Call of duty, fake version - Teatro Libero (Milano)

Scritto da  Lunedì, 17 Aprile 2017 

Il palco scuro del Teatro Libero, piccolo ma sempre denso di passione, mette in evidenza una frase di Sigmund Freud: “Nell'impossibilità di poterci vedere chiaro, almeno vediamo chiaramente l'oscurità”. Prendendo le mosse dall’omonimo videogioco che ha incollato milioni di ragazzi, armati del classico joystick, a scene di sanguinosi combattimenti, “Call of Duty” si trasforma poco per volta, grazie a scansioni temporali delineate dai quattro bravissimi protagonisti, in un autentico, reale esperimento di guerra e follia.

 

CALL OF DUTY - FAKE VERSION
Chiedersi cosa sia la realtà fra terrorismo e videogame
di Tatiana Olear
regia di Manuel Renga
con Valerio Ameli, Sara Dho, Francesco Meola e Silvia Rubino
scene e costumi Aurelio Colombo
Progetto finalista al Premio Lidia Petroni 2016 (Brescia)
Progetto presentato nella rassegna INNESTI Outis Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea al Teatro Menotti (2016)
Testo finalista al Premio Oltreparola 2015 (Milano)
Testo finalista al premio letterario Lago Gerundo (2016)
Produzione TLLT e CHRONOS3
prima nazionale

 

Il pubblico è preso per mano e portato fisicamente nel mondo irreale di chi si trova a farsi affascinare dai messaggi trasmessi da videogiochi e video online in cui ai ragazzi scombinati di tante periferie sembra possibile vivere vite da eroi, mentre a molte ragazze viene regalata l'illusione di sposare un ricco principe orientale, che si rivelerà invece un maschio vecchio, bigotto con le donne di casa e squallidamente lussurioso.

Il fondale è un telo molto grande su cui scorrono immagini di guerre e distruzione, quelle che vediamo nei telegiornali, ma poi c'è altro, tanto altro. Vediamo una serie di momenti diversi di vita in luoghi e tempi differenti, la cui comprensione è favorita da scritte che emergono sullo schermo alle spalle e poi scompaiono. C'è una coppia di giovani che si agitano, lei grida 'Mamma!', lui grida 'Mamma', mentre in un televisore si vede George Bush che minaccia Saddam Hussein o ci sarà l'invasione... C’è chi sogna sfere… Due donne si conoscono, sono entrambe mogli di uomini importanti e si intendono, entrambe portano il velo e abitano vicine. Una è italiana e non ne può più di indossare il burka nero col viso coperto, l'altra è australiana, chiacchierano, sembrano intendersi perché anche la seconda è figlia di emigranti italiani.

Altro flash. Siamo nel giugno del 2015 in Ucraina e c'è una battaglia in corso: un italiano e un armeno si fronteggiano e sembrano poter diventare amici oppure dovranno combattersi perché stanno su due diversi fronti. Si sente il canto di una donna e il loro umore di colpo cambia: sembra una Madonna che si mette tra i due ragazzi in divisa da guerra e con armi pesanti in mano. Ora è il 2006 e c'è ancora il tipo che sogna. Lui beve, ha paura di aver sbagliato. E' il 2008 e c'è Putin in tv. Il ragazzo ormai alcolista rifiuta l'aiuto dell'amico e tenta di strangolarlo, ma gli sfugge perché è troppo ubriaco. La terra dei puri esiste davvero? E tu, non vuoi tornare indietro? Ci sono troppi slogan assassini, rivediamo i due che bisticciano, o forse giocano...

“Call of Duty” è gioco o realtà, è vero o falso? Ma cos'è la realtà? In televisione niente è come sembra... “American first!”. Ora tornano le due donne musulmane convertite che guardano la tv: si capisce che l'italiana si era illusa di andare a sposarsi con un ricco principe, non immaginando che sarebbe stata di fatto relegata a una vita di solitudine e tristezza; l'altra invece ne è ancora convinta e sospetta che la ragazza possa tradire l'Islam. Fra le due cresceranno delle tensioni spaventose.

C'è ancora Nico di Frosinone con il giovane armeno, parlano di viaggi, di luoghi dove hanno cominciato a pensare di poter partecipare a conflitti che in realtà non interessano loro per davvero e ora, vista la situazione, hanno solo paura di doverci restare. Disperazione, musica bellissima, voci e personaggi disegnati così bene grazie all'interpretazione emozionante di Valerio Ameli, Sara Dho, Francesco Meola e Silvia Rubino, attraverso la direzione precisa e fantasiosa di Manuel Renga.

Viene spiegato quasi in modo didascalico come tanti giovani e tante ragazze siano fuggiti di casa negli scorsi anni inseguendo il falso sogno di poter entrare in un nuovo regno di bellezza, giustizia per tutti e agio, senza rendersi conto di restare schiavizzati da un'enorme associazione a delinquere di stampo terroristico che ha cambiato il pensiero dell'uomo occidentale in questa transizione fra secondo e terzo millennio.

Molto belli i costumi e le scene di Aurelio Colombo in questo spettacolo che racconta la fragilità di una gioventù non bruciata dall'alcool come quella di James Dean né travolta dalle droghe dell'era psichedelica, ma coinvolta ingenuamente in conflitti a lei del tutto estranei, carne da macello per l'uso di cinture da kamikaze e di armi in battaglie di cui non comprendono realmente alcunché; in particolare, per quanto concerne l'armeno, il ricordo di quanto raccontato dai suoi nonni sull'Olocausto del suo popolo lo porta a nutrire rancore ma non si sa bene verso chi o cosa, così come in realtà non si comprende cosa stiano davvero facendo questi ragazzi allo sbaraglio in così tante diverse scene di guerra. A ognuno resta solo il sogno di una casa lontana, forse di una famiglia, di persone care da ricordare per rendere meno duro il presente, sempre attaccati al cellulare anche per vedere le notizie e credersi così vicini al resto del mondo.

Personaggi dall'identità inconsistente che, quando sembrano molto convinti delle proprie azioni, fanno ancora più tenerezza come bambini sperduti nel bosco buio pieno di lupi. Ecco cosa accade quando nessuno combatte contro le campagne mediatiche per il reclutamento di massa internazionale voluto e finanziato per manipolare il più possibile un Occidente troppo intorpidito da decenni di benessere, incapace di reagire alle nuove povertà a cui risponde con isteria e ridicole reazioni di avvicinamento a discorsi di violenza e distruzione.

“Call of Duty” costituisce un ottimo esempio di spettacolo attento all’attualità, nel tentativo di fornire risposte ai tanti che si domandano inutilmente: 'Cosa è accaduto a tanti giovani nati e vissuti qui con noi?'. Ecco le risposte, prima fra tutte la lontananza degli adulti dall’universo dei giovani, poi la loro egoistica indifferenza e infine solo stupore e indignazione. Poveri noi.

 

Teatro Libero - via Savona 10, 20144 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8323126, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal lunedì al sabato ore 21, domenica ore 16
Biglietti: intero 16 €, ridotto 12 €

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Simona Griggio, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP