Chi ha paura muore ogni giorno - Teatro Vittoria (Roma)

Scritto da  Lunedì, 05 Novembre 2012 
Giuseppe Ayala

Un albero di magnolia, tre gruppi di sedie, uno schermo sul fondo; questi, gli elementi scenici che accolgono le parole, il fiume di parole che scorre e penetra nei cuori degli spettatori. Parole non di un attore, ma del personaggio, protagonista della storia: Giuseppe Ayala. Una storia che è vita, vita condivisa, amata ed odiata; vita vissuta e negata; vita che appartiene al tempo del passato; vita, i cui protagonisti sono anche altri due personaggi, assenti e, allo stesso tempo, indiscussi artefici della storia: Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

 

 

Produzione Gabriele Guidi presenta
CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO
di e con Giuseppe Ayala
con la partecipazione di Francesca Ceci

 

Uno spettacolo documentario, un pezzo di storia, della nostra storia; un pezzo dell’anima della nostra Nazione, di questo Stato amato e odiato, amico e nemico, eterno sconosciuto seppur sempre presente.
A vent’anni dalla tragica scomparsa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è proprio un amico, un compagno, un collega come Giuseppe Ayala a raccontare, ad occupare il palcoscenico nei panni di un attore; non un attore come gli altri, ma un attore-personaggio che racconta e si racconta, che narra e partecipa ancora una volta alla sua verità; alla verità di una vita condivisa ed interrotta, una vita di luci ed ombre, di uomini straordinari e allo stesso tempo “normali”.
Al centro del palcoscenico un uomo, un uomo che di vita ne ha vissuta ed ha desiderio ed urgenza di raccontarla, di condividerla ancora una volta. Condividerla con le parole, con la storia e con le emozioni che naturalmente ed inevitabilmente sopraggiungono. Un uomo che non è stanco di parlare e di lottare, che non cede all’emozione ma cerca di dominarla con il flusso di parole, di date, di numeri, di ricordi, di incontri.
Un uomo che si mette e nudo e mostra la storia, uno spaccato di storia al suo pubblico; una storia cha ancora brucia i nostri cuori; una storia che a volte fa comodo allontanare e far rientrare nei meandri del non ricordo; una storia di cui ancora non conosciamo tutta la verità.
Giuseppe Ayala è lì, sul palcoscenico, narratore partecipe e protagonista, assieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di un tempo che continua ancora oggi; quello che vede questi tre grandi uomini nell’avventura di conoscere per poi combattere la “mafia”. Una battaglia che non si è ancora conclusa, una partita ancora aperta tra giocatori di squadre diverse, giocatori che indossano spesso la maglia della squadra sbagliata: la partita tra la squadra dello Stato e quella della mafia. La partita tra lo Stato e le Brigate Rosse si è giocata con regole chiare e c’è stato un vincitore ed uno sconfitto, ma quella tra Stato e mafia non si può giocare, perché ancora non si riesce ad entrare in campo e a giocare con la squadra a cui veramente si appartiene.
Una storia di nomi, omicidi, attentati, piccoli e grandi eroi, amicizie, paure, consapevolezze.
Una storia che ci fa rabbrividire perché non è una storia scritta sui libri da un autore che l’ha generata grazie alla propria fantasia; no, è la nostra storia, la storia reale, vera del nostro Paese, del nostro passato e del nostro futuro.
Una storia che grazie al coraggio, alla tenacia e alla professionalità di Falcone e Borsellino è diventata meno oscura, più decifrabile. Una storia di cui si conosce il linguaggio, la struttura, il percorso labirintico e verticale. Una storia radicata nelle nostre stesse radici: la mafia nasce con l’Italia, lo Stato ne è “intessuto” al suo interno. Una storia che con il maxiprocesso, con la metodologia di indagine utilizzata da Falcone, sembrava poter prendere una chiave diversa, poter andare verso la luce, una luce che si è spenta non con la morte di Falcone e Borsellino, ma prima; si è spenta con i cambiamenti, con la messa in un angolo di coloro che hanno lottato, hanno creduto nella giustizia. La luce è stata spenta dall’interno.
Ma una luce, una volta accesa non si può spegnere mai del tutto; un ambiente una volta illuminato genera altra luce; una luce che possiamo vedere osservando la vita di due grandi uomini, ascoltando le parole di chi quella storia l’ha vissuta; non rassegnandoci e andando oltre, chiedendo ogni giorno la verità, chiedendo che venga fatta luce, che non si metta a tacere.
Uno spettacolo, un racconto fiume sulla Sicilia, su Cosa Nostra, sulla politica e la giustizia di allora e di oggi. È una storia di vittorie, di fallimenti, di speranze deluse e tanti luoghi comuni da sfatare, primo fra tutti quello che “le stragi fermarono il pool anti-mafia”
Accanto ad Ayala, in scena Francesca Ceci. Le musiche, bellissime, sono originali; musiche che arricchiscono e sottolineano la profondità del racconto. I filmati storici integrano le parole, ne sottolineano la verità.
Lo spettacolo è suddiviso in tre sezioni come tre sono i gruppi di sedie. La prima è dedicata al rapporto tra Ayala, Falcone e Borsellino, una storia di amicizia e collaborazione, di momenti difficili, drammatici e allo stesso tempo entusiasmanti; uniti da un sottile filo di ironia. Un legame di amicizia cresciuto e rinforzato dall’interminabile lavoro, fascicoli e fascicoli, interrogatori…dai viaggi e dalle serate in famiglia. La seconda parte è dedicata al maxiprocesso, prima grande reazione dello Stato a Cosa Nostra, in cui Ayala ricopriva il ruolo di pubblico ministero. Nella terza parte, Ayala affronta il legame del passato con il presente: le indagini in corso, quelle ancora aperte; i nei; l’eredità lasciata da Falcone e Borsellino.
Uno spettacolo bellissimo, un racconto unico fatto da un narratore eccezionale; elegante, lucido, umano, dalla rara capacità comunicativa, ironico. Da lui dovrebbero imparare molti di quelli che in teatro fanno satira politica. Una narrazione che gioca sui piani comunicativi, sui toni…non perché vi sia “artifizio” ma, perché la vita è composta di piani integrati, dal dramma si passa alla satira, dall’ironia al pianto.
Nel modo di raccontare di Ayala c’è la partecipazione e la semplicità di chi la storia l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi è vivo e ha il diritto-dovere di non tacere, di non far dimenticare e non far cadere nell’oblio il lavoro svolto, il coraggio di due grandi amici e professionisti come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Due uomini che hanno creduto nella giustizia, nel loro modo di far giustizia; del lavorare e di questo lavoro ne hanno fatto la propria vita. Una vita spezzata troppo presto perché come disse Buscetta a Falcone “lo Stato non è pronto a sapere”.
Un grazie va a Giuseppe Ayala per quello che ha fatto con il suo lavoro, per quello che oggi fa e per la forza impetuosa del racconto che ci ha donato, perché solo attraverso la trasmissione del messaggio si può sperare di sapere la verità.
Arriverà il giorno in cui lo Stato sarà pronto.

 

Teatro Vittoria - piazza di Santa Maria Liberatrice 10, 00153 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/ 5781960, mail
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Orario spettacoli: venerdì 2 e sabato 3 novembre ore 21, domenica 4 novembre ore 17.30

 

Articolo di: Laura Sales
Grazie a: Michele Lella, Ufficio stampa Teatro Vittoria
Sul web:
www.teatrovittoria.it

 

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