Colazione da Tiffany - Teatro Eliseo (Roma)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Giovedì, 22 Marzo 2012 
Colazione da Tiffany

Dal 13 marzo al 1° aprile. L’immaginario cinematografico deborda. La rappresentazione teatrale fa da sfondo ad una lettura che si anima con scenografie e costumi ricostruiti filologicamente. Qualche modernizzazione nella recitazione, dalla gestualità al linguaggio, sottrae fascino alla protagonista. Il finale aggiunge un tocco di originalità.

 

 

Produzione Gli Ipocriti presenta

Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia in

COLAZIONE DA TIFFANY

di Truman Capote
adattamento Samuel Adamson
traduzione Fabrizia Pompilio

con Mauro Marino, Flavio Bonacci, Anna Zapparoli, Vincenzo Ferrera, Giulio Federico Janni, Cristina Maccà, Ippolita Baldini, Riccardo Floris, Pietro Masotti

scene Gianni Carluccio

costumi Alessandro Lai
regia Piero Maccarinelli

Francesca InaudiRaccontare la vicenda di Holly e il dramma di innamorarsi di una creatura selvatica è scelta ardita se pesa un film simbolo, mito di un’epoca. Per tutti Colazione da Tiffany” è il film di Blake Edwards con l’indimenticabile Audrey Hepburn e George Peppard…Peccato che il libro, un breve romanzo gioiello di Truman Capote, sia rimasto per molto tempo in disparte. Chi non ha visto il film? Ma quanti non hanno letto il libro e forse non ne conoscono neppure l’autore! A Samuel Adamson, che ne ha tratto una riduzione teatrale, va per me soprattutto questo merito, la riscoperta di un classico del ‘900.

Holly Goligthly è una cover girl americana arrivata a New York un po’ lolita cresciuta, un po’ traviata; intorno a lei ruotano i molti personaggi del mondo un po’ ridicolo e patinato dell’East End newyorkese: un agente di Hollywood, un mafioso italoamericano, il proprietario di un bar, ricchi diplomatici brasiliani. Interessante al di là dell’affresco americano, ottimamente ricostruito nelle scenografie e nei costumi, c’è la storia degli amori infelici, quelli – forse la maggior parte – nei quali la domanda non si incontra con l’offerta. Questo è il genere nel quale l’oggetto dell’amore è una creatura selvatica che a teatro, più che nel cinema, dove prevale l’interesse – forse non maligno ma di occhio di mondo – non si può legare. Come non ricordare la Violetta di Verdi o Odette de Crecy di un “Amour de Swann” di Proust che fa dire nelle ultime battute del libro al protagonista “ho amato e perso il mio tempo per una donna che non era per me, che non era del mio genere”?

Lorenzo LaviaLa protagonista vive in una modesta casetta dell’East Side popolata da una fauna artistica al limite della sopravvivenza e della trasgressione. Tutti sono un po’ innamorati di Holly che sembra attraversare la vita in punta di piedi: il suo passato, il primo marito, la sua attività di prostituta, le sue feste sgangherate…ma Holly ha una grazia innata e per tutti “è in transito”. Nessuno la può fermare, catturare o dire che appartenga a lui. Suo contraltare nella drammaturgia è lo scrittore William Parsons, timido, impacciato, che subisce il suo fascino e la considera sua fonte di ispirazione. Trascinato da Holly a conoscere e vivere la grande New York, William è la nostra guida tra le pagine del testo teatrale. Eppure la sua malinconia, la sua passione per scrivere racconti che nessuno legge, la sua rettitudine e resistenza alla corruzione, lo rendono un moderno intellettuale contro. Non lo compatiamo, anzi…perché in fondo non è un perdente, coltiva la dignità. Almeno così leggo quello che il regista ci trasferisce nel non piegarlo alla compiacenza degli altri. E’ il caso in cui racconta che finalmente viene assunto in una redazione non per scrivere ma per fare fotocopie e il ragazzo tutto fare: “passo la giornata a temperare matite (secondo l’abitudine degli americani di scrivere con la matita) ma almeno mi pago l’affitto”. Tosto viene licenziato perché affigge in bacheca un articolo di critica per un poeta che poi scopre essere il marito della capo redattrice. E ancora quando guarda con indulgenza e una certa ironia la stessa Holly.

Il finale è originale rispetto alla partitura letteraria e assomiglia maggiormente a quello di una ragazza di oggi. Francesca Inaudi (la protagonista), brava, è molto televisiva, con un bel corpo un po’ esibito, lontano da quello descritto da Capote – perché il paragone cinematografico, pur illustre, sarebbe errato – e c’è un passaggio nel quale l’ex marito guardandola le dice che è ridotta pelle e ossa mentre lei appare avvolta in una camicia da notte-abito da sera che ne lascia trasparire le forme rotonde. Anche il linguaggio e il modo di muoversi la fanno apparire una donna che sa quello che vuole, capace di utilizzare gli altri, senza quello spaesamento di tenerezza misto ad ambizione che esce dalla penna letteraria. Non ho capito il gioco della parrucca, che esaspera ancora questa scissione attrice-personaggio, alternando la protagonista con i suoi naturali capelli corti e sbarazzini a mise en plie da signora bon ton. L’attenzione al corpo sembra forte per il regista, sia quando lo copre con abiti pieni di particolari, sia quando lo sveste, forse un po’ insistentemente.

 

Teatro Eliseo - via Nazionale 183, 00184 Roma

Per informazioni e prenotazioni:

telefono botteghino 06/4882114 – 06/48872222, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Orario di apertura del botteghino: dalle 9.30 alle 15.00 e dalle 15.30 alle 19.30, lunedì chiuso

Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì ore 20.45, mercoledì, domenica ore 17.00 (eccetto mercoledì 28 marzo ore 20.45), sabato ore 16.30 e 20.45

Durata: 2 h e 5' più un intervallo

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni

Grazie a: Benedetta Cappon, Ufficio stampa Teatro Eliseo

Sul web: www.teatroeliseo.it

 

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