Caravaggio - Teatro Vittoria (Roma)

Scritto da  Giovedì, 25 Febbraio 2016 

Per soli tre giorni, dal 15 al 17 febbraio, il Teatro Vittoria ha ospitato il genio di Caravaggio atterrato su un palco attraverso l’oratoria di Vittorio Sgarbi. Una produzione della Promomusic in collaborazione con La Versiliana Festival che, con la regia di Angelo Generali, riporta il pittore a Roma nella veste anomala di soggetto teatrale. Con l’accompagnamento delle immagini del visual artist Tommaso Arosio e del violino d’autore di Valentino Corvino, Sgarbi porta in scena una monografia avvincente e ricchissima di spunti di riflessione su un pittore molto più vicino al ‘900 di quanto si creda.

 

Teatro Vittoria/Attori & tecnici presenta
CARAVAGGIO
di e con Vittorio Sgarbi
musiche originali dal vivo di Valentino Corvino
regia e luci di Angelo Generali
visual artist Tommaso Arosio
produzione Promo Music

 

Il coraggio di dire la verità è ciò che Moravia esalta di Pasolini, durante l’orazione funebre per la sua morte. Il coraggio di dire la verità è lo stesso che ritroviamo, attraverso la voce di Vittorio Sgarbi, anche in Caravaggio.

L’universalità e la contemporaneità di un artista non sta nell’essere apprezzato dalla totalità del mondo e del tempo, ma nell’appartenenza ad un tempo che lo capisce, che lo fa proprio. Per questo la pittura di Caravaggio, improntata alla realtà, ai valori del popolo, alla verità, è molto più novecentesca di tanti contemporanei. Ancor più diventa nostro contemporaneo quando ci viene affiancato alla figura di Pasolini. Caravaggio è un pittore criminale, ha una doppia vita come Pasolini, è dissoluto e si muove al di fuori delle regole del vivere comune. Come Pasolini, è costretto a pagare pegno per aver raccontato la realtà, per essere stato audace e mai sottomesso. È Longhi, docente di Pasolini, che nel 1951 dà al mondo l’opera di Caravaggio; lo fa nascere a tutti gli effetti, da artista quasi sconosciuto a genio incontrastato.

I senza nome che Caravaggio sceglie come soggetti delle sue opere sono gli stessi Ragazzi di Vita pasoliniani. Il Fanciullo con il canestro di frutta ha una somiglianza impressionante con Ninetto Davoli, il Bacchino malato ha le fattezze di Franco Citti ed è al tempo stesso espressione drammatica di un male contemporaneo a Pasolini, l’Aids. L’amore vincitore, disinibito giovinetto che offre il suo corpo e il suo sorriso allo spettatore, ha la stessa espressione folle e inconsapevole di Pino Pelosi fotografato durante l’arresto.

Il perbenismo, la grazia statica e irreale, la freddezza di una posa vengono dimenticate grazie a opere come il Ragazzo morso da un ramarro, con la quale nasce a tutti gli effetti il concetto di fotografia come fermo immagine della vita colta nella sua scompostezza. Il vietcong ritratto da Eddie Adams nel 1968, pulsante di vita congelata in un fotogramma, arriverà più di 370 anni dopo. La caduta di Saulo da cavallo è un altro esempio clamoroso di fermo immagine: il cavallo è protagonista e centro dell’opera, nonostante questa sia stata commissionata per un luogo sacro. La precarietà della vita e la potenza della natura vincono addirittura sul più famoso fermo immagine mortuario, quello del miliziano caduto di Robert Capa.

Il primo dipinto religioso, custodito alla Galleria Pamphilj, è il Riposo durante la fuga in Egitto. Lontanissimo dalle fughe tradizionali, vede l’angelo in primo piano e di spalle, la madonna sul fondo, addormentata, e i piedi imbarazzati di Giuseppe che ne tradiscono i sentimenti contrastanti. Fuori dagli schemi sarà anche la Maddalena pentita, in realtà una prostituta alla quale ruba un momento di sonno e alla quale attaccherà, in seguito, una lacrima posticcia di pentimento. La stessa Morte della Vergine avrà come soggetto una prostituta morta per annegamento, motivo per cui l’opera verrà rifiutata dalla Chiesa.

La Vocazione di San Matteo abbraccia al suo interno dei menefreghisti che, ignari della presenza di Cristo nella taverna, continuano a contare i propri soldi. Nella Cena di Emmaus ritroviamo il cesto di frutta già utilizzato da Caravaggio come simbolo di vita e morte. Il pittore sceglie questo momento per la sua verosimiglianza: la resurrezione, in effetti, non ha avuto testimoni. Tre anni dopo (caso particolarissimo nella storia dell’arte) rielabora lo stesso soggetto facendone il primo dipinto “psicologico”. È in fuga dopo aver commesso un omicidio, e manifesta tutto il suo pentimento nelle tinte, nelle espressioni e nella tavola scarna di questa cena. La donna sofferente, ma non ignara della vita, tornerà spesso in altri quadri.

Il seppellimento di Santa Lucia è il più crudo e duro, ambientato vicino all’orecchio di Dioniso, fa prevalere lo spazio vuoto su tutto: malattia, male e morte vincono sulla vita. Ancor più doloroso è forse quel Davide con la testa di Golia malinconico, sofferente per il senso di colpa, che sembra voler dire che no, non si può uccidere. Il viso di Golia è il viso di Caravaggio, quello del male, del peccato.

“L’unica via è il perdono” è l’ultima battuta di questo oratore d’arte surreale che è Vittorio Sgarbi, un cicerone piacevolissimo che accompagna lo spettatore in un itinerario poco scolastico, mai pedante. La sua ben nota vis polemica lascia spazio all’arroganza “giusta” di chi conosce ciò di cui sta parlando, quasi come stesse parlando di se stesso. La lingua affilata, anzi, serve lo scopo più alto di un’ironia tagliente che ha dei tempi comici sorprendenti. Dall’assurda somiglianza dell’oste di Emmaus con Papa Wojtyla alla crocifissione del concetto stesso di matrimonio come tomba dell’amore che tutti, indipendentemente dalle scelte sessuali, dovrebbero rifiutare, Sgarbi è un comico raffinatissimo che fa ridere con cattiveria liberatoria, senza mai abbandonare la realtà.

La magia delle musiche composte ed eseguite da Valentino Corvino, ispiratosi a quegli strumenti e a quegli spartiti intonsi che abbiamo visto spesso nelle opere di Caravaggio, lega la storia dell’arte a moti profondi dell’anima che, inaspettatamente, si avvicina passo dopo passo a quella caravaggesca. Mai artista sembrò più vicino pur essendo, in quel momento, solo una proiezione su un pannello. Vittorio Sgarbi mostra una capacità davvero straordinaria nel catalizzare mente e cuore del suo pubblico verso un gesto, una luce, un colore, che dopo 400 anni è ancora e sempre più vita vera.

 

Teatro Vittoria - piazza di Santa Maria Liberatrice 10, 00153 Roma (Testaccio)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/5740170 - 06/5740598, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: lunedì (ore 16-19), dal martedì al sabato (ore 11- 20), domenica (ore 11-13.30 e 16-18)
Orario spettacoli: dal 15 al 17 febbraio ore 21
Biglietti: intero 25 euro, ridotto 18 euro, ridotto tessera 21 euro (prevendita 3 euro)

Articolo di: Lou Andrea Dell'Utri Vizzini
Grazie a: Alice Fadda, Ufficio stampa Artinconnessione
Sul web: www.teatrovittoria.it

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