Classe di ferro - Teatro Parioli Peppino De Filippo (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 25 Gennaio 2017 

E’ andato in scena al Teatro Parioli Peppino De Filippo, dal 12 al 22 gennaio, Classe di ferro di Aldo Nicolaj con Paolo Bonacelli, Giuseppe Pambieri e Valeria Ciangottini, per la regia di Giovanni Anfuso. Classe di ferro è incentrato sui problemi della terza età, trattati con una delicatezza e uno humour non frequenti nella nostra drammaturgia. La vicenda è ambientata in un giardino pubblico di una grande città. Protagonisti sono tre anziani - Libero Bocca, Luigi Lapaglia e Ambra - che si sono conosciuti casualmente durante le loro quotidiane passeggiate.

 

Laros di Gino Caudai presenta
CLASSE DI FERRO
di Aldo Nicolaj
con Paolo Bonacelli, Giuseppe Pambieri, Valeria Ciangottini
musiche Massimiliano Pace
scene Alessandro Chiti
regia Giovanni Anfuso

 

La drammaturgia italiana del Novecento è forse tra le più ricche al mondo. Non bastano le dita di mani e piedi per contare i grandissimi autori che hanno influenzato le culture di altre nazioni. Del resto il secolo si apre e si chiude con i premi Nobel a Pirandello e Dario Fo: tanto basta per chiudere qui la questione circa la grandezza del teatro d’autore italiano contemporaneo.

Ma se il tema può darsi per scontato considerando le decine di grandissimi autori del nostro teatro, da Viviani a Eduardo, ma ci vorrebbe uno spazio enciclopedico per elencarli tutti, la questione si può porre sotto quest'altro aspetto: accanto ai grandi nomi dei drammaturghi conosciuti, il teatro italiano dimostra la sua vitalità e notevole qualità anche analizzando autori considerati "minori" che in realtà minori non sono affatto, come ad esempio Aldo Nicolaj.

Si può imputare semmai a Nicolaj di non essere un "creatore di forme nuove", tuttavia i suoi testi, numerosissimi, di cui sono stato editore e curatore per la sua opera completa, sono un esempio di come accanto al teatro di ricerca e sperimentazione, vi sia anche un solidissimo teatro di artigianato, di "bottega" nel senso rinascimentale del termine. Certamente Nicolaj non era dotato di un carattere iconoclasta e trasgressivo, tutt'altro. La signorilità e delicatezza del suo modus operandi si riflettevano nei lavori teatrali, scritti con professionalità e sentimento: opere che insomma nascevano per la scena quasi in modo spontaneo, come un prezioso intarsio di Benvenuto Cellini. Ecco, Nicolaj non era un Michelangelo e neppure un Palladio, cioè un Pirandello o un De Filippo, ma, mi si consenta il paragone sul filo del paradosso, lo possiamo ben annoverare tra i molti, probabilmente in testa a tutti, abilissimi artigiani della drammaturgia, uno che il mestiere di scrivere per il teatro lo conosceva alla perfezione.

Non gli si poteva dunque chiedere il nuovo, l'opera che scombussolasse i giochi e i gusti. Tuttavia la sua abilità di adattamento alle forme, ai tempi, e anche un po' alle mode culturali, alle tendenze, era sinceramente impressionante e non solo per abilità mimetica, bensì per la sua capacità di scrivere non "nuovo" ma in "stile", di rinsaldare, riproporre e in qualche caso addirittura perfezionare forme e concezioni drammaturgiche che gli pervenivano dalla sua vasta conoscenza e frequentazione, in lungo e in largo perché le sue commedie sono molto rappresentate all'estero, del teatro contemporaneo.

Come esempio si può citare il parallelismo tra Rumori fuori scena di Frayn - opera che debutta a Londra nel 1982 - e il delizioso e spassoso testo scespiriano di Nicolaj, Amleto in salsa piccante del 1989, in cui della tragedia del Bardo giungono solo gli schiamazzi nelle cucine di Elsinore. Non a caso la commedia fu allestita dallo stesso Attilio Corsini già regista del lavoro di Frayn.

Classe di ferro del 1974 è un altro esempio del mestiere di commediografo del Nicolaj che fiuta l'aria densa di esistenzialismo beckettiano che tira fin dagli anni Sessanta e riesce ad adattare la condizione umana di Vladimiro ed Estragone ad una situazione sociale tipicamente italiana: l'abbandono dei vecchi alla loro solitudine da parte delle nuove generazioni dei figli ingrati.

Il dramma dei due vecchi, il signor Bocca e il signor La Paglia, sta in questo loro non essere più utili a nessuno, tranne che a loro stessi, reciprocamente: infatti dopo un bisticcio iniziale si trasformano in una vera e propria Strana coppia di Neil Simon - altra situazione chiave cui attinge Nicolaj - formata da due esseri umani ormai interdipendenti, una coppia inscindibile nella quale si vive in funzione dell'altro, anche solo per ritrovarsi a passare un paio d'ore a chiacchierare sulla panchina dei giardinetti.

Ma quando all'orizzonte si presenta lo spettro del ricovero in un ospizio per il signor La Paglia che è sempre più di ingombro in famiglia, ecco che al signor Bocca sovviene la geniale trovata di una fuga... d'amicizia. Perché non fuggire insieme, andando a vivere in un luogo ideale e solare compensando i costi con le rispettive pensioni? Sembrerebbe facile, ma l'età avanza - e la morte non sta ad aspettare. Così svanisce il sogno di libertà dei due simpatici bizzarri vecchietti ai quali si aprono le porte dell'ospizio ad uno, e quelle del cimitero all'altro.

Avevo già visto Gianni Santuccio e Ciccio Ingrassia cimentarsi con questa deliziosa e malinconica opera che resta saldamente, grazie alle collaudate e sensibilissime corde di Paolo Bonacelli e Giuseppe Pambieri, un'opera che segna - e sta qui probabilmente la sua importanza come accennavo - l'adeguamento delle situazioni esistenziali più astratte di Beckett al dramma sociale, nel senso di una condizione umana vissuta drammaticamente non in quanto tale, cioè astrattamente, ma in quanto determinata da fattori sociali ed economici. E della deriva umana di due vecchi nella modernità che uccide socialmente e spiritualmente gli anziani, inservibili, prima ancora della morte stessa permane una fessura di luce, uno spiraglio di spensieratezza, di allegria e di una primavera impossibile nella maestrina in pensione di Valeria Ciangottini, spontanea e vivace tritagonista di questa tragedia in un bicchiere d'acqua messa in scena da Giovanni Anfuso con mano lieve e grande attenzione ai risvolti psicologici.

Belle le musiche di Massimiliano Pace che sottolineano l'evanescenza dei sogni sconfitti dalla realtà in un finale girotondo, come un vortice della vita che inghiotte l'esistenza. Un po' pesanti le scene di Alessandro Chiti che riempie troppo il vuoto in cui si dibatte la miseria dei due anziani.

 

Teatro Parioli Peppino De Filippo - via Giosuè Borsi 20, 00197 Roma
Per informazioni e prenotazioni:
telefono 06/8073040, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietti: platea 27 euro; galleria 22 euro

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Ufficio stampa Maurizio Quattrini
Sul web: www.parioliteatro.it

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