Chiedo Scusa al Signor Gaber - Salone Margherita (Roma)

Scritto da  Martedì, 24 Marzo 2015 

Showman a tutto tondo e cantante rivelazione, Enzo Iacchetti, come se non bastassero le sue doti di Grande Comunicatore e Intrattenitore, come se non fosse sorprendente il suo talento musicale, possiede anche un'altra qualità umana, questa sì più rara: la sincerità del suo entusiasmo che trascina letteralmente il pubblico. Mercoledì 18 marzo Iacchetti ha festeggiato le 120 repliche del suo spettacolo “Chiedo scusa al Signor Gaber” mettendolo in scena al Salone Margherita di Roma. L'esigenza di un omaggio al più grande cantautore del '900 viene da Enzo Iacchetti come un irrefrenabile desiderio per suggellare la sua amicizia anche a dodici anni dalla scomparsa del maestro milanese.

 

CHIEDO SCUSA AL SIGNOR GABER
con Enzo Iacchetti
direzione musicale Marcello Franzoso
con la Witz Orchestra

 

Solitamente la cosiddetta "quarta parete" è difficile da infrangere, anche per un bravo attore. E se vi riesce, ebbene il risultato di far scendere lo "spirito" della catarsi, insomma la voglia di partecipare tutti insieme allo spettacolo, oltre a non essere scontato come effetto, necessita di un giusto dosaggio di finzione e manipolazione, una ricerca di equilibri tra il protagonista e chi si "aspetta" da lui qualcosa, lo Spettatore: un equilibrio peraltro sempre in bilico, sempre difficile da ottenere e mantenere "in tensione".

È invece impressionante la capacità di Iacchetti di instaurare subito un feeling col "suo" pubblico: appena entra fisicamente in scena siamo tutti con lui, sul palcoscenico, anche noi a cantare e a battere le mani. Si potrebbe dire, senza centrare del tutto la questione, che si tratta di naturalezza o di spontaneità dell'attore. Ma io credo che si debba più che altro parlare di "sincerità", e mi spiego. Chi recita finge, finge sempre anche quando dice il vero, al punto che la sua verità, anche se veritiera, è una verità di riflesso, di secondo grado, insomma una testimonianza di verità. Il bravo attore sa naturalmente farla passare per vera, ma quasi mai riesce nell'impresa di farla essere (e non sembrare) sincera. Certo l'attore può dire e fare cose in cui crede veramente. Tuttavia al pubblico resterà sempre il dubbio: lo dice sul serio o fa solo finta di crederci? Entrambe le cose, naturalmente: l'attore, il protagonista, crede nel suo personaggio, tuttavia lo trasmette al pubblico sotto forma di una finzione che si chiama Recita. Il punto sta proprio in questo elemento di finzione che scompare e si annulla nel modo di stare in palcoscenico di Iacchetti, il quale non recita mai, non finge mai, Egli È - come tutti i grandi interpreti che raggiungono il momento magico, l'apice della loro arte.

Si badi bene: l'entusiasmo con cui mi esprimo a proposito di questo spettacolo non è tutta farina del mio sacco, ma solo un pallido residuo dell'empatia e dell'entusiasmo trasmessi da Iacchetti che non "stava" semplicemente sul palcoscenico per fare uno spettacolo: tutt'altro, era lì per vivere la sua vera vita e portarmici dentro, dentro la sua casa "ideale" e spaziotemporale, dentro la sua testa, dentro le sue angosce esistenziali, dentro le riflessioni della comicità drammatica dell'esistenza sua, mia, di tutti insomma. E dentro anche quel "rumore di fondo" musicale che ci accompagna, come il fruscio del big bang nell'universo, un pensiero che si alterna ad una visione dell'assurdo, ad un testo di Gaber, ad un ritmo "bailado". Perché viviamo proprio così come ci descrive questo show: tra un pensiero, un'idea, un ricordo, un influsso, una melodia che ritorna. Con imperitura nostalgia.

Fare questo viaggio nel tempo, nella memoria, nell'Essere con Iacchetti è bellissimo, tanto più se ad accompagnarci nei gironi dell'esistenza che crediamo di vivere ma che in realtà abbiamo già vissuto e della quale ci rimangono solo i riflessi di memoria è Giorgio Gaber: significa sprofondarsi dentro e riscoprirsi nel profondo, dar voce a quello che anche noi diremmo a noi stessi guardandoci allo specchio, cantando quello che inconsciamente o distrattamente cantiamo sotto la doccia o decidendo di spegnere Facebook e tornare a vedere se nel nostro bar preferito di una volta, quando ci si andava per giocare a flipper o al bigliardino con qualche amico, c'è ancora qualcuno da incontrare e col quale parlare di politica, di calcio, di ragazze.

Naturalmente non voglio insinuare che Iacchetti sia un artista "ingenuo" e che dietro la sua arte non vi sia l'intuizione di una forma. L'arte quanto più è diretta, quanto più appare semplice, tanto più necessita di un ragionamento formale. Nulla nasce per caso. Ne parla per esempio Umberto Eco in uno dei suoi primi articoli sull'Espresso, più o meno mezzo secolo fa, dal titolo che si adatta perfettamente all' Enzo Iacchetti di oggi: "Corpo e concetto artista perfetto", e da qui cito: "L'arte negli ultimi due decenni (cioè dal 1950, ndr) ha celebrato la distruzione dell'opera, ha rinunciato al <fare> in favore dell'<agire>. L'oggetto, come oggetto artistico, scompare e gli subentra l'atto puro."

Ritengo che, più o meno coscientemente e razionalmente, forse Iacchetti non lo sa o non se lo immagina, ma così è, egli tende alla rappresentazione di questo Atto Puro che va al di là dell'opera stessa: infatti non canta le canzoni e le ballate di Gaber, insomma non le rifà, non le riproduce, nossignore: le trasforma - come diceva Eco nell'articolo succitato - in un "agire" nel quale l'opera viene contaminata, decomposta, riassemblata, trasformata continuamente in un altro da sé. E Iacchetti ci mette l'anima, intendendo questo concetto di "metterci l'anima" fuor di metafora, come l'aggiunta del lievito all'impasto. Un'operazione alchemica riuscitissima cui la direzione musicale e appunto le contaminazioni del maestro Marcello Franzoso eseguite dalla Witz Orchestra forniscono gli strumenti necessari.

A fine cottura - quanto barbera, quanto champagnino, quanto panettone abbiamo idealmente mangiato e bevuto, inzuppato insieme nelle due ore di show senza interruzione? - Iacchetti non presenta il conto: ha gli occhi lucidi perché, come tutte le cose della vita, anche questo spettacolo deve concludersi. Lui dice di essere felice perché è stato con noi; ed è questo "stare con" qualcuno a dargli il senso della vita - forse anzi sicuramente gli dà la vita. Perché al di là del palcoscenico, quando si spengono le luci della ribalta, la vita ci riserva non sogni - è una delle battute finali - ma "solide" e ben tristi e deprimenti "realtà".

In conclusione si accende la scritta col titolo dello show: "Chiedo scusa al Signor Gaber", ma è un eufemismo perché il signor Gaber sarebbe stato entusiasta di un "riciclaggio" delle sue ballate che qui si fondono con la performance di un grande artista che sembra - chiudo con una tentazione pirandelliana - vivere veramente solo sul palcoscenico.

 

Salone Margherita - via Due Macelli 75, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6791439
Orario spettacoli: dal 18 al 29 marzo mercoledì, giovedì, venerdì e sabato ore 21, domenica ore 17

Articolo di: Enrico Bernard
Grazie a: Ufficio stampa Carola Assumma
Sul web: www.salonemargherita.com

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