Ciechi - Piccolo Eliseo Patroni Griffi (Roma)

Scritto da  Sabato, 03 Luglio 2010 
ciechi

Dal 29 giugno al 4 luglio. Ad una manciata di giorni dalla scomparsa di Josè Saramago, viene presentata in anteprima nazionale sul prestigioso palcoscenico del Piccolo Eliseo Patroni Griffi una dirompente, epica, carnale e drammaticamente emozionante trasposizione del suo romanzo “Cecità”. Un’epidemia misteriosa e terribile, trenta corpi privati di ogni dignità e gettati in un manicomio sordido e maleodorante per tentare di arginare il contagio, i più basilari valori della convivenza civile sopraffatti dalla violenza più bruta e disarmante. Uno spettacolo coraggioso che scava in profondità nei meandri della psiche umana, ne aggredisce le più recondite perversioni e denuncia con sincerità l’assenza di solidarietà tra esseri umani, la barbara filosofia hobbesiana della continua bellum onmium contra omnes. Due atti claustrofobici e struggenti che inducono alla riflessione e lasciano un segno indelebile nello spettatore.

 

Cassiopea teatro sperimentazione presenta

Al Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi

CIECHI

Dal romanzo “Cecità” di Josè Saramago

Adattamento e regia Tenerezza Fattore

Movimento scenico Luca Ventura

Movimento coreografico Valeria Baresi

Scenografia e costumi Michela Bevilacqua in collaborazione con Francesca Rossetti

Ufficio Stampa Valeria Buffoni

Organizzazione Jessica Cenciarelli

Cast

Valeria De Angelis - la moglie del medico
Dario Biancone - il medico
Riccardo Monitillo - il primo cieco
Giorgia Guerra - l'impiegata
Alberto Mosca - l'uomo dalla benda nera
Vanina Marini - la ragazza dagli occhiali scuri
Diana D'Angelo - una semplice cieca
Andrea Murchio - il sergente
Daniele Antonini - il ladro
Fabiano Danilo Vanella -
quello con la pistola
Roberto Fazioli
- il vero cieco

Giorgia Pordenoni - la segretaria
Claudia Lerro -
la cameriera
Giacomo Ferraù - il farmacista
Luca Di Giovanni - il soldato
Luca Calone - il segretario del ministro
Nicola De Santis - un cieco malvagio
Immacolata Mercadante - l'orfana
Tiziano Mariani - il poliziotto
Marzia Colandrea -
la madre
Claudio Nicolini - il ministro

e l'amichevole contributo di Giulia Innocenzi (giornalista di Annozero, nella parte di sé stessa)

e con gli allievi del corso primo professionale dell’accademia Cassiopea
Filippo Andreetto - un soldato/il cieco che balla
Elena Bernardo - un'altra orfana
Barbara Bianchi -
quella con la madre
Cristiano Caccamo
- un soldato

Chiara Casali - la tassista/una cieca
Giuseppina Loschiavo -
la ragazzina
Chiara Postacchini - un'altra orfana
Arianna Saturni - la tassista/una cieca

 

Raramente si ha il privilegio di assistere ad uno spettacolo teatrale che sappia restituire con vigore, vibrante intensità ed impetuosa potenza espressiva le emozioni di un romanzo complesso, intriso di simbolismo e dolorosamente avvincente come “Cecità” di Josè Saramago: l’adattamento curato da Tenerezza Fattore indubbiamente riesce nell’obiettivo, incollando letteralmente gli spettatori alle loro poltrone ed investendoli di un flusso continuo di emozioni, spesso laceranti e taglienti come affilati rasoi, per l’intera durata della rappresentazione. Una durata sicuramente “importante” visto che i due atti in cui si scandisce la pièce raggiungono complessivamente le tre ore abbondanti, ma che non inficia in alcun modo la godibilità dello spettacolo, grazie ad un ritmo narrativo dinamico ed incalzante e ai continui cambi di prospettiva e colpi di scena che erano già presenti nell’intreccio del romanzo e che la trasposizione teatrale preserva intatti ed emozionanti.

In un luogo ed in un’epoca lasciati volutamente indefiniti, si sviluppa un’epidemia di cecità che con velocità fulminante contagia un numero sempre maggiore di vittime, avvolgendone la vista in un inquietante candore luminoso; per tentare di arginare il diffondersi di questa pandemia il governo, di impronta nettamente fascista, autoritaria e militaresca, rinchiude i primi infetti in un ex manicomio abbandonato e fatiscente sotto la minaccia di ucciderli crivellandoli di colpi qualora provassero a fuggire. Cibo razionato, condizioni igieniche di assoluto degrado, un numero di prigionieri che aumenta in maniera esponenziale col passare dei giorni e gli inevitabili contrasti che scaturiscono dal bieco abbrutimento in cui si trovano a vivere i prigionieri colpiti da questa misteriosa cecità sono le cause di un escalation di violenze, soprusi e sofferenza che inghiottirà progressivamente, come fosse una nube venefica, i protagonisti di questo dramma. L’unico spiraglio di speranza risiede in una donna risoluta ed estremamente generosa la quale, pur essendo rimasta miracolosamente immune dal contagio, ha scelto di farsi comunque internare per assistere il marito medico: la donna fingerà di aver perso la vista per non essere sfruttata dalle decine di prigionieri che affollano la camerata ma condurrà in segreto una lotta fiera e instancabile per tentare di alleviare il dolore dei malati che la circondano, per individuare una possibile via di fuga e mettere fine, a costo di rinunciare alla propria dignità e di commettere anche un omicidio, alle sordide violenze esercitate da un gruppo di malati ai danni delle donne e dei più deboli ed indifesi. Questo sacrificio estremo, gesto d’amore di cristallina purezza, si ergerà ad allegoria della responsabilità individuale, ultimo baluardo di un mondo in cui le regole morali e della convivenza civile sembrano essere ormai tragicamente dimenticate. Un terribile incendio porrà fine alla prigionia nel manicomio-lager e, simbolicamente, riusciranno a porsi in salvo solamente coloro che nel corso della detenzione hanno conservato un comportamento onesto e solidale, mentre coloro che si sono macchiati di sopraffazioni, squallidi espedienti o semplicemente di un volgare ed ostinato egoismo ed indifferenza verso il prossimo moriranno consumati dalle fiamme. Di fronte agli occhi dei sopravvissuti si spalancherà una rivelazione agghiacciante: gli aguzzini che pensavano fossero pronti a trucidarli qualora avessero tentato la fuga in realtà non esistono più, tutti sono ormai diventati ciechi e la città è interamente avvolta da questo candore bianco latteo che offusca la vista e le coscienze, decretando l’impossibilità di un ritorno alla normalità. La vedente, con dignità ed incrollabile forza morale, assumerà sulle proprie spalle la responsabilità di guidare e sostenere gli altri superstiti nella lotta per la sopravvivenza quotidiana: a suggellare la nascita di questo inconsueto nucleo familiare ecco arrivare una pioggia eterea e purificatrice che li aiuterà a scrollarsi di dosso, in maniera quasi ossessiva come a voler estirpare la pelle solcata da dolorose cicatrici, le scorie della drammatica esperienza vissuta, per iniziare una nuova vita all’insegna di una rinnovata consapevolezza, ciechi ma paradossalmente capaci di vedere al di là delle apparenze in maniera molto più lucida che in passato.

L’adattamento teatrale del romanzo di Saramago riesce nel compito estremamente arduo di mantenersi sostanzialmente fedele al testo originale rendendo al contempo la narrazione dinamica, avvincente, con un ritmo vorticoso dal sapore cinematografico che rallenta però in corrispondenza di alcuni monologhi, particolarmente vibranti e commoventi, in cui si raggiungono le vette di più alto lirismo e si estrinseca il messaggio più profondo dello scrittore portoghese. Particolarmente toccante e significativo, indubbiamente uno dei passaggi più memorabili dello spettacolo, è il monologo della “semplice cieca” (interpretata da Diana D’Angelo) che affronta con pennellate di affascinante ed incisivo simbolismo una delle tematiche più care a Josè Saramago, quella del controverso ruolo della religione nell’esistenza dell’essere umano (il romanziere portoghese, fervido sostenitore di un ateismo spirituale, ha numerose volte polemizzato aspramente con le gerarchie cattoliche per il loro oscurantismo e per la loro asfissiante ingerenza in questioni politico-sociali di pertinenza dei singoli stati sovrani). La donna cieca racconta un sogno che ha catturato la sua psiche in una notte dal sonno tormentato ed inquieto: trovandosi all’interno di una sontuosa basilica completamente deserta, la donna si ritrova immersa in un’atmosfera inquietante che la lascia sconcertata; tutte le figure presenti negli affreschi che adornano questa chiesa hanno gli occhi coperti da una pesante bendatura bianca, così come le sculture presenti nelle navate sono accecate da fasce di tessuto candido. Anche i santi, i martiri e lo stesso Cristo crocifisso sull’altare sono ormai vittime del candore luminoso che sta sconvolgendo l’umanità, cosicchè non sarà nemmeno possibile cercare un confortante rifugio nella religione. L’uomo è solo di fronte alla disperazione della morte incombente, inutile sperare nel salvifico intervento divino né tantomeno riporre fiducia nella serenità di una vita ultraterrena. La travolgente e coraggiosa carica espressiva delle pagine di Saramago e la toccante poesia del suo apparato allegorico inducono lo spettatore ad interrogarsi sul senso più profondo dell’esistenza, gettando il fertile e prezioso seme del dubbio nell’anima di ogni singolo spettatore.

La regia di Tenerezza Fattore è sicura, elegante e precisa, sapientemente calibrata e capace di dirigere alla perfezione i numerosissimi attori in scena, con i quali evidentemente è stato compiuto un faticoso ed attento lavoro di introspezione psicologica del testo saramaghiano; il risultato è un’opera sontuosamente corale, priva di sbavature e capace senza ombra di dubbio di impressionare lo spettatore visceralmente, crudamente e passionalmente. L’incipit dello spettacolo è bruciante e travolge l’attenzione dello spettatore: con un classico espediente metateatrale scopriamo infatti sin dai primi istanti che alcuni degli attori protagonisti della pièce sono seduti tra il pubblico; i primi contagiati dall’atroce epidemia di cecità si trovano in un teatro e, man mano che vengono colpiti violentemente dal candore accecante, si alzano urlando per la disperazione. Ben presto irrompono poi in sala i militari e gli scienziati dell’esercito in tuta antinucleare che, con i mitra spiegati, prendono in consegna i malati per sottoporli alla quarantena. Dopo questi istanti iniziali assolutamente convulsi e stranianti, l’azione scenica viene convogliata sul palcoscenico dove è ricostruito, grazie ad una elaborata scenografia di stile industriale (opera di Michela Bevilacqua), l’ex manicomio che diventerà un vero e proprio lager, una trappola di morte per i contagiati che vi verranno reclusi. A completare l’atmosfera delle inquietanti luci dal pallore spettrale e le note delicate, fredde ed avvolgenti del compositore statunitense Philip Glass, fondatore della corrente musicale del minimalismo, a contrappuntare gli episodi maggiormente incisivi e spiritualmente emblematici della narrazione.

La compagnia di attori che porta in scena questo complesso dramma corale affronta con convinzione ed efficacia l’ardua prova interpretativa, riuscendo a comunicare in modo vivido e struggente le emozioni collettive vissute durante la prigionia, dal terrore alla speranza di una guarigione, dal senso di abbandono alla ricerca di un contatto umano che allevi il dolore. Tra tutti gli interpreti della compagnia (affiancati in maniera più che valida dagli allievi dell’Accademia Cassiopea) ci colpiscono in particolare Dario Biancone nel ruolo di un medico altruista e disponibile le cui certezze si sgretolano progressivamente di fronte al dramma della pandemia e alle sopraffazioni della quarantena e Vanina Marini nei panni di una giovane affascinante e seducente che scoprirà nel profondo del suo animo il coraggio di reagire alla violenza e di affrontare con dignità il futuro, nonostante la cecità e la desolazione del mondo devastato dall’orrore di una malattia che non concede scampo. L’applauso più sentito e commosso lo rivolgiamo però a Valeria De Angelis, alla quale è stato affidato il ruolo della moglie del medico, l’unica che abbia conservato la vista e, assieme a questa, anche la razionalità, una solida fermezza, la generosità necessaria per aiutare il prossimo mettendo a repentaglio la propria stessa vita e la decisione per scagliarsi contro la stoltezza di un governo ottuso ed autoritario. L’interpretazione della De Angelis conserva una pregevole tensione emotiva per l’intera durata dello spettacolo e raggiunge dei picchi davvero emozionanti quando il suo personaggio rinuncia alla propria dignità di donna pur di procurare il cibo agli altri prigionieri, allorchè scopre il tradimento di suo marito e scova la forza morale per perdonarlo vista la drammaticità delle condizioni di vita in cui versano e soprattutto nelle sequenze finali, in cui accetta il ruolo di guida dei sopravvissuti nel mondo devastato dall’epidemia.

Uno spettacolo assolutamente da non perdere, un progetto di sperimentazione teatrale ambizioso e sicuramente riuscito, un’esperienza emotiva profonda, estrema, dirompente. L’arte di Josè Saramago, una delle voci più ispirate, preziose e indipendenti del nostro tempo, esaltata ai massimi livelli dell’espressività.

 

Piccolo Eliseo Patroni Griffi – via Nazionale 183, Roma

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 18

Biglietti: intero €22,00, ridotto €16,00

Per informazioni e prenotazioni: 06/5580827 – 340/3029448

La visione dello spettacolo non è consigliata ai bambini

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Ufficio Stampa Valeria Buffoni

Sul web: www.cassiopeateatro.org/ciechi - www.teatroeliseo.it

 

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