Calderón - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Sabato, 23 Aprile 2016 

Un testo possente, quello in scena dal 20 aprile all’8 maggio al Teatro Argentina. Federico Tiezzi firma la regia del "Calderón", tragedia in versi scritta da Pier Paolo Pasolini nel 1967 e pubblicata nel 1973, una produzione Teatro di Roma e Fondazione Teatro della Toscana. Sandro Lombardi conferma la sua capacità di affabulazione, quasi un burattinaio che tiene insieme gli attori, la trama, l’intreccio tra sogno e realtà, simbolicamente, e non solo personaggio padre e figlio ad un tempo, oltre che narratore. Un testo densissimo, fino agli ultimi istanti, un concentrato della poetica di Pasolini e una summa del teatro che la regia esalta anche nella scelta della scena unica che racchiude idealmente temi e secoli che attraversano il dramma.

 

Produzione Teatro di Roma e Fondazione Teatro della Toscana presenta
CALDERÓN
di Pier Paolo Pasolini
regia Federico Tiezzi
drammaturgia Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi
con (in ordine di apparizione) Sandro Lombardi, Camilla Semino Favro, Arianna Di Stefano, Sabrina Scuccimarra, Graziano Piazza, Silvia Pernarella, Ivan Alovisio, Lucrezia Guidone, Josafat Vagni, Debora Zuin, Andrea Volpetti
e con la partecipazione straordinaria di Francesca Benedetti
scene Gregorio Zurla
costumi Giovanna Buzzi e Lisa Rufini
luci Gianni Pollini
movimenti coreografici Raffaella Giordano
canto Francesca Della Monica
assistente alla regia Giovanni Scandella

 

Due ore e mezza senza intervallo e non sentirle, anche se lo strascico che lo spettacolo lascia è lungo da metabolizzare: uno spettacolo che si impone per il testo innanzitutto e per la scelta ricca e complessa di quadri diversi che scandiscono i tre sogni della protagonista, oltre che i cambi di azione evidenziati con luci che si accendono e si spengono. Ritenuta da Pasolini stesso una delle sue opere «più sicure riuscite formali», "Calderón" si ispira al capolavoro del grande tragediografo spagnolo del “Siglo de Oro” Pedro Calderón de la Barca (1600-1681), La vida es sueño e la proclamazione della vita che non è altro che sogno chiude la partitura; lasciando sì leggerezza e vacuità, ma anche un onirico che rischia di scivolare nell’incubo e, insieme, attribuendo spesso al sogno la valenza di dimensione vera di libertà dell’uomo, destinata però ad essere frustrata.

Il sogno non annulla l’impegno civile, anzi il poeta è militante non necessariamente nel segno politico; questo piuttosto appartiene agli intellettuali di mestiere, come il giovane Enrique che giunge quasi alla fine affascinando Rosaura - la rosa dell’alba o l’alba rosea - e trascura di fatto gli emarginati, gli esclusi, gli operai. Come non leggere una critica di Pasolini alla politica del PCI di quegli anni? Il popolo appartiene al poeta che è oltre l’ideologia e gli schemi e finisce stritolato dalla sua stessa rivoluzione, meno plateale di quella del maggio del 1968, evocata dopo il terzo sogno, ma più profonda e radicale. C’è tutto Pasolini e la sua rivolta antiborghese, contro il potere costituito, di qualsiasi colore esso sia, contro la morale cattolica e i benpensanti. Nel testo si evoca tutto questo. Non mutano i nomi dei personaggi centrali - Basilio, Sigismondo e Rosaura - mentre molto diverse sono situazione, trama, ambientazione in quadri che non si separano in atti distinti.

Siamo nella Spagna franchista del 1967, con l’eco dolorosa della guerra civile, dei reduci e dei voltagabbana, di coloro che si sono imborghesiti. Rosaura fa tre sogni successivi, ognuno in un ambiente diverso - aristocratico, proletario, medio-borghese - a significare l’impossibilità, per tutti, di evadere dalla propria condizione sociale.

Nel primo sogno Rosaura si innamora di Sigismondo, un ex amante della madre che scoprirà essere suo padre in un esito complesso che la porterà, prima ancora della rivelazione, alla follia: ma sono gli altri a rinchiuderla per guarirla, ovvero riportarla agli schemi accettati dalla società. Questa scena è ambientata con costumi seicenteschi sontuosi e perfino caricaturali, mentre come in un doppio sogno l’apparizione di Sigismondo ci riporta alla guerra civile spagnola, con un salto cronologico senza continuità a segnare un’altra continuità: quella del potere malato al quale non resta che opporsi, sapendo di essere sconfitti quasi sempre.

Nel secondo sogno, si risveglia prostituta, si innamora di Pablito, un ragazzo che scoprirà essere suo figlio e con il quale non fa l’amore. C’è tutto il realismo della quotidianità pasoliniana e i costumi da sfumature di bianco e nero (nel primo sogno) si tingono di grigio con tocchi di rosso, così come paradossalmente - ma solo in apparenza - alla retorica del primo episodio seguono la poetica quasi da romanza lirica, la canzone, il linguaggio romanesco che fa capolino con un sapiente dosaggio, di grande raffinatezza che il regista supporta, esalta, anche in questo recitato caldo che sembra come sospeso…in un sogno appunto; senza mai scivolare nel triviale o in un’emozione che si rovescia sul palcoscenico.

Nel terzo, infine, Rosaura è una moglie rassegnata al proprio destino, che si innamora di Enrique, uno studente rivoluzionario. Il marito-figlio, interpretato da Sandro Lombardi, disegna un interno borghese dal quale si sentono i primi moti della rivolta studentesca e gli spari della polizia dalle finestre del salotto elegante. Ma per la borghesia quei giovani non sono che facinorosi, che restano “fuori”, mentre i borghesi non sono gente da strada che vive nelle piazze, ma nel conforto protettivo delle loro case.

Quando per l’ultima volta si risveglia, Rosaura nella sua vestaglia nera, signora matura e mora, ricorda perfettamente il sogno che le indica dove realmente vive: non in un palazzo nobiliare, non in una baracca, non in un interno borghese ma in un lager. La sua vita è infatti una prigione e i carcerieri sono gli altri che hanno le chiavi e, come nella scena della prostituta, le porte si aprono e si chiudono solo da fuori.

Chi sembra salvare Rosaura è il medico, innamorato di lei, che pur al sevizio del potere economico,
promette sì di restituirla al marito guarita ma, ironicamente, nel maggio del 1968 che sappiamo essere il tempo della rivoluzione. In realtà cercherà di fare di lei una persona libera interiormente. Così Rosaura obbedirà, senza però essere obbediente. Apparentemente tornerà tutto a posto: il caffè non sarà soffice ma amaro; così come le lenzuola sapranno di bucato e non saranno bollite, ma la follia come via di fuga resterà perché Rosaura è l’unica che ha il coraggio di svalutare la vita. In fondo, l’identificazione tra condizione borghese e realtà, pur essendo la norma tanto da indurci a pensare che sia normativa, è fittizia. Il tema della diversità, della irriducibilità di ogni essere umano alle logiche del potere borghese, che non è un mostro ma anzi si presenta in modo elegante, è dunque ricorrente in tutti i sogni, risolto nelle metafore di amori incestuosi.

Pasolini stesso sottolinea come il tema del dramma sia lo scontro tra individuo e potere: «In tutti e tre i suoi risvegli, Rosaura si trova in una dimensione occupata interamente dal senso del Potere. Il nostro primo rapporto, nascendo, è dunque un rapporto col Potere, cioè con l’unico mondo possibile che la nascita ci assegna. Il Potere in Calderón si chiama Basilio», ovvero Basileus, re in greco, anche se fin dal prologo ci dice che è il portavoce del re e non già il re, quindi anch’egli asservito al potere oltre che servito dallo stesso. I connotati cambiano: «nella prima parte Basilio è Re e Padre (appare nello specchio - con l’Autore - come nel quadro di Diego Velásquez Las meninas), ed è organizzato classicamente: la propria coscienza di sé - fascista - non ha un’incrinatura, un’incertezza. Nella seconda parte - quando Rosaura si risveglia ‘povera’, sottoproletaria in un villaggio di baracche - Basilio diviene un’astrazione quasi celeste: sta nello stanzone de Las Meninas vuoto, come sospeso nel cosmo: e da lì invia i suoi sicari sulla Terra (sotto forma di cani fedeli e addestrati al male, ndr). Infine, nella terza parte, è il marito piccolo-borghese, benpensante, non fascista ma peggio che fascista».

Federico Tiezzi concepisce questo "Calderón" come ultima parte di una trilogia che prende in esame la dissoluzione della famiglia, qui colpita anche dalla forza dialettica del maggio ’68 e dallo sguardo impietoso di Freud. Nel dialogo tra il giovane e Basilio questo è evidente ed introduce, o meglio definisce, un altro dei temi che corre lungo il testo e che salda l’idea della paternità come padronanza dell’altro in una chiave maschilista: la donna, dichiara Basilio, deve obbedire al marito e amare il figlio (per questo in fondo gli uomini cercano di restare bambini).

Prima di questo lavoro Tiezzi si è cimentato con Ifigenia in Aulide di Euripide (INDA, 2015) e Questa sera si recita a soggetto di Luigi Pirandello (Piccolo Teatro di Milano, 2016). In questo Calderón il regista sottolinea l’aspetto di ‘tragicommedia’ presente nel testo, lasciando emergere la sua comicità stridente, surreale e stralunata in cui l’aulico e il popolare si mischiano confondendosi. La realtà imprigiona e irrigidisce come marionette - e la regia sottolinea questo modo di muoversi degli attori in scena soprattutto nella parte finale - mentre il sogno in qualche modo è evanescente e non collima con la possibilità di azione. Ogni esperienza è fittizia perché una vera cura non esiste, né per il medico né per il poeta militante.

La scenografia è come un cortile chiuso, una sorta di prigione di mattoni grigi con finestre opache ed enormi che non lasciano filtrare luce, dalle quali si aprono ad un tratto colate e cascate d’acqua con un effetto ottico claustrofobico a dispetto della scritta al neon, “la natura”. Letti, sedi e tavoli per lo più sguarniti aumentano il senso del vuoto e alludono alla malattia, all’ospedalizzazione. Perfino il prete è incontrato non già in una chiesa ma in un cimitero, sotto i cui bastioni proliferano le baracche evocate nel secondo sogno. Anche lo spengersi ed accendersi intermittente delle luci crea un’intermittenza per certi aspetti nevrotica e scandisce in modo disarmonico una sorta di partitura che richiama continuamente l’attenzione, come del resto l’evocazione musicale improvvisa che poi lascia lo spettatore smarrito in un silenzio. Qualche volta forse l’eccessivo cambio di luce e buio distrae al contrario. Da vedere e rivedere, rileggendo il testo.

 

Teatro Argentina - Largo di Torre Argentina 52, 00186 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/684000346, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Biglietteria: telefono 06/684000311 (ore 10-14/15-19 lunedì riposo), vendita on-line www.vivaticket.it
Orario spettacoli: prima ore 21, martedì e venerdì ore 21, mercoledì e sabato ore 19, giovedì e domenica ore 17, lunedì riposo
Biglietti: poltrona 30 € (ridotto 28 €); palchi platea, I e II ordine 25 € (ridotto 23 €); palchi III, IV e V ordine 20 € (ridotto 18 €); loggione 12 €; operatore 7 €
Durata spettacolo: 2 ore e 15 minuti senza intervallo

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Amelia Realino, Ufficio stampa Teatro di Roma
Sul web: www.teatrodiroma.net

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