali sia l’intreccio narrativo di “Cous Cous Klan”; se poi aggiungiamo come ulteriori ingredienti un traffico di sacre reliquie, un cardinale dalla condotta non propriamente specchiata, una spedizione punitiva con tanto di cous cous avvelenato e furto del prepuzio di Cristo, possiamo a questo punto senz’altro assicurare allo spettatore che sarà impossibile non lasciarsi catturare dalla feconda creatività drammaturgica di un Gabriele Di Luca davvero in stato di grazia. La partitura registica tessuta a sei mani dallo stesso Di Luca assieme a Massimiliano Setti ed Alessandro Tedeschi è poi chirurgica nel dipanare la matassa di una trama così articolata, contrappuntata da spunti di riflessione autentica ed istanti di delicata commozione, che vanno ad impreziosire la brillantezza di una commedia dallo humour mai scontato, a tratti crudele, certamente irresistibile e senza dubbio riconoscibile marchio di fabbrica di Carrozzeria Orfeo.

Si potrebbe opinare che la struttura fortemente corale di questo lavoro ed il far divampare il racconto grazie all’incastro di personaggi dai connotati così sopra le righe ed estremizzati, ricalchi il modus operandi della compagnia già sperimentato con successo negli ultimi lavori “Thanks for Vaselina” e “Animali da bar”, ma si tratterebbe di una visione certamente semplicistica e superficiale. Il linguaggio teatrale di questa meravigliosa ed irriverente compagine è ben più stratificato e complesso, così come acuta e viscerale è la sua lucidità nello scandagliare la cronaca del nostro tempo per distillarne vicende dalla valenza fortemente simbolica. Punto di forza del suo cammino teatrale è la coesione di intenti e di visione artistica che l’ ha connotata sin dall’inizio, nonché la palpabile sintonia che si percepisce distintamente tra gli attori sul palcoscenico. Un sestetto di interpreti singolarmente impeccabili, che goduti in ensemble divengono davvero dirompenti: tempi comici millimetrici ed intensissimi, accenti di emozione che li contrappuntano in parentesi in cui il sentimento affiora in questo panorama umano disastrato, solida presenza scenica, un’attorialità dal respiro realmente internazionale. Si va dalla sempre travolgente Beatrice Schiros, punta di diamante della scuderia Carrozzeria Orfeo e artista dal carisma istrionico a tutto tondo, alla sensualità fragile e al tempo stesso risoluta della magnetica Angela Ciaburri, dall’ironia caustica di Massimiliano Setti al sarcastico spaesamento di Pier Luigi Pasino, dalla prova recitativa brillante e ricchissima di preziose sfumature di Alessandro Federico, sino alla potenza di un Alessandro Tedeschi che sfugge con decisione al rischio di un’eccessiva coloritura macchiettistica del suo personaggio tutto “manghi” (citazione assolutamente da scoprire…), travestimenti ed enfasi decisamente incontenibile.

Cosa resta delle peripezie degli alfieri del nostro “Cous Cous Klan”? Certamente le risate scroscianti elargite con una vis comica del tutto personale e contemporanea. Ma anche passaggi più riflessivi e struggenti, due su tutti: la confessione del vibrante desiderio di maternità, divenuto ormai un’ossessione per la vulcanica Olga, e lo spontaneo proporsi di Aldo come trainer di baci per il maldestro Achille, per prepararlo al primo appuntamento con il deejay da lui tanto vagheggiato. Un lavoro che uno spettatore assennato non dovrebbe perdere per nulla al mondo: c’è tempo sino a domenica 28 gennaio al Piccolo Eliseo, per proseguire sempre a Roma dal 2 al 4 febbraio al Teatro Tor Bella Monaca e riprendere poi la tournée passando per Ancona (14/18 febbraio - Teatro Sperimentale), Lugano (25 febbraio - Teatro Lac), Genova (1 e 2 marzo - Teatro Gustavo Modena) e Reggello (FI) (3 marzo - Teatro Excelsior).


Teatro Piccolo Eliseo - Via Nazionale 183, 00184 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/83510216, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari spettacoli: dal martedì al sabato ore 20, domenica ore 17
Biglietti: posto unico € 20
Durata spettacolo: 2 ore (atto unico)

Articolo di: Andrea Cova
Grazie a: Maria Letizia Maffei e Antonella Mucciaccio, Ufficio Stampa Teatro Eliseo
Sul web: www.teatroeliseo.com

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