Call Me God - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Sara Benvenuto Mercoledì, 07 Novembre 2012 
Call Me God

Prima mondiale per lo spettacolo corale di Gian Maria Cervo, Marius Von Mayenburg, Albert Ostermaier e Rafael Spregelburd. Un’esperienza collettiva nata dalla riflessione individuale di ciascun drammaturgo sul tema dei Beltway sniper attacks, rimontata poi dal noto regista Marius Von Mayenburg senza livellare le differenze stilistiche bensì lasciandole esistere nel flusso continuo. Un progetto che tenta di creare una coesione internazionale facendo il  punto su una drammaturgia europea contemporanea che s’interroga sui grandi temi sociali: la libertà e la sua soppressione, la società civile contaminata da una violenza che ha ormai superato ogni limite.

 

Teatro di Roma e RomaEuropa Festival presentano in prima mondiale
Gian Maria Cervo, Marius Von Mayenburg, Albert Ostermaier, Rafael Spregelburd
CALL ME GOD
regia Marius von Mayenburg
con Katrin Röver, Genija Rykova, Thomas Gräßle, Lukas Turtur
scene e costumi Nina Wetzel
musica Malte Beckenbach
drammaturgia Laura Olivi
video Sebastien Dupouey
coprodotto da Residenztheater, Teatro di Roma, Romaeuropa Festival, Festival Quartieri dell’arte
con il sostegno di Goethe-Institut

 

Tutto ebbe inizio nell’ottobre del 2002 quando Washington DC visse tre settimane di terrore che passarono alla storia come gli “attentati dei cecchini metropolitani”. Quello che sembrava essere l’omicidio scellerato di un pazzo lunatico si dimostrò essere un massiccio piano che distrusse la vita di dieci innocenti. Uno schema architettato da John Allen Muhammad e dal suo complice Lee Boyd Malvo, allora solo un teenager. Dalle indagini emerse che John Allen Muhammad era un veterano della prima guerra del golfo, un soldato nero cui venne tolta la patria potestà in seguito a un divorzio problematico. L’obiettivo dell’assassino era uccidere l’ex moglie per riprendere con sé i figli, seminare il caos per non dare nell’occhio, far disperdere le tracce di un singolo omicidio mascherandolo nella massa informe, questo era il piano. Le vittime erano persone comuni colte in momenti di routine quotidiana: un uomo che fa benzina, una donna al supermercato, una bambina che va a scuola. Per il cecchino non faceva differenza. Indistintamente vittime, come lui. Solo in seguito il suo complice ammise che il progetto a lungo temine di Muhammad era di estorcere del denaro alle autorità con cui dare vita in Canada a una “legione” di 140 giovani, reclutati tra i senza fissa dimora, da addestrare per seminare terrore e panico nelle città Usa.
Dal fatto di cronaca che scandalizzò l’America alla finzione scenica. Il salto è impercettibile. La finzione diventa mezzo per evadere dal semplice reportage. La ricostruzione dei fatti avviene dal punto di vista della società, interpretata qui con gli occhi degli organi d’informazione mediatica, sciacalli affamati in cerca di scoop. Vediamo ricostruito un salone televisivo, due poltrone bianche dove si alternano i superstiti, i familiari delle vittime o gli opinionisti che s’improvvisano presunti criminologi. Il canale televisivo dal dissacrante titolato “Call me god”, come la firma del serial killer, riporta in diretta il succedersi degli eventi. In scena anche i dispositivi video: una telecamera che riprende gli attori e proietta le immagini simultaneamente sul grande schermo alle loro spalle, come a voler rilevare il predominio della visione e della diretta su tutto il resto. Vediamo scorrere l’America sullo sfondo, le vetrate fungono da green screen sul quale sono riprodotte le immagini velocizzate della metropoli in divenire, gli spazi e i luoghi dove ha agito il cecchino. La follia di un uomo specchio di una società dove il crimine è se non altro abbordabile, forse perché fa impennare vertiginosamente l’indice di ascolto. E allora si ironizza sulle possibilità che un crimine può produrre in una società dove la violenza criminale è spettacolarizzata. Must dello spettacolo è il ricorrente motto “ho scritto un libro su questo, se non avesse sparato alla mia nipotina di quattordici anni non avrei scritto un libro”.
Parodiata la prima potenza mondiale, la grande Nazione sotto i riflettori, e stavolta non per le imminenti presidenziali: la patria dello show business si trova a fare i conti con forme di terrorismo civile cui non può cedere, non deve sottostare, come sostiene il capo della polizia “Non possiamo avere paura, noi siamo l’America.” Non si tratta della semplice ricostruzione dei fatti che per trenta giorni congelarono Washington Dc a causa della follia di un cecchino metropolitano, bensì della cinica e dissacrante analisi di una società che vive appieno lo squilibrio dell’era contemporanea, dominata da un iperrealismo che ci ha condotto alla perdita della storia, intesa come passato, e quindi alla perdita di una coscienza sociale.
Un testo a otto mani che, nonostante le differenze stilistiche, scorre fluidamente, saltando da un registro più discorsivo ad uno più goliardico – umoristico, intramezzato da veri e propri stacchetti musicali, pietra miliare dello show americano. Il ritmo è scandito dal countdown, 10, 9, 8…come le vittime collezionate del cecchino prima di essere catturato.
John Allen Muhammad fu condannato alla pena di morte, il suo complice all’ergastolo. Lo spettacolo si apre e si chiude con l’esecuzione dell’uomo, stroncato da un cocktail letale di medicinali che ne paralizzarono le funzioni vitali. “La morte è avvenuta alle 21.11. Non ci sono state complicazioni. Abbiamo chiesto al signor Muhammad se voleva rilasciare una dichiarazione prima dell’esecuzione, ma non l’ha fatto.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6840001
Biglietteria Teatro Argentina: telefono 06/684000311 (ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line
www.helloticket.it

 


Articolo di: Sara Benvenuto
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

 

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