C’è un diritto dell’uomo alla codardia - Teatro i (Milano)

Scritto da  Mercoledì, 02 Dicembre 2015 

Dal 18 novembre al 14 dicembre. Quattro giovani drammaturghi e sei giovani attori guidati da Renzo Martinelli e Francesca Garolla affrontano un percorso sperimentale, a cavallo tra alta formazione e creazione, che ha l’obiettivo di indagare, attraverso una totale riscrittura, "Germania 3. Spettri sull’uomo morto", l’ultimo testo, concluso a pochi mesi dalla morte, di Heiner Mülleruno degli autori più rappresentativi della drammaturgia contemporanea.

 

C’Ѐ UN DIRITTO DELL’UOMO ALLA CODARDIA
omaggio a Heiner Müller
regia Renzo Martinelli
dramaturg Francesca Garolla
testi di Francesco Alberici, Stefano Cordella, Héléna Rumyantseva, Giulia Tollis
con Liliana Benini, Cristina Cappelli, Daniele Crasti, Marco De Francesca, Giulia Mancini, Mauro Sole
produzione Teatro i - TO PLAY
con il contributo di Regione Lombardia / NEXT
si ringrazia Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi

 

Renzo Martinelli e Francesca Garolla hanno l'abitudine, spesso e volentieri, di “flirtare” nei loro spettacoli col tema della morte. Badate bene però che questo non fa di loro dei necrofili. Esattamente il contrario: vivificando la morte sul palcoscenico piuttosto la esorcizzano; scacciano via la più atavica delle paure umane guardandola dritta in faccia, e invitando lo spettabile pubblico a seguire il loro esempio. Esercizio terapeutico? Può darsi, ma anzitutto artistico. Non è questione di psicologia - che è preferibile lasciare ad ambiti altrettanto meritevoli di attenzione ma non teatrali - quanto piuttosto di interiorizzare il concetto fondamentale che l'arte è grande e la vita è corta, e perciò val la pena senz'altro di investire la gran parte delle proprie energie vitali sull'arte.

La pensava più o meno così anche Heiner Müller. Più o meno nel senso che il fascino di questo autore tedesco ormai classico consiste proprio nell'inafferrabilità del suo pensiero, e dunque nel privilegio di godere del suo talento drammaturgico senza porsi il problema di giungere a risposte definitive su quel che realmente volesse dire. Un signore che passa la vita a stigmatizzare la chiusura mentale della Germania Est per poi provare, una volta giunti all'unificazione delle due Germanie, una sorta di nostalgia per quei metodi repressivi come lo possiamo catalogare? Come un uomo afflitto dalla “Sindrome di Stoccolma”? Può anche essere, ma prima di ogni altra cosa va inquadrato come poeta inquieto, cantore delle non certezze laddove in tanti, in troppi, tendono a dispensare certezze fasulle a mo' di coperta di Linus.

Dunque tornare a Müller, questo il proposito di Martinelli e Garolla. E tornarci indipendentemente dal fatto che siano trascorsi vent'anni dalla sua dipartita, perché la dittatura degli anniversari tutto sommata è odiosa quasi quanto la dittatura comunista. E poiché l'inquietudine per fortuna è patrimonio non solo di Müller ma anche del Teatro i, gli animatori di questa piccola ma combattiva realtà teatrale milanese hanno deciso di sperimentare di nuovo, di rimettersi un'altra volta in gioco, come ragazzini presi dall'entusiasmo delle prime armi. C'è un diritto dell'uomo alla codardia è nato proprio con la voglia di giocare, di giocare facendo sul serio. Hanno coinvolto quattro giovani drammaturghi e sei giovani attori e il risultato, in scena fino al 14 dicembre, ci è parso più che notevole.

Tutti insieme appassionatamente - perché la passione è il primo motore mobile della creatività - hanno messo in piedi un bel gioiellino, godibilissimo sia da chi per mestiere approfondisce Müller e sia da chi, con più leggerezza di spirito, vuole semplicemente lasciarsi cullare dai significanti, senza star lì ad approfondire i significati. Chi scrive una recensione ha pur il dovere di individuare qualche significato, nel groviglio generale di immagini e parole che si susseguono in un'ora e trenta di spettacolo, ma lo spettatore per sua fortuna non ha di questi obblighi. E dunque davvero, qualora quest'ultimo decidesse di recarsi al Teatro i da qui al 14 dicembre, si lasci soltanto ipnotizzare dalle suggestioni che gli sfileranno davanti agli occhi, senza star lì a scervellarsi sul perché e sul per come di certe azioni e reazioni degli attori sul palco.

Anzitutto il titolo, C'è un diritto dell'uomo alla codardia. Motivato dal fatto che Müller rivendicava, apertamente, il diritto di non attaccare a muso duro la dittatura della Germania Est, preferendo conviverci con atteggiamento vagamente acido e malmostoso. La vedeva un po' forse come una mamma tirannica: generalmente un figlio sopporta le sevizie di una genitrice troppo severa senza poi arrivare all'estremo di ucciderla.

La pièce diretta da Martinelli trae spunto da Germania 3, ovvero l'ultimo capolavoro, inafferrabile e anche abbastanza ineffabile, del drammaturgo tedesco. Riproporre pedissequamente il copione di Müller non sarebbe servito a nulla, e difatti Martinelli e Garolla, insieme ai quattro drammaturghi e sei attori di cui sopra, si sono solo ispirati alle atmosfere di quel testo. Laddove Müller, con linguaggio volutamente contorto e criptico, proponeva un affresco allegorico della Germania del '900, i nostri hanno acchiappato quelle suggestioni dell'opera accostabili all'Italia del 2015. Quindi è rimasta, nello spettacolo che abbiamo visto, la riflessione critica sulla violenza del potere e l'analisi lucida sul moloch della Storia con la S maiuscola che tutti domina e tutti sommerge, si tratti di capi di Stato o persone comuni. E poi ancora la beckettiana convinzione che viviamo in balia del non senso, il racconto dell'Io confuso e frammentato, che non sa più chi è e non ha capito se nel mondo gli è dato di vestire i panni dell'attore volitivo o dello spettatore passivo, l'incomunicabilità generalizzata. In più i ragazzi, guidati dalla sapiente mano della Garolla, hanno introdotto un'attenzione particolare al tema del narcisismo contemporaneo, che ovviamente Müller aveva già intravisto perché era un genio, ma non poteva conoscere il fenomeno a fondo perché ai tempi suoi il narcisismo non aveva ancora raggiunto i livelli esiziali di oggi.

È uno spettacolo che può lasciare perplesso solo chi non possiede gli strumenti critici per lasciarsi piacevolmente spaesare dallo spaesamento. Costruire un nesso tra la sequenza iniziale dei “frivoli vampiri” (conio di Franco Quadri), che si aggirano ridenti a un funerale col sottofondo amaro di Kurt Weill, e il finale coi protagonisti che registrano la propria voce su uno smartphone con la speranza che almeno la voce registrata superi le barriere della mortalità, è un esercizio che richiede intelligenza da parte dei fruitori. E l'intelligenza, notoriamente, è una dote di cui non tutti possono fregiarsi.

C'è chi ha sottolineato una presunta grave carenza degli interpreti in scena. Ora, a prescindere dal fatto che sui gusti non si discute, ed è una verità sempre valida tramandata dai Padri latini, viene comunque da domandare a queste persone per quale motivo si siano espresse in termini così negativi. Fuor di dubbio che nessuno tra i sei possieda ancora i mezzi espressivi di Federica Fracassi - anima del Teatro i, nonché una delle migliori attrici italiane in circolazione - ma questo significa forse che stiamo parlando di attori scarsi? Un po' di obiettività, per cortesia. Non solo questi ragazzi ce la stanno mettendo tutta, ma in più si osserva in loro una oggettiva, non opinabile, capacità ricettiva nell'assorbire i preziosi suggerimenti provenienti dal regista. Nessuno di loro magari svetta come fuoriclasse assoluto ma è un vantaggio, perché in questo modo emerge una palpabile coesione del gruppo. È stato chiesto a ciascuno di loro di dare corpo al disordine mulleriano, e loro questo hanno fatto, con risultati ragguardevoli. Quel disordine di cui parlava Enrico Regazzoni quando andò a trovare il drammaturgo a casa sua a Berlino, e si accorse che in quel caos domestico “c'era più allegria che vertigine”.

I quattro drammaturghi, da par loro, hanno seguito il consiglio di Franco Quadri, che a suo tempo suggerì di accostarsi a Germania 3 con “una distanziazione dal cuore e dai fatti e dall'influenza di chi li riesuma”. Non è da escludere che qualcuno tra i quattro nel privato sia incuriosito dalla storia della Germania, ma in una pièce in scena a Milano hanno ritenuto più saggio sfrondare i contenuti germanici dell'originale.

E di Martinelli cos'altro dire se non quel che già si sa, ovvero che da una quindicina d'anni abbondante è una delle voci più necessarie del panorama registico italiano? Nello specifico il suo C'è un diritto dell'uomo alla codardia non sfigurerebbe forse di fronte al Germania 3 del suo omonimo francese Jean-Louis Martinelli, che alla fine degli anni '90 conquistò pubblico e critica alle Colline di Parigi del Théatre National de Strasbourg.

C'è un diritto dell'uomo alla codardia è un atto di generosità del Teatro i, che ha deciso di far interagire un gruppo di giovani così come fece Müller, sul finire degli anni '80, da insegnante alla Paolo Grassi. Il drammaturgo mise in guardia i discenti sottolineando, fin da subito, che “il teatro perfetto è quello morto”. Erano allievi svegli quindi senz'altro, dopo un più che giustificabile rituale apotropaico di sfregamento dei testicoli (e di parti anatomiche consimili per le allieve), avevano capito perfettamente quel che intendeva il Maestro quando parlava di teatro morto.

 

Teatro i - via Gaudenzio Ferrari 11, Milano
Per informazioni e prenotazioni: tel. 02/8323156 – 366/3700770 –Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: lunedì /giovedì / venerdì ore 21 - mercoledì / sabato ore 19.30 - domenica ore 17
Biglietti: intero 18 euro / convenzionati 12 euro / under 26 11,50 euro / over 60 9 euro / giovedì vieni a teatro in bicicletta 7 euro
Durata: 70' (senza intervallo)

Articolo di: Francesco Mattana
Grazie a: Ippolita Aprile, Ufficio stampa Teatro i
Sul web: www.teatroi.org

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