Ciekapuk - Teatro della Dodicesima (Roma)

Scritto da  Sabato, 20 Dicembre 2014 

Il Festival Autori per Roma di Pierpaolo Palladino, che ha ospitato Massimo Wertmuller e Michele La Ginestra al Centro Culturale Elsa Morante, prosegue al Teatro della Dodicesima con due monologhi femminili. Dopo Cristina Aubry con “Al Pacino”, è la volta di Luisa Stagni con “Ciekapuk”, pièce autobiografica di una singolare artista milanese, da anni impegnata nella capitale in progetti di educazione e integrazione culturale.

 

CIEKAPUK, notte di mezza estate
scritto, diretto e interpretato da Luisa Stagni

 

Siamo nella zona di Spinaceto, a sud della capitale, quartiere che Nanni Moretti percorreva in vespa nel film “Caro Diario”, dicendo la famosa frase “Pensavo peggio!”. In effetti, al di là dell’infame fama che sempre aleggia su tutte le periferie romane, esiste qui una coraggiosa realtà culturale, come ci testimonia questo bel festival, che ha scelto di portare in due location fuori dal centro storico spettacoli teatrali di grande spessore.

La rassegna annovera la rappresentazione di caratteri della tradizione romana e papalina, il teatro brillante, il ricordo di personaggi famosi (è in programma anche una serata su Pasolini) ed anche, come questa sera, racconti di dolente esperienza personale.

Luisa Stagni entra in scena con gli occhiali scuri e con un grande bastone da cieco di cui si libera quasi subito, abbandonandolo tra un cubo rosso e una ciotola, già collocati sul palcoscenico: poi comincia a muoversi con sicurezza tra gli oggetti di scena e a raccontare un sogno di cui dice di non capire il significato, in cui si trova all’interno di una caverna, da dove intravede delle persone che la guardano. Il mito, il pensiero filosofico, i simboli, sono sempre presenti nello spettacolo, comparendo e scomparendo intrecciati alla storia individuale, quasi a voler tracciare, come si vede poi, un iter catartico.

Si snoda poi con leggerezza il racconto dell’infanzia di una bambina miope e visionaria cui piaceva disegnare, mentre il palcoscenico si popola idealmente di fiori, di principi e principesse, di animali e castelli piene di guglie, ma anche di zie e di suore, di ricami a giorno fatti in collegio, di preghiere, di altri bambini. Condividiamo poi con lei l’adolescenza e la giovinezza, la magnifica ebbrezza della seduzione femminile, la malia del teatro, esperienze che sembrano avere nello sguardo, nel guardare e nell’essere guardati, un privilegio in più, un’emozione che fa sentire vivi.

Un evento che ti sconvolge la vita, come la cecità, sembra la risata di scherno del destino e quando la nostra vita è così violata nelle certezze, il primo impatto è quello della ribellione e del rifiuto violento. “Ti odio Minosse” grida la protagonista indossando la testa di toro, perché, in effetti, la storia del Minotauro nel labirinto, come racconta il mito, è “un mysterium tremendum”, il simbolo del condannato senza colpa con l’aggravante della crudeltà.

Al contempo però il labirinto simboleggia anche il percorso iniziatico della ricerca del sé ed è in questo che la storia da personale diventa esemplare, nonché analisi dei disagi che un cambiamento radicale può provocare nella vita di ognuno, creando l’empatia con lo spettatore. All’improvviso un’attrice dagli incerti guadagni, divenuta cieca, ha davanti la magnifica possibilità di avere un posto fisso da centralinista (come categoria protetta), perché non scoppia di felicità? All’istituto per ciechi organizzano divertenti tombole tra ciechi, perché questo non la eccita da matti? E il florilegio potrebbe continuare all’infinito.

Luisa Stagni è magistrale nel mostrare la nudità del suo strazio senza strapparci una sola lacrima ma inchiodandoci alla sedia, in un continuo crescendo, fino alla dichiarazione del luminare, impotente nella sua grande scienza, che articola il verdetto finale: “Sono desolato”. Costruisce lo spettacolo alternando i momenti tragici, quelli simbolici e la descrizione del quotidiano, dando prova di grande ironia e stigmatizzando certe forme di buonismo e di assistenzialismo dell’handicap della nostra società ipocrita, volte molto spesso a ghettizzare le persone con disabilità.

“Siamo ciechi ma non siamo scemi!” è il grido che prelude alla voglia di vincere la segregazione, ma passa prima di tutto dalla fredda e impietosa analisi individuale di uno status irreversibile. La sua interpretazione è un pugno nello stomaco, senza zavorra emotiva, semplicemente un’analisi purificata e lucida prima di tutto di se stessa e poi della società, ma anche della cecità come metafora di rinascita e occasione di sviluppare abilità mai cercate e immaginate prima.

Quando la consapevolezza del proprio stato è totale, Luisa s’impiastriccia gli occhi e il viso da folletto burlone e impersona Puk, o meglio il suo doppio Ciekapuk che, come se fossimo in una notte di mezza estate, si è preso gioco del guitto, questa volta spegnendo le luci di sala del teatro! Con la danza liberatoria che disvela il sogno e l’inganno di Ciekapuk, lo spettacolo termina, mentre su un grande schermo, accanto al palcoscenico, appare l’immagine del Minotauro salvato da una bambina, con la sovraimpressione di una frase gelidamente enigmatica di Pablo Picasso:
“In fondo c’è solo l’amore. Qualunque esso sia. E si dovrebbero bucare gli occhi ai pittori come si fa con i cardellini, perché cantino meglio”.

 

FESTIVAL AUTORI PER ROMA
Direzione artistica: Pierpaolo Palladino
Organizzazione generale: Antonella Lepore - Ufficio stampa: Marta Volterra
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.raccontiteatrali.com

Teatro della Dodicesima - via Carlo Avolio 60, Spinaceto (Roma)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5073074 - mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietti: Intero 8€ - Ridotto 5€

Articolo di: Rosanna Saracino
Grazie a: Ufficio stampa Marta Volterra
Sul web: www.raccontiteatrali.com

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