Candide - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Sabato, 12 Marzo 2016 

Dal 27 febbraio al 13 marzo al Teatro Argentina debutta in prima nazionale "Candide" di Mark Ravenhill, ispirato all’opera di Voltaire, per la regia di Fabrizio Arcuri, con Filippo Nigro, Lucia Mascino, Francesca Mazza, Francesco Villano, e Matteo Angius, Federica Zacchia, Francesca Zerilli, Domenico Florio, Lorenzo Frediani, Giuseppe Scoditti, con la partecipazione straordinaria di Luciano Virgilio e le musiche composte, arrangiate ed eseguite dal vivo dalla cantante e violinista H.e.r., una produzione Teatro di Roma.

 

CANDIDE
di Mark Ravenhill
ispirato a Voltaire
regia Fabrizio Arcuri
traduzione Pieraldo Girotto
con Filippo Nigro, Lucia Mascino, Francesca Mazza, Francesco Villano
e Matteo Angius, Federica Zacchia, Francesca Zerilli, Domenico Florio, Lorenzo Frediani, Giuseppe Scoditti
e la partecipazione straordinaria di Luciano Virgilio
musiche composte, arrangiate ed eseguite da H. e. r.
scene Andrea Simonetti
costumi Fabrizio Arcuri
produzione Teatro di Roma
in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina

 

Il "Candide" di Mark Ravenhill è il Candido di Voltaire, un Candide visto, sviscerato e ribaltato nella tomba da un drammaturgo contemporaneo, leader della generazione dei “nuovi arrabbiati”. 254 anni dopo Voltaire, l’ottimismo viene di nuovo portato in tribunale per farne un feticcio, una farsa, un’analisi attualizzata amarissima. Fabrizio Arcuri, fondatore dell’Accademia degli Artefatti, reduce dal politicissimo "Sweet Home Europa", torna ad occuparsi dell’uomo contemporaneo e della sua eredità culturale e intellettuale con un testo complesso e stratificato.

Strutturato in cinque atti, o meglio in cinque scene, il "Candide" di Ravenhill parte da un’ambientazione settecentesca per passare poi alla contemporaneità, tornare indietro e andare ancora avanti verso un futuro distopico. Il Candide del ‘700 è un uomo depresso costretto ad assistere alla rappresentazione della sua vita messa in scena da un gruppo di inconsistenti attorini per volere della contessa (innamorata) che lo ospita. “Tutto questo tuo pensare porta alla tristezza”, gli dicono. È depresso perché ottimista. Ravenhill, e Voltaire, rimproverano all’ottimismo l’atteggiamento “intransigente verso la negatività”, la convinzione che tutto possa inevitabilmente andare per il meglio. La rappresentazione del falso sé convince Candide della necessità di ritrovare la sua Cunegonde.

Cambio scena. Dentro allo scheletro di un elegantissimo albergo moderno si festeggiano i 18 anni dell’arrabbiata Sophie. Circondata da una famiglia atipica da telefilm americano, la ragazza coglie l’occasione per fare strage, armata di pistola, di una generazione di adulti irresponsabili verso il pianeta e verso i loro figli. Solo la madre, Sarah, riuscirà a salvarsi dal delirio omicida. E sarà lei a traghettarci alla terza scena, centro drammaturgico e riflessivo sulle modalità di rappresentazione del reale.

Due immense finestre ci fanno spiare dentro l’ufficio di un produttore cinematografico intenzionato a portare sul grande schermo la storia della madre redenta. Ma come? Come possiamo raccontare il dramma e accettarlo senza buonismi e parabole? Piacevolissima l’interpretazione, in questa scena, di Filippo Nigro nei panni di uno sceneggiatore strafatto e filosofeggiante, come nelle migliori commedie inglesi. Ancor più straordinaria la bravura di Lucia Mascino nel ruolo di una “terapeuta narrativa” comicissima che non diventa mai macchietta, ma che anzi usa un’ironia intelligente per dipingere un nevrotico topos contemporaneo. Per Sarah l’unico momento in cui si è sentita viva è fatto di se stessa, di Sophie e della pistola, il resto è finzione. Facendo leva su Voltaire, fa del male una realtà di fronte alla quale non si può e non si deve distogliere lo sguardo.

Nella quarta scena veniamo catapultati ad Eldorado, dove Candide è alla ricerca della sua Cunegonde. Una città precapitalista, o forse senza tempo, in cui la popolazione omologata vive in una sorta di ipersocialismo felice, senza regole, senza re. I buffissimi uomini in maglia rossa di Eldorado non conoscono il valore dell’oro, non conoscono la filosofia, non riconoscono la sofferenza. E sono talmente surreali da lasciar partire Candide su una pecora sollevata in aria da palloncini colorati.

In un futuro indefinito si svolge l’ultimo atto, dove il maestro Pangloss, primo e vero sostenitore dell’ottimismo universale, è diventato una qualche sorta di scienziato pazzo ossessionato dall’idea di isolare il gene dell’ottimismo per migliorare la specie. “Noi ci chiediamo solo una cosa: di essere felici è il nostro unico dovere. In ogni cosa c’è una possibile perfettibilità...” Il trucco sta nell’attivare scientificamente questa possibilità e nel renderla l’unica alternativa possibile. Il pensiero critico non è concesso. In questo futuro surreale si incontrano Sarah, un Pangloss più giovane che mai e un Candide ancora settecentesco, ibernato e ancora preoccupato delle sorti della sua filosofia. L’ottimismo impedisce di ammettere che non possa essere sopravvissuto. E il colpo grosso di Pangloss sta nel tirar fuori (da una botola, ovviamente) una Cunegonde quattrocentenaria avvolta in una bandiera d’Europa.

Chiede ancora un bacio al suo Candide, quel bacio che avrebbe voluto nel 1759 e il desiderio del quale le ha permesso di attraversare secoli di guerre, carestie, morti, malattie, disastri. L’ottimismo l’ha fatta resistere, implacabile e cieca alla realtà. Un’Europa ottimista, quindi, vecchia e accecata da un desiderio assurdo ed egoistico che suscita quasi tenerezza. Una specie di pietà per questo abito d’epoca che non ha mai vissuto il suo tempo, non si è guardato allo specchio, non si è messo in discussione, troppo preso da un desiderio irreale, anacronistico e infantile. L’ottimismo è stato crudele con Cunegonde, che si ritrova tra le mani solo un monologo meravigliosamente scritto, purtroppo affidato alla giovane Federica Zacchia, ancora troppo acerba per rapportarsi a un testo così complicato e ad un gruppo di attori così artisticamente “maturo”.

Oltre alla Mascino e a Nigro, sempre affascinante è la presenza di Francesca Mazza, attrice di classe ed eleganza rara sui palcoscenici attuali, raro caso in cui il caratteristico “d’altri tempi” è solo un bel complimento. Nota di grande merito va fatta alla musicista e cantante H.E.R., che per tutto lo svolgimento del dramma accompagna l’orecchio dello spettatore con dolcezza, violenza, capacità emotiva pazzesca, attraverso pezzi originali ma anche brani notissimi rivisitati dalla sua splendida voce. Una nota “sentimentale” che segna gli unici momenti di empatia più viscerale del pubblico con lo spettacolo.

Le scene ideate da Andrea Simonetti per Arcuri sono tanto belle, quanto piene, dettagliate, pulitissime e di straordinario effetto per un teatro “classico” come l’Argentina. Ma si ha l’impressione che questa messa in scena, come anche un po’ era stato per "Sweet Home Europa", soffra la sindrome Ronconiana della perfezione scenica che sposta (o cerca di spostare l’attenzione) più sulla forma che su un contenuto a volte freddo. Ricordiamoci però che la "Pornografia" di Ronconi, ad esempio, era pur sempre una grande opera d’anima, cosa che "Candide" purtroppo non riesce ad essere. Sarà per il pamphlet filosofico, sarà per la drammaturgia che procede a salti, o per il tema stesso, spinoso e cerebralmente macchinoso, ma la messa in scena di Arcuri non riesce pienamente ad intaccare cuore, spirito e mente dello spettatore.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria: telefono 06/684000311 (ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: martedì e venerdì ore 21, mercoledì e sabato ore 19, giovedì e domenica ore 17, lunedì riposo
Biglietti: poltrona 30 € (ridotto 28 €); palchi platea, I e II ordine 25 € (ridotto 23 €); palchi III, IV e V ordine 20 € (ridotto 18 €); loggione 12 €; operatore 7 €
Durata: 1 ora e 30 minuti

Articolo di: Lou Andrea Dell'Utri Vizzini
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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